IL POTERE DELLA COMUNICAZIONE: H. MARSHALL McLUHAN

di Alessandra Di Giovambattista

 

Con il passare del tempo dalla società dell’informazione - che si è sviluppata essenzialmente attraverso messaggi monodirezionali, utilizzando i media tradizionali quali giornali, riviste, libri - si è passati alla società della comunicazione; ma che significa comunicare? Facendoci aiutare dal dizionario della lingua italiana, possiamo dire, in modo molto sintetico, che il senso più comune del termine lo ritroviamo nell’attività di relazione con la quale si intende far partecipe uno o più soggetti di un proprio pensiero, di uno stato d’animo, di un’emozione, di una notizia, di un fatto, dove si dà rilievo ad una relazione complessa e pluridirezionale, tra più persone, che può generare rapporti, partecipazioni e reazioni unilaterali o reciproche. Grazie allo sviluppo degli studi in ambito socio-psicologico possiamo identificare la comunicazione come un processo creato dallo scambio di messaggi attraverso un canale, secondo un preciso codice, tra sistemi della stessa natura o di natura differente (tra esseri umani, animali, macchine). Nella scienze umane e sociali oltre alla comunicazione verbale si riconosce anche una comunicazione non verbale fatta da un insieme di segnali che vanno oltre l’uso del solo apparato fonatorio (segnali mimici, tattili, espressioni dello sguardo, che coinvolgono l’abbigliamento e la postura, ecc). A ciò si aggiunga l’importanza del mezzo attraverso cui si diffonde la comunicazione; oggi essenzialmente ritroviamo i mezzi di comunicazione di massa (i c.d. mass media) che identifichiamo nella televisione, nella stampa, nel cinema, nella radio, ed oggi, più che mai, nelle reti di comunicazione digitale, i c.d. social network, dove il soggetto è spesso, allo stesso tempo, fonte e destinatario di informazioni.

La rivoluzione informatica ha modificato notevolmente il modo di comunicare, creando nuovi spazi di relazione che coinvolgono spesso soggetti di diversa età, cultura, estrazione sociale, etnia, credo, e rendendo liquida la società che spesso non distingue più il mondo reale da quello virtuale. I social rappresentano delle vere e proprie strutture sociali dove si affrontano e si confrontano tecnologia, umanità, partecipazione, interazione, conflitto. Alcuni sociologi definiscono la rete sociale, i c.d. social network, un unico grande mezzo dove i produttori di notizie, opinioni, pensieri, emozioni, espressioni sono al contempo anche i fruitori, a differenza dei mezzi di informazione tradizionali in cui la relazione avviene essenzialmente tra parti in posizioni contrapposte. Inoltre, in tale rete, la comunicazione risulta così poco trasparente che è molto facile cadere preda di soggetti con intenzioni non sempre positive e meritevoli che si fingono quello che non sono, cercando di offrire un’immagine di sé che sia la migliore possibile o comunque quella che gli altri si aspettano di vedere. Sicuramente l’uso delle strumentazioni informatiche (come la ragnatela mondiale informatica il c.d. World Wide Web - cioè il prefisso www con cui facciamo precedere le nostre ricerche sul web - ed i social network) - con i relativi programmi, applicazioni e software - ha reso anche più difficile la tutela della propria sfera personale, la c.d. privacy, e la difesa del diritto all’oblio. Quest’ultimo è la richiesta della rimozione delle informazioni personali dalla pubblica circolazione. Si capisce bene come poter esercitare tale diritto sia davvero difficile in un mondo digitale dove le notizie permangono in modo stabile; non è sufficiente la cancellazione ma è necessaria l’eliminazione della possibilità che esse vengano ripubblicate da terzi, circostanza quest’ultima sempre possibile. Infatti mentre la notizia apparsa sui media tradizionali è strettamente legata ai limiti dello strumento sulla quale è stata divulgata (esempio la stampa), nel mondo digitale le informazioni possono essere memorizzate e condivise con molta facilità di modo che le notizie di fatto rimangono nello spazio di archiviazione (c.d. Cloud) per tempi illimitati e senza poter sapere se e come siano state memorizzate, duplicate e pubblicate.

Ciò detto, in generale, si può comunque evidenziare il rapporto che si instaura tra comunicazione e potere e di fatto, in tale relazione, si riscontra una duplice accezione: da un lato si ha una relazione diretta tra comunicazione e poteri politici, economici, religiosi, i quali utilizzano i media per raggiungere i propri obiettivi e sovente per imbrigliare la libera informazione. Dall’altro lato il potere insito nella comunicazione stessa che si divide in: conoscenza di informazioni che possono essere usate o meno (perché anche il silenzio su una determinata notizia rappresenta un’espressione di gestione del potere; si pensi al c.d. segreto di Stato) e modalità e capacità di divulgazione, che riconducono all’ampiezza dei mezzi utilizzati i quali se più diffusivi, sono più potenti. Quindi possiamo riconoscere una espressione di potere nell’avere notizie e nel gestirle attraverso i vari strumenti di comunicazione; questo aspetto, che ha condotto alla definizione dell’informazione come quarto potere (che si aggiunge a quelli costituzionalmente individuati: legislativo, esecutivo, giudiziario), chiarisce la concreta possibilità di come la comunicazione possa contribuire alla formazione dell’opinione pubblica. Tuttavia occorre sottolineare come tra le istituzioni, l’ambiente vi sia di fatto un processo di osmosi bidirezionale; la società influenzata dalle istituzioni e le istituzioni influenzate dalla società e in questo processo si colloca il flusso di informazioni gestito dalla comunicazione che in sé è solo uno strumento. Semmai il problema risiede nell’utilizzo e nella reale capacità dell’uomo di volersi mantenere intellettualmente libero; infatti negli Stati totalitari si assiste ad un uso della comunicazione come strumento di propaganda, per formare le coscienze ed alienare le menti con la finalità di ottenere il consenso da parte della collettività. Di fatto la comunicazione è in grado di organizzare il pensiero dei soggetti e in tal modo viene vista dai poteri statali ed amministrativi che tentano di soggiogarla al servizio di interessi peculiari, distaccandola dal suo originario ruolo di strumento al servizio della collettività. Quindi il potere della comunicazione si ritrova nella possibilità del soggetto che detiene l’informazione di comunicarla, magari attraverso manipolate frapposizioni e velature, o non comunicarla affatto.

Con riferimento al secondo aspetto relativo alle modalità e capacità di divulgazione delle informazioni ci si ricollega agli strumenti che si possono utilizzare, dalla stampa, alla televisione, fino ad arrivare ai fenomeni odierni dei social network che raggiungono enormi masse di soggetti. Un’analisi interessante del problema è fornita da Marshall McLuhan - filosofo, sociologo, critico letterario, professore di origine canadese (1911 – 1980) - che ha voluto ripercorrere la storia dell’umanità analizzando lo sviluppo dei mezzi di comunicazione. Utilizzando tale prospettiva egli ha notato che le strutture delle società ed i loro usi e costumi, sono stati determinati dall’evoluzione degli strumenti di comunicazione. La sua interpretazione storica degli effetti prodotti dalla comunicazione sui singoli e sulla collettività nel suo insieme, ruota intorno all’idea che è lo strumento utilizzato per diffondere la notizia che produce effetti sui soggetti destinatari, non già il contenuto dell’informazione fornita. È sua la frase in cui si riconosce nel “mezzo il messaggio”, così come, per analogia, si può dire che è la scienza economica che definisce le relazioni sociali.

Quindi il potere della comunicazione non risiede solo nel soggetto che detiene le informazioni, ma anche nel tipo di strumento che viene utilizzato e dalla sua capacità evolutiva e di sviluppo nel tempo. Si è passati quindi dalla comunicazione verbale (le prime società in cui gli oratori avevano un importante compito divulgativo) a quella scritta (attraverso i libri e la stampa), fino ad arrivare agli strumenti radio-televisivi ed informatici. Questi strumenti rappresentano il prodotto culturale e scientifico di società che sono passate dalle prime forme di villaggio (preistorico), alle città, fino ad arrivare al famoso “villaggio globale”. Quest’ultima locuzione è un ossimoro, una contraddizione in termini, costruito da McLuhan proprio per rappresentare lo stridore del contesto attuale dove il villaggio fa riferimento ad un nucleo ristretto di soggetti, mentre l’aggettivo globale coinvolge la totalità del territorio, pertanto ha un significato planetario. Con ciò il sociologo canadese intende sottolineare come la comunicazione con strumenti informatici di fatto abbia abbattuto le frontiere dello spazio, in quanto l’informazione percorre tutto il globo, e del tempo, poiché l’informazione viaggia in tempo reale (velocità quasi istantanea). Ma già prima di McLuhan si parlava di “villaggio” con riferimento al potere dei media; il sociologo Robert. E, Park nel 1923 definisce “villaggio” anche i grandi agglomerati urbani nei quali iniziano a circolare le notizie attraverso i giornali, che rappresentano, per l’epoca, una nuova forma di comunicazione. Così come nei piccoli centri tutti si conoscono, con l’avvento dei quotidiani anche nelle grandi città è possibile sapere cosa accade e quindi ci si sente come in un villaggio dove il pettegolezzo e l’opinione pubblica rappresentano le forze di controllo sociale. L’analisi di McLuhan si basa sulla divisione della storia in tre periodi, con riferimento alle diverse tipologie di comunicazione: tradizione orale che riporta alle società chiuse ed acritiche, dove si apprende attraverso il linguaggio e l’ascolto; scrittura e stampa che modificano le modalità di conoscenza spostando l’attenzione dall’ascolto alla vista, alla lettura – sostituendo così l’orecchio con l’occhio – ed incentivando la comunicazione tra individui, la speculazione e la razionalità; era elettronica dove i media riescono a coinvolgere l’intero globo nei problemi di soggetti posti in differenti luoghi e in tal modo, come paradosso, si ottiene un ritorno ai contatti iniziali del villaggio dove tutti sapevano tutto ciò che avveniva intorno a loro.

Oggi il concetto di villaggio globale porta indubbiamente al fenomeno della globalizzazione, dove ciò che accade in qualsiasi angolo della terra diviene, in pochi istanti, di dominio pubblico e ciò in qualsiasi ambito: politico, sociale, culturale, economico. In tale conteso e tenendo sempre a mente la visione di McLuhan, le sole notizie che devono essere divulgate sono quelle “cattive”, quelle che descrivono calamità, disastri, disuguaglianze ed iniquità, perché si deve alzare il livello di responsabilità dei soggetti. Ma a lungo andare ciò determina frustrazione ed impotenza ed il sentirsi tutti nello stesso ambiente genera una sorta di sensazione di massificazione dei problemi ed anche delle soluzioni, offrendo una visione di “omologazione” e di favore verso gli approcci monocratici: unici problemi, uniche soluzioni, assenza di differenze e di prospettive diversificate; è forse proprio con riferimento all’analisi delle problematiche che occorre assumere un atteggiamento critico rispetto alla “globalizzazione”. McLuhan evidenziava che i media elettronici hanno abolito sia il tempo sia lo spazio, discostandoci da ogni ripartizione dei ruoli e dai singoli punti di vista; ne emerge così un’omologazione delle opinioni. Questa tematica è davvero molto delicata se si pensa che oggi attraverso i social abbiamo masse di persone che si schierano a favore o contro una determinata situazione creando spesso un atteggiamento di “gogna mediatica”, a volte anche creata ad arte, che può indurre alla disperazione il soggetto che vede sé stesso, le sue opinioni e le sue vicende diventare da private a pubbliche con grandi difficoltà di chiarimento e di difesa: una sorta di impossibilità di tutela della propria privacy, del proprio individuale pensiero, lasciando così ampio spazio al pensiero unico. Occorre porre molta attenzione a tale processo che se portato avanti senza il costante nutrimento della nostra anima e del senso critico e la civile e rispettosa difesa del proprio individuale pensiero potrebbe divenire pericoloso ed irreversibile!



IL SOCIAL BUSINESS: UN NUOVO PARADIGMA DI IMPRESA

di Alessandra Di Giovambattista

 

Quando il Prof. Muhammad Yunus iniziò ad insegnare economia nell’Università di Chittagong (nel Bangladesh, suo Paese natale) era convinto di spiegare ai suoi giovani studenti delle teorie economiche che sarebbero state in grado di dare risposte e soluzioni ai problemi quotidiani che si fossero presentati ad aziende e singoli: agricoltori, professionisti, artisti, commercianti. Tuttavia, quando si prese del tempo per vedere sul campo e testare le condizioni di vita dei suoi connazionali, si accorse che ovunque guardasse c’era solo miseria. Secondo la sua testimonianza rilasciata nel suo libro “Il banchiere dei poveri” (edito da Feltrinelli, 2004), avvertiva come se stesse girando un film; la sua aula universitaria era un palcoscenico che tentava di dare risposte, ma che il più delle volte restituiva solo illusioni e teorie vacue ed inattuabili.

La realtà quotidiana si distaccava dalle fredde equazioni ed equivalenze che la scienza economica offriva, e le teorie apparivano solo dottrine infarcite di grandi e vuoti pensieri e conclusioni spesso non verificabili! Ma come è possibile che un’equazione possa andare bene per ogni società e risolvere problemi che prima di tutto sono vissuti sulla pelle di ogni singolo, unico ed irripetibile? Non si trattava di studiare l’atomo o l’andamento di un fenomeno, ma si trattava di capire le reazioni umane a certe sollecitazioni quali la povertà, l’emarginazione, la miseria, la disuguaglianza di genere, e proporre soluzioni.

Il prof. Yunus trovò la risposta, valida per l’ambiente in cui viveva, nel ripensare i presupposti per la concessione dei prestiti di modico importo a favore delle classi più povere. Quella di Yunus è stata una guerra combattuta per ricercare risposte ben oltre le mere soluzioni economiche: prima di tutto è stata una vittoria sull’emarginazione e la sudditanza delle donne rispetto al mondo maschile, una rivoluzione quindi non solo economica ma prima di tutto sociale e religiosa. Il ripristino dell’equità e della giustizia calma gli impulsi violenti che si innescano quando si è di fronte a scelte che implicano la sopravvivenza. Ecco perché le sue teorie economiche hanno meritato il premio Nobel per la pace: la pace si costruisce prima di tutto in capo ad ogni singola persona che sa di poter ricevere e dare rispetto e poter contare sulle proprie capacità, vedendosi riconosciuto il valore e la dignità del proprio lavoro che gli garantisca una vita serena ed accettabile per sé e la propria famiglia. In tal modo si esclude ogni forma di neo schiavismo che sembra potersi leggere nelle situazioni attuali se solo si guarda alle condizioni estreme in cui vivono uomini e donne dei paesi c.d. del terzo mondo. Un terzo mondo fatto di territori ricchi di materie prime che però, per assurdo, vengono sfruttate dalle nazioni potenti della terra che inquinano e inventano guerre e inducono gli abitanti autoctoni a migrare dalle proprie terre alla ricerca di maggior fortuna.

Così, in risposta alla richiesta di aiuto da un’infinità di poveri della sua Nazione, nacque la Grameen Bank - che concedeva piccoli prestiti per iniziare attività economiche, viste in un contesto economico di rispetto e di sostenibilità (il c.d. “social business”) - che riuscì a dare una spallata alla logica adottata dagli istituti di credito tradizionali che basano la concessione dei finanziamenti sul possesso di garanzie reali e personali. Sempre nel libro citato Yunus evidenzia che l’idea della sua banca è partita dall’operare al contrario rispetto a quanto facevano le banche tradizionali: i dipendenti passavano la maggior parte del loro tempo nei villaggi, conoscevano e parlavano con le persone povere e a queste proponevano determinate modalità di credito in ragione delle singole necessità e situazioni.

Questo approccio, che potrebbe tranquillamente convivere con quello delle banche tradizionali, ricorda molto l’insegnamento dell’economista E. F. Schumacher, pensatore della teoria del “Piccolo è Bello” dove occorre restituire l’economia nelle mani dell’uomo; essa deve essere al servizio delle sue necessità e non deve valere il viceversa: l’economia per l’uomo e non l’uomo per l’economia. Deve così instaurarsi una spirale virtuosa dove non esiste prevaricazione e dove tutti hanno un proprio, meritato posto. Ma una banca basata su questa nuova mentalità ha incontrato molte difficoltà; leggiamo dalle dirette parole di Yunus, tratte dal citato libro, le problematiche riscontrate: “Fin quasi dal suo nascere Grameen ha suscitato aspre controversie. Da sinistra la si accusava di far parte di un complotto americano per introdurre il capitalismo tra i poveri; si diceva che il suo vero scopo era quello di distruggere qualsiasi prospettiva di rivoluzione futura togliendo ai poveri la disperazione e la rabbia. Un professore comunista mi ha detto: “In realtà non fate altro che dare ai poveri qualche briciola di oppio, così non si lasceranno coinvolgere in questioni politiche più grandi. Con i vostri micro-niente li mettete a dormire, che stiano tranquilli e non facciano rumore. Voi uccidete il fervore rivoluzionario dei poveri, siete nemici della rivoluzione”. Da destra, i capi conservatori musulmani ci accusavano di voler distruggere la nostra cultura e la nostra religione…....Non sono un capitalista secondo la concezione semplicistica di chi ragiona in termini di sinistra e di destra, ma credo nel potere del capitale nel quadro di un’economia di mercato. Sono profondamente convinto che fare l’elemosina ai poveri non sia un gesto risolutivo; significa soltanto ignorare i loro problemi e farli volutamente incancrenire. Un povero in buona salute non vuole né ha bisogno di elemosina. Dargli un sussidio significa aumentare la sua miseria, uccidendone lo spirito d’iniziativa e togliendogli il rispetto di sé stesso. Non sono i poveri a creare la povertà, bensì le strutture sociali e le politiche da esse adottate. Se si modificano le strutture, come stiamo facendo in Bangladesh, la vita dei poveri ne sarà di conseguenza modificata. L’esperienza ci ha dimostrato che, con l’aiuto di un capitale finanziario anche limitato, i poveri sono capaci di produrre profondi cambiamenti nella loro vita.”

Quindi la banca ha rappresentato un cambio di mentalità e di pensiero che ha provocato un ripensamento anche nell’approccio al contrasto della povertà da parte delle associazioni umanitarie e delle organizzazioni internazionali, contrastando anche ogni forma di ideologia politica. Occorre partire dal concetto che ogni essere umano, anche se povero, sa svolgere un lavoro, una qualsiasi attività per la quale si sente più portato ed ha più capacità; non è necessario insegnare, a tutti i costi, un’attività nuova, voler esportare esperienze professionali e lavorative, il c.d. know how, che spesso confligge con la cultura e la tradizione della persona. Un’attività basata su tali presupposti ha un’alta probabilità di fallimento perché il lavoratore si vede proiettato in una realtà produttiva che non comprende e non sente sua, spesso si trova a produrre beni che non potrà o non vorrà mai acquistare. Il lavoratore deve poter amare il proprio lavoro, deve poter contare su un aiuto finanziario iniziale e sulle proprie forze in modo da saper contrastare i meccanismi delle insolvenze e del pagamento dei debiti.

Questo è in realtà il microcredito, così come pensato da Yunus: una piccola somma iniziale che dà la scintilla per l’avvio di un’attività economica che permette all’essere umano di poter credere ed investire su sé stesso. Lo sviluppo dal basso permette alle persone di affrancarsi da ogni forma di schiavitù e di assoggettamento e crea una spirale positiva di benessere che conduce alla pace interiore ed al rispetto. L’equità porta con sé lo sviluppo del processo di democratizzazione della società e la garanzia della tutela dei diritti umani. Il microcredito è stato così riconosciuto come una “forza liberatrice in società dove le donne, in particolare, devono lottare contro condizioni economiche e sociali repressive” (questa citazione è una parte della motivazione con cui è stato conferito il Nobel per la pace). Nello specifico gran parte della popolazione era esclusa dai circuiti economico-finanziari tradizionali; eppure in società povere bastavano davvero pochi dollari per iniziare delle attività produttive che creassero un iniziale piccolo surplus che di fatto ha permesso di sviluppare idee imprenditoriali che altrimenti non sarebbero mai state realizzate. Yunus è riuscito ad infrangere le basi economiche tradizionali del prestito fino allora conosciute per le quali non era possibile finanziare persone che non fossero state in grado di fornire adeguate garanzie di restituzione. Fatto sta che il modello finanziario di Yunus è stato esportato in altre Nazioni, a partire da quelle con un gran numero di poveri, quali il Pakistan, il Sudafrica, il Perù, ma dopo la crisi nel 2008 anche in Paesi sviluppati dove il tasso di povertà rialzava prepotentemente la testa, quali gli Stati Uniti e in Europa.

L’idea di un’impresa sostenibile, di un social business, è ora un caso didattico studiato in diverse facoltà di management, ma il valore più importante, ad essa riconducibile, è l’aver rappresentato una rivoluzione sociale che ha visto l’inizio dell’emancipazione di tante donne in società discriminanti, dove è migliorato anche il tasso di scolarizzazione dei