25-11-2020
                                                                                                                        Emanuela Scarponi incontra Wole Soyinka

        Dopo aver letto l'opera ricca e multiforme di Soyinka si è aperto alla mia mente un mondo nuovo, al tempo stesso reale e fantastico, che gradualmente mi ha fatto penetrare nel vivo di una avventurosa esperienza di vita, e di una concezione poetica estremamente interessante e suggestiva. Sin dai primi anni del '60, quando la sua attività artistica è iniziata, Wole Soyinka si è imposto all'attenzione sia della critica anglosassone, sia di quella africana; espressione di tale unanime riconoscimento è la recente assegnazione del premio Nobel per la letteratura.
       Questi suoi anni vissuti in Nigeria hanno coinciso con quelli delle fervide battaglie politiche e ideologiche per l'indipendenza, quando si sognava e si progettava la nuova Africa.; Soyinka fu appunto uno di quegli intellettuali, maturati attraverso l'impegno sociale e politico, che furono testimoni delle vicende complesse del passaggio dal colonialismo all'Africa delle nazioni. Questa sua complessità di pensiero e di formazione culturale è stata caratterizzata da un critico mediante un'espressione significativa, "meteoric" , che appropriatamente definisce la carriera del Nostro.

        Scrittore sempre in linea con i tempi, svolge una funzione di intellettuale nel suo Paese, ma non è disattento al mondo esterno che lo conosce, lo ammira e lo guarda sempre con grande attenzione e rispetto. 
Emanuela Scarponi


04-11-2020

                                                                                                                                                                                                                  Il Festival dell'Oriente di Roma

      Il Festival dell'Oriente di Roma si tiene ormai per tradizione presso la Nuova Fiera di Roma ed ormai la sua fama è diffusa in tutta Europa. E' organizzato da Federico Nicolini. L'avventura inizia nel 2017 e si rinnova negli anni, fino ad inizio pandemia. Ormai e un appuntamento fisso nel mese di aprile e si allarga sempre più, ampliando sempre di più padiglioni e mondi da rappresentare.
      Il Festival dell'Oriente, ricco di molteplici realtà, culture e tradizioni variegate, ha luogo presso i padiglioni della Nuova Fiera di Roma. All'interno dei padiglioni sono situate le sale conferenze 1 e 2, atte a divulgare molteplici materie e sono messe a disposizione dei conferenzieri, esperti d'Oriente. Il Festival, per addetti ai lavori, presenta comunque molte attrattive anche per i non esperti, ed ospita molteplici e meravigliosi balletti folcloristici orientali, danze e spettacoli di attori e danzatori che si esibiscono sul palco.                L'accesso agli spettacoli è gratuito. Si trascorre una giornata intera immersi nel mondo d'Oriente, con sapori, colori, tessuti, profumi, racconti e filosofie, totalmente differenti dai nostri.
Si percepisce che è per addetti perché gli standisti parlano solo inglese e non hanno biglietti da visita o riferimenti vari. Quindi il Festival d'Oriente, tipo l'Expo, schiude una porta verso nuovi mondi, che cominciano ad aprirsi ai nostri mercati occidentali. Vi fanno da padrone Cina, India e Giappone che sovrastano la scena nello spazio antistante dell'enorme padiglione che il visitatore si trova davanti. Molti sono i visitatori ma si circola facilmente all'interno, percorrendo lunghi e grandi viali, sospesi da terra, che li collegano gli uni agli altri, come in una moderna città occidentale.
      Ancora al suo esordio, il Festival dell'Oriente si sta mano a mano sviluppando, arricchendosi di aspetti culturali e folcloristici. Malgrado sia ancora di nicchia e relegato ad un angolo della città di Roma, l'auspicio è che presto possa tornare a rappresentare con estrema freschezza e spontaneità gli aspetti più variopinti del mondo orientale e non solo.

Emanuela Scarponi

 



28-09-2020


                                                                                                                                                               Dante e l’Oriente
      Il nostro viaggio ha inizio presso la caotica Varanasi, con i riti indu attentamente riprodotti nelle mie fotografie e nei video, strappati alla sacralità religiosa: è meta ultima di tutti gli uomini dell’India, ed il Gange punto d’approdo e di partenza delle anime erranti: con le sue rive sembra di entrare letteralmente nel Canto Terzo della Divina Commedia di Dante Alighieri (1304-1321), dove Caronte traghetta le anime erranti da una riva all’altra del fiume Acheronte.
Più vado avanti e più mi imbatto in altri, grandi critici letterari, questi sì, che hanno studiato il rapporto tra Dante e l’India. Ecco i versi danteschi del Purgatorio XXVII, 1-5”...Sì come quando i primi raggi vibra - là dove il suo fattor lo sangue sparse - cadendo libero sotto l’alta Libra - e, l’onde in Gange da nona riarse, - sì stava il sole...”.
     Dante quindi conosceva il Gange, secondo questi studiosi leggendo gli scritti di Alessandro Magno, ma nessun accenno si fa alla cremazione che ha luogo sul fiume Gange. Ora pare improbabile che Dante non fosse venuto a conoscenza dei riti religiosi praticati su questo fiume. Da notare inoltre le date di composizione e pubblicazione delle due opere. Ne nasce una riflessione sui rapporti tra Buddhismo e Occidente.
L’ipotesi più accreditata è che la fonte delle sue conoscenze sull’argomento fosse Alessandro Magno. In Europa le prime notizie sugli usi e costumi degli indiani dell’India e sulla religione buddhista giunsero al tempo delle conquiste di Alessandro Magno (326-323 a.C.), il quale era rimasto molto colpito dall’ascetismo indu. Il periodo d’oro dei contatti tra Oriente e Occidente si realizza, pur in mezzo a terribili crociate, nel XIII secolo: dal francescano Giovanni da Pian del Carpine, che scrisse una Storia dei Mongoli, trattando con molto rispetto i Buddhisti, a Guglielmo di Rubruck, inviato dal re di Francia, sino al famoso Marco Polo, inviato da Venezia, che nel Milione esprime la sua ammirazione per la figura del Buddha.
Ma è talmente forte la verosimiglianza che tutti cerchiamo di darne una spiegazione razionale ed ipotizziamo che il nostro Dante Alighieri si sia invero ispirato a racconti pur traslati dai menestrelli nei castelli medievali di viaggiatori erranti; a notizie ed a testimonianze incredibili, raccolte di villaggio in villaggio legate al viaggio di Marco Polo (1254-1324) in Asia.
Ecco quanto emerge dagli approfondimenti sull’argomento: dopo il primo viaggio del padre Niccolò e dello zio Matteo, durante il quale giunsero alla Corte del Gran Khan, Marco Polo adolescente giunse in Cina con loro, percorrendo la famosa “Via della Seta”. Rimasero in Cina 17 anni, onorati ed investiti di cariche governative. Marco in particolare per le sue missioni ufficiali si spinse nello Yunnan, nel Tibet, in Birmania, in India, lungo tragitti che ancora oggi presentano difficoltà per nulla lievi, anche prescindendo dalle condizioni politiche.
      Il 7 settembre 1298 ritroviamo Marco Polo su una delle 90 navi veneziane sconfitte nella Battaglia di Curzola dai Genovesi. Durante la sua prigionia a Genova, le cronache del viaggio e della permanenza in Asia furono quasi certamente trascritte in francese da Rustichello da Pisa che le raccolse sotto il titolo Devisiment dou monde, poi divenuto noto come “il Milione”.
Come avrebbe fatto Dante a venire in contatto con Rustichello da Pisa e con il Milione di Marco Polo? Forse a Verona?
“...E’ notorio che Cangrande della Scala, come prima suo zio Mastino, acquistò quel nome “Cane” grazie alla notorietà di Kublai Khan e del Gran Khan, potentissimi signori del lontano Estremo Oriente. E’ notorio che ciò avvenne grazie alla diffusione del “Milione” che Marco Polo dettò al novelliere Rustichello da Pisa suo compagno di carcere a Genova e personaggio dal destino ignoto. E’ pure notorio che Cangrande della Scala aprì la propria casa a poeti e artisti, tra cui Dante, e fondò una università di corte dove insegnavano i maggiori letterati dell’epoca...”.
      Non si parla molto della permanenza di Dante a Verona. Eppure fu la sua prima destinazione dopo l'esilio da Firenze. Vi rimase almeno sette anni, scrivendovi parte della Divina Commedia nella quale sono molti i riferimenti alla città e ai suoi personaggi storici dal 1303 al 1304, ospitato da Bartolomeo della Scala, fratello di Cangrande, e dal 1312 al 1318, ospitato dallo stesso Cangrande. In pratica trascorse a Verona quasi la metà degli anni dell'esilio...
Ma forse è solo una suggestione di noi viaggiatori...

Emanuela Scarponi

 

 

 

21-10-2020


                                                                                                                                  Incontro con i San nel deserto del Kalahari
        Prima colazione e partenza verso la più grande massa di sabbia della Terra, il Kalahari Desert. I Boscimani lo chiamano Anima del Mondo, un modo caloroso ed emotivo per descrivere queste terre sconfinate abitate da una varietà incredibile di antilopi, piccoli mammiferi, insetti e rettili che rendono il deserto del Kalahari un ecosistema speciale e unico. Pranzo in corso di viaggio, cena e pernottamento al Aoub Lodge; serata tranquilla: assistiamo ad una matrimonio tra due coloured...si chiamano così gli appartenenti ad una etnia mista, tra i misti! Un'altra etnia, una via di mezzo tra bianchi e neri....e sì che sono strani....
Al mattino, arrivo e trasferimento allo Zebra lodge. I compagni di viaggio partono ed io, che non ho resistito al fascino dell'Africa, resto nel deserto del Kalahari per incontrare i San.... !!!
     I componenti del gruppo scendono dal camion per un ultimo saluto prima di ripartire. Io ed il cameraman, veniamo prelevati da una jeep per scomparire dopo breve dietro un cancello del nulla, situato nel mezzo della sabbia rossa del deserto del Kalahari e  scomparire.....dietro la collina.
      Il richiamo per me è troppo forte....voglio incontrare quelli che sembra siano i più antichi Uomini del mondo...e presto accadrà. Una volta depositate le valigie in questo splendido lodge, mi precipito per incontrare i pochi uomini San rimasti vivi al mondo...
Improvvisamente dal nulla appaiono sei giovani San, ricoperti solo da una gonnellino poggiata sui fianchi fatta di pelle di antilope.... resto esterrefatta....
Sono veloci, istintivi, attenti, intelligenti, muniti di un bastone con cui solo soliti cacciare..... raggiungono il lodge..... Assieme a loro il traduttore di lingua click-inglese!!! Salutano, parlano, si presentano.....non so più cosa fanno: ....cantano, parlano, suonano, guardano.....perdo il senso della razionalità.... mi emoziono...li guardo esterrefatta!
     Non so più se guardarli o ascoltarli...resto immobile a guardare i loro volti...simili ed al contempo diversi dal mio di donna moderna......ma c'è di più... Sono creature meravigliose...non sono molto alti; anzi.. Sono uomini in miniatura e vivono di caccia, come l'Uomo viveva in natura; sono dotati di una saggezza antica, tesa alla sopravvivenza nel deserto, e così di padre in figlio oralmente hanno tramandato la loro cultura, e miracolosamente sono arrivati fino a noi, mantenendo un aspetto arcaico, un po' differente dal nostro.
     Infatti, al nostro incontro ridono....perché la differenza non è poca. Inoltre sanno di sembrare molto più giovani di quello che in realtà sono... sembrano avere il dono della giovinezza. Sembrano tutti adolescenti. Mentre non è così ed il loro capo di 34 anni ha il volto triste. Poi gli chiedo il perché di un tatuaggio che prontamente fotografo sul suo braccio: ha lasciato sua moglie e suo figlio al villaggio e ne sente la mancanza. Così ha si è fatto il tatuaggio ed ha portato sua moglie con sé.
     Io ho imparato a parlare con lui con il mimo. Ho messo la mano sul cuore mostrando il battito....per esprimere il sentimento di amore e ho indicato la statura di un bambino.... ha capito perfettamente il mio mimo.... e mi ha sorriso....ebbene si!
Sono riuscita ad entrare in contatto con loro e ad avere il loro rispetto....ora possiamo interagire alla pari.... Talmente emozionata, ho immortalato con più scatti che potevo le loro voci, i loro visi, i loro gesti mentre ho lasciato la telecamera fare il suo lavoro coadiuvata dal treppiedi un po' sbilenco. Non ho mai visto niente di simile. Pongo ulteriori domande attraverso il traduttore - per la prima volta nella mia vita - e mi sembra di parlare ai miei antichi progenitori....ascolto e guardo il traduttore in attesa che i loro suoni siano tradotti in inglese. E' molto difficile ripetere i sette suoni che sono alla base della loro lingua: in un intervallare di sensazioni ed emozioni.
    Se io sono qui è grazie a loro, penso dentro di me!!! Chiedo se vogliono vivere all'Occidentale. Mi dicono che non hanno più scelta. Non possono più cacciare. Allora ne deduco che i territori sono tutti privatizzati e divenuti proprietà delle farm. Ma ho intervistato nel merito il Presidente della Repubblica Sam Nujoma il giorno successivo all'incontro ed il Ministro dell'economia del Governo della Namibia, due giorni dopo.
Pongo la medesima domanda ad entrambi: lo dovevo ai San ed agli Himba e mi sono fatta portavoce dei loro bisogni presso i loro capi politici. Entrambi sottolineano l'esigenza di mandare a scuola i bambini Himba e San come gli altri e diventare parte attiva della Namibia, in quanto loro nazione. Non devono vivere emarginati, come ora - costoro pensano - dal resto del mondo.
Esiste a sentir loro un problema di tasse! Sembra che debbano pagare le tasse per cacciare. Il Governo namibiano sta fronteggiando tale problema perché i cittadini locali ne pagano troppe!
     Questo problema l'ho già sentito...e stanno prefigurando un sistema di tipo proporzionale: le tasse verranno pagate in base al reddito!
Una fortuna per i San e per gli Himba che come reddito hanno solo le mucche e gli orici...
Onestamente, i punti di vista sono diversi e la situazione è molto complessa. Per me devono essere loro a decidere. Ma questa è la mia umile posizione.
Dono loro con semplicità il mio libro..... non sanno leggere, figuriamoci la lingua italiana, ma sanno guardare le figure....si riconoscono nelle pitture rupestri fotografate....eh sì.
     I San non lo sanno ma sono famosi nel mondo per le splendide pitture rupestri presenti in tutta l'Africa australe da oltre 6.000 anni fa disegnate dai loro antenati. Hanno scritto intere enciclopedie sul mondo animale ivi presente e sugli uomini e le loro tradizioni, abitudini e piante tanto da far diventare inquietante l'interpretazione degli antropologi della famosa Dama bianca della Namibia che ha messo in ginocchio generazioni di scienziati..... Grazie ad essi, sappiamo del processo di desertificazione che ha avuto luogo in Africa. ...non solo.... le pitture rupestri sono vere e proprie opere d'arte....
E così i San ci insegnano a cacciare, a bere, a mangiare, ad avvelenare gli animali ed a nutrirsi... Mimano, suonano, schioccano la lingua, parlano...sono un incanto! Ho registrato tutto. Seguirà un documentario solo ed esclusivamente su di loro. Non sappiamo quanto ancora queste popolazioni sopravviveranno alla civiltà occidentale.
    Mi sento davvero fortunata ad aver avuto la possibilità di incontrarli. Mi hanno detto che è molto importante che si parli delle loro tradizioni e delle loro abitudini.
E così imparano a volermi bene, anche se non sono come loro. Ho espresso il mio desiderio di imparare la loro lingua! Mi hanno risposto che ci vuole tempo e che in tal caso io dovrei vivere un po' di tempo con loro e condividere la vita in un loro villaggio!!!
    Forse un giorno.....In verità, io il salto nel vuoto non sono mai riuscita a farlo...e così inspiro tutto l'ossigeno che posso quando vivo queste realtà e lo trattengo. Sognando l'Africa, per tutto il tempo che mi separa dalla stessa, ricordo spesso tutte le sensazioni provate nel mio percorso di viaggio.
    Un ultimo brindisi al tramonto africano, in cima ad una duna rossa, dopo aver avvistato una coppia di leoni del deserto del Kalahari, mentre riposavano tra la sterpaglia: sono più spettinati degli altri.....e più selvaggi forse a causa dell'ambiente ostile.
Emanuela Scarponi

 



20-09-2020

                                                                                                                                                   Il regno del Ghana ed il Medioevo europeo
       Dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, bisogna aspettare il XIIesimo secolo per veder riprendere l'economia di tutta l'Europa, perché ritorna ad essere presente l'oro, e di conseguenza si sviluppano i commerci, a lungo raggio. scomparsi.
Il Medioevo non fu affatto quindi un periodo buio, ma al contrario fu un'epoca in cui i commerci, soprattutto marittimi, ebbero uno sviluppo eccezionale e non fu certo l'Islam a bloccare la continuità commerciale del Mediterraneo. Importantissimi furono i contatti che ebbero le principali città marinare come Genova, Pisa, Venezia, Barcellona, con la costa dell'Africa settentrionale e con il Medio Oriente. I principali porti islamici, importanti per la loro posizione strategica per le rotte commerciali e per ricchezza di prodotti, erano Ceuta, Tunisi, Algeri, Bugìa e Alessandria. Da lì verso il deserto...
Tra questi, Marrakesh, un tempo città imperiale del Marocco occidentale, è ancora oggi un importante centro economico ricco di moschee, palazzi e giardini. Le sue stradine labirintiche molto affollate sono un susseguirsi di souk, che vendono stoffe, ceramiche e gioielli, ma è la piazza di Marrakesh, Jemaa el-Fnaa, a restare indelebile nella mente del viaggiatore. Insomma, l’atmosfera è rimasta magicamente identica nei secoli. E vi si può trovare di tutto: la cosa più incredibile le scimmie in vendita!
Infatti risulta essere l'ultima oasi prima del deserto del Sahara e costituisce, quindi, approdo sicuro per coloro che lo hanno attraversato, per approvvigionamento di acqua e di cibo, luogo di riparo sicuro in abitazioni elegantemente arredate con grandi giardini e piscine.
         Marrakesh è, malgrado la modernità, rimasto luogo di incontro delle molteplici etnie delle popolazioni che vivono nelle zone limitrofe al deserto: nasce e si sviluppa come mercato per scambio di prodotti tra le popolazioni. Da sempre a Marrakesh giungono le carovane del deserto con i prodotti provenienti dall'Africa cosiddetta nera, cioè la parte geografica situata al di sotto del deserto del Sahara, dove vive indisturbata ed in libertà la fauna più bella, unica ormai al mondo.
E' più facile capire l'importanza economica strategica e di scambio del Nord Africa, se la si vede dalla prospettiva ottica di uomini provenienti dal Sud del deserto, cioè con l'occhio di chi proviene dall'Africa nera con i suoi prodotti.
Vi abitano le tribù dei Berberi ai limiti estremi delle oasi, prima del grande deserto. I veri padroni però del deserto erano e sono tuttora i Tuareg, i cosiddetti uomini dal sangue blu, che con le loro carovane potevano unici attraversare il deserto da una parte all'altra, essendo nomadi e conoscendo tutte le oasi dove potersi dissetare e dove poter far dissetare i propri animali. Le carovane del deserto, trainate un tempo da dromedari e cammelli trasportano passo dopo passo i prodotti preziosi provenienti dai Paesi a Sud del Sahara, quali il Ghana, il Sudan, il Mali, ricchi di oro, argento, e straordinari manufatti di rara bellezza.
         La maggiore via carovaniera, detta anche Via dell'oro, aveva come inizio appunto il regno del Ghana e arrivava fino alla città di Sijilmassa: da qui partivano verso il deserto come se si trattasse d’un mare, guidati da esperti che si orientano guardando le stelle o le rocce che incontrano lungo la strada .per raggiungere Fez, Tangeri o Ceuta dove fu stabilita una zecca fatimide, coniando monete d'oro contro il potere abbaside.
L'Impero del Ghana (300-1076) era situato nell'attuale Sud-Est della Mauritania, nel Nord della Costa d'Avorio e in parte del Mali a dispetto del nome, dunque, non vi è alcuna correlazione geografica con l'odierno Ghana.
Benché l'impero fosse chiamato Wagadou dai suoi cittadini di etnia Soninké, in Europa e in Arabia divenne famoso col nome di Ghana ovvero "re guerriero" con riferimento al suo sovrano.
Il suo periodo di massima espansione risale all'VIII secolo, quando la rivoluzione economica portata nel Sahel dall'introduzione dei dromedari da parte degli Arabi consentì la nascita delle vie commerciali trans-sahariane. La possibilità di commerciare oro, avorio e sale con le popolazioni del Nordafrica e persino del Medio Oriente e dell'Europa portò nel Sahel una grande ricchezza, che a sua volta consentì un'organizzazione più centralizzata dello stato.
          L'Impero del Ghana fu il primo di molti imperi che sorsero in quella regione dell'Africa. Fra il IV e l'XI secolo dominava gran parte dell'Africa occidentale.
Dal Sudan occidentale proveniva la maggior parte dell'oro che il vecchio continente importava grazie al controllo dei porti sulla costa magrebina. Le testimonianze riguardo a questo Impero Africano le abbiamo da un grande geografo musulmano dell’XI secolo El-Bekrì; ed è grazie a lui che si è potuti risalire alla derivazione del nome del regno: Ghana, o Kana che, nella lingua Malinke, significa Capo.
La forza dell'impero africano si basava quasi esclusivamente sull'estrazione di oro che veniva ridotto in polvere e trasportato attraverso tutto il deserto del Sahara fino ai porti della costa settentrionale africana per essere caricato in navi mercantili dirette verso i porti europei. Ma vendevano anche il sale, la frutta secca che aveva un valore altissimo nel Medioevo e addirittura veniva usata per scambiarla con l'oro, il corallo e le tinte per tingere i vestiti. Numerosissimi erano i mercanti che raggiungevano il Sudan Occidentale per trattare direttamente accordi per scambi commerciali e accaparrarsi i migliori prodotti da poter rivendere poi nei mercati europei.
          Nell'XI secolo, l'Impero del Ghana entrò in guerra con i Berberi musulmani Almoravidi. La capitale dell'impero, Kumbi Saleh, subì un saccheggio distruttivo da parte dei Almoravidi che portarono ad un declino del Regno inarrestabile, fino al punto che il Regno del Mali lo soppiantò completamente e cadde nel 1076. Gli Almoravidi non imposero il proprio controllo sulla regione, tornando a ritirarsi verso il Nordafrica, e le province dell'impero divennero di fatto indipendenti.
Ho voluto evidenziare queste particolari fasi della storia antica che ci legano all'Africa per dimostrare come in realtà il Mar Mediterraneo abbia costutuito un legame indissolubile, fondamentale tra i popoli sin dall'antichità.

Emanuela Scarponi

 

02-10-2020


                                                                                                                                                                GLI HIMBA, ICONA DELLA NAMIBIA

         Gli Himba sono insediati nella Namibia settentrionale tra il fiume Kunene e il Damaraland, nella regione chiamata Kaokoland, chiusa tra la Costa degli Scheletri, il fiume Kunene, il lago salato dell’Etosha e l'Ovamboland. E’ un’area deserta, in gran parte montuosa, bruciata dal sole, dove leoni, elefanti, zebre, orici, giraffe e struzzi vivono numerosi.
Di origine Bantu e di lingua Herero, scacciati nei tempi passati dagli Ovambo, gli Himba furono costretti a ritirarsi dapprima nel Kaokoland e poi, pressati a Sud dai Khoi, si rifugiarono in Angola, oltre il Kunene, costretti a elemosinare fra le tribù dei Ngambwe. Per questa loro posizione di sottomissione e di povertà furono chiamati “Himba” e cioè “mendicanti”.
Nei primi anni del Novecento, sotto la guida di Vita, figlio di un’importante famiglia Herero, trovarono una loro identità: si ribellarono, attraversarono nuovamente il Kunene e si installarono definitivamente nella parte settentrionale del Paese lasciando che gli Herero si stabilissero a Sud.
            Lasciata Sesfontein, con le donne Herero che si muovono abbigliate con le incredibili e assurde vesti ottocentesche tra gli alberi di mopane, iniziamo il viaggio verso gli Ovahimba attraverso il bosco Himba, senza sapere i chilometri da percorrere per arrivare al campo presso le Epupa Falls, le cascate che segnano il confine con l’Angola. Dopo un giorno di viaggio, al tramonto ci viene incontro un uomo con la lancia in una mano e della cacciagione nell’altra. La paura sopraggiunge, ma il cacciatore ci passa accanto senza degnarci della benché minima attenzione, sta semplicemente tornando al suo villaggio con il suo bottino di caccia.
           Si prosegue il viaggio. La luna è ormai alta nella volta stellata e nitida del cielo, tipica delle notti africane. La leggendaria Croce del Sud si erge luminosa per guidare i viaggiatori nel buio della notte. Vega é visibile bassa sopra l’Orizzonte, forse per ricordare a noi instancabili viaggiatori che non esistono confini nel ricercare la vita e l’amore, nelle molteplici forme e sembianze in cui si manifestano, sul nostro pianeta come su altri. E questo accade secondo il desiderio, innato nell’Uomo, di arrivare là dove nessun altro é mai giunto prima per ricomporre il puzzle del mistero dell’esistenza, di cui conosciamo ancora oggi solo piccoli frammenti.
D’improvviso, i fuochi rosso-scintillanti delle tribù Himba si intravedono lontani, attraverso gli alberi di mopane che fiancheggiano il letto del fiume sul quale siamo costretti a camminare. Siamo tentati di chiedere aiuto ed il permesso di montare le tende per trascorrere la notte. Ma la paura dell’ignoto è minore di quella di addentrarci a piedi nel bosco. E proseguiamo così il nostro lento cammino. A notte ormai fonda ci imbattiamo nell’ultimo kraal abitato da una famiglia di sei persone, l’ultimo accampamento prima del confine con l’Angola. Vi facciamo campo: siamo alle Epupa Falls.
Non abbiamo sbagliato strada! Altrimenti avremmo incontrato i militari angolani con i kalashnikov... a fermarci…
            Il giorno dopo incontriamo i primi Himba. Ci vengono incontro con molta cordialità una ragazzina di tredici anni e poco più in là tre donne con quattro bambini; diamo loro un po’ di farina e di zucchero e qualche presa di tabacco. Comincio a comunicare con loro a segni e gesti, dato che non parlano affatto Inglese e finiamo per capirci. Poi cominciano a ripetere le mie cantilene di bambina, fuoriuscite d’improvviso.
Amante come sono di collane e di monili dalle più strane forme, lancio occhiate furtive alla meravigliosa conchiglia di strombo che alcune donne indossano tra i seni, e alle loro collane, ai loro perizoma, al colore della loro pelle, ai loro bracciali di rame. Tento di tutto per barattarli... riesco ad ottenere una collana fatta di fango e ferro e un perizoma per bambino, composto da bossoli di fucile, quelli utilizzati nella guerra civile in Angola, ghiande e anellini in ferro, infilati lungo cinque cordoncini di cuoio, legati tra loro da una cinta. Niente conchiglia! Troppo preziosa. Solo poi capisco il suo significato!
            Il mattino seguente, lasciato il kraal, ci avviamo decisamente verso il fiume Kunene. È stupendo l’attraversamento del fondo valle di sabbia color ocra dorata tra montagne che si stagliano lucenti al sole che nasce. Ogni tanto troviamo capanne abbandonate. Non è facile incontrare gli Himba, sono pastori nomadi che si muovono in continuazione alla ricerca di nuovi pascoli per il bestiame. Ancora meno facile è incontrarne in gruppi numerosi, perché vivono divisi in nuclei famigliari indipendenti. Poco prima del Kunene abbiamo un colpo di fortuna: due uomini a un pozzo ci dicono che non molto lontano c’è un altro kraal.
Pochi chilometri ancora di sabbia e savana e finalmente arriviamo in una piana punteggiata di alberi di mopane dove si muovono un centinaio di Himba. Non abbiamo alcuna difficoltà a familiarizzare. Gli Himba che abitano la regione del Kaokoland sono qualche migliaio, forse quattro/cinquemila.
           Cerco di individuare la struttura del kraal sulla base delle informazioni che sono riuscita ad ottenere prima della partenza. Individuo qui il kraal dei vitelli, al centro, e, vicino, il piccolo kraal delle caprette: tutto l’accampamento è circondato da una siepe di rami tagliati e accatastati, con alcune aperture.A destra dell’apertura principale c’è la capanna del capo con il posto per il fuoco sacro, che non sono riuscita a vedere acceso. Ci sono poi il kraal dei buoi e quello delle capre.
Mi fermo davanti ad alcune capanne e scherzo con i bambini; le madri mi sorridono compiaciute; a gesti cerco di dire loro qualche cosa. Prendo un bambino per mano e dietro a me si forma una colonna di altri bambini che saltellano e gridano dalla gioia; alcune mamme mi seguono; incontro una ragazza che porta sulla schiena un piccolo di pochi mesi, avvolto in un pezzo di cuoio, con decorazioni in perline di ferro; mi fermo e le regalo qualche caramella.
Il sole fa appena capolino tra le montagne, le ombre sono lunghe, l’aria è ancora fredda, qua e là vengono accesi dei fuochi; le donne escono dalle capanne. Il silenzio del mattino viene rotto dalle loro voci, mentre vanno verso il kraal delle mucche per la mungitura. Incomincia la vita di tutti i giorni: la battitura del mais, la concia delle pelli, la pulizia delle capanne, i giochi dei bambini, il pascolo degli animali. La loro vita è segnata da un ritmo tranquillo e sereno; talvolta addirittura sonnolento, quando, nella stagione calda, gli ardenti raggi del sole infiammano i campi.
Seguo un gruppo di ragazzi che porta una mandria di mucche ad abbeverarsi a una pozza poco lontano; inizio con loro un lungo colloquio a segni e sorrisi: capisco che vogliono delle caramelle e prometto loro di dargliene un pacco al ritorno al villaggio. Quando rientro, gli ultimi raggi del sole si spengono lentamente; si è alzato un po’ di vento e una leggera polvere si infila fastidiosa nelle narici; le luci dei fuochi punteggiano a vividi colori il kraal; da alcune capanne arriva il canto di una donna; l’ombra di un uomo che rientra dai campi si muove nell’oscurità; la serena quiete della notte avvolge ora l’intero villaggio.
       Lasciamo il kraal al mattino presto. Sono venuti tutti a salutarci. Quando le macchine scompaiono dietro un piccolo dosso, le loro mani sono ancora alzate in segno di saluto…


Emanuela Scarponi

 

 

 

04-09-2020

 

                                                                                                                                             Esploratori ed interessanti esplorazioni: Alvise Ca’ da Mosto

        L’Africa è sempre stata ed è tuttora un continente tanto affascinante e misterioso, ma del tutto sconosciuto ai tempi del nostro esploratore Alvise Ca’ da Mosto.
All’origine delle grandi scoperte, specialmente nel Rinascimento, c’era molto spesso il desiderio e l’inseguimento alla ricchezza rappresentata dalla ricerca dell’oro.
In questo periodo grande importanza ebbero le figure sia dei missionari che degli esploratori. I primi andarono in Africa per portare la religione, insegnarono ai nativi a lottare contro le malattie, la fame, le prepotenze; fecero del bene ai popoli indigeni e combatterono anche per liberarli dalla continua minaccia della schiavitù.
        Gli esploratori furono mossi da uno spirito di avventura che li portò ad attraversare l’Africa equatoriale e non, scoprendo deserti, fiumi, laghi immensi, popoli, e tribù di etnie diverse.
Ogni esploratore era soprattutto ricercatore d’oro; il fascino e la conquista di questo metallo sono presenti sin dall’antichità in tutte le religioni e le storie del mondo.
Trovare l’oro significava la ricchezza, cambiare vita per sé e tutta la famiglia. Infatti si era sempre saputo che questo splendido metallo si trovasse tra le acque, tra i fiumi di fuoco sotterranei e che con l’aria esso si coagulava trasformandosi in splendide pepite cristallizzate e luminose.
Alvise Ca’ da Mosto apparteneva ad una nota famiglia veneziana, anche egli pensò di partire per andare a cercare la ricchezza. Era nato nel 1429, la casa paterna era posta sul Canal Grande; appena adulto. insieme al fratello e ad alcuni suoi compagni, cominciò a pensare e a prepararsi per questa fantastica avventura.
        L’Africa però rappresentava un grande pericolo; terra immane dal clima impossibile, abitata da tribù terribili, infestata da animali feroci e piena di insidie. Allora pensò di raggiungere il Nord Europa e iniziare a cercare la fortuna nel commercio nelle Fiandre, ricche e civilizzate.
Nel 1454 Alvise Ca’ da Mosto uscì dal Mediterraneo con le sue galee, ma all’estremità sudoccidentale del Portogallo una grande tempesta lo convinse a non continuare. Proprio a Capo San Vincenzo sorgeva la villa di Enrico il navigatore, un grande personaggio noto per la sua fama di ricercatore e grande oceanografico.
         Egli nel suo studio ospitava le menti eccelse dell’epoca e studiosi interessati alla navigazione, alla cartografia, alla geografia, all’astronomia.
Enrico degli Aviz chiamava la sua dimora “la reposera” dove, al contrario del nome, non si faceva altro che parlare, studiare, scambiarsi opinioni e consigli sul da farsi per ogni spedizione.
Il nobile portoghese venne a sapere che lì vicino sostavano alcuni navigatori veneziani; non esitò a contattarli, sapeva che i Veneziani erano ottimi esploratori e anche a lui servivano uomini che esplorassero la costa occidentale dell’Africa per capire da dove venisse l’oro portato in Europa da strani mercanti.
         Ca’ Mosto ascoltò e accettò di cambiare rotta e di dirigersi verso la “Bassa Etiopia“.
Il metallo giallo proveniva dall’Africa per poi essere portato nel Mediterraneo da carovaniere che attraversavano il deserto del Sahara, quindi bisognava cercarlo alla fonte e scoprire dove si estraeva.
Così dopo aver fatto tappa alle Canarie, entrò nella foce del fiume Senegal, caricò schiavi per ottenere informazioni sul viaggio; non riuscì mai a sapere dove fosse “l’Eldorado africano“. Riuscì però a conoscere i meccanismi ed i sistemi di commercio che riguardavano questo prodotto.
         Infatti il sale era considerato un minerale importante ed utile alla vita umana, sappiamo tutti come questo prodotto fosse considerato importante.
Già ai tempi dei Romani e anche nella storia passata esso fu motivo di scambi, di commerci e anche di guerre.
Anche per gli Africani il sale era un alimento vitale, prezioso anche più dell’oro; esso serviva per integrare i sali minerali persi dal corpo a causa dell’enorme caldo di quelle terre. Quindi Ca’ da Mosto ebbe notizie importantissime che riguardavano lo scambio di questi due prodotti: alcune etnie davano il sale, altre l’oro.
Le fonti sicure di questi prodotti non furono mai scoperte dal nostro esploratore perché nessuno parlava, adducendo al fatto di non capire la lingua.
Questa contrattazione avveniva in modo molto strano: una certa popolazione sottoposta all'imperatore del Mali trasportava blocchi di sale nel deserto che poi venivano numerati e sistemati in mucchi; un’altra etnia - entrambe sconosciute fra di loro - portavano l’oro che sistemavano davanti ai mucchi del sale.
       Questi uomini si dovevano allontanare dal luogo, mantenendo una distanza di cinque giorni di cammino, secondo una tradizione stabilita da secoli.
Ca’ da Mosto comprese così i meccanismi di questo commercio; pur cercando dappertutto ed interrogando mercanti, produttori di sale, schiavi, non riuscì mai a sapere ed a conoscere la vera fonte di queste materie.
Tuttora i mercanti, senza mai parlare tra di loro, si dirigono verso i tre mercati più importanti: uno in Medio Oriente, uno dal Mali al Marocco e l’altro verso tutte le strade del Mediterraneo.
Così scriveva Ca’ da Mosto: “E da questi luoghi lo compriamo, noi cristiani dai mori, per le diverse mercanzie che li demo“, deluso dal tentativo di indagare sulle origini dell’oro africano e le possibilità di inserirsi in quel commercio tanto desiderato. Dopo numerose spedizioni con un altro grande esploratore, Antoniotto Usodimare, al suo ritorno a Venezia, fu messo a capo dei commerci veneziani con l’Egitto. Morì giovane nel 1483, guarda caso mentre Venezia combatteva con Ferrara per il monopolio del sale.

Emanuela Scarponi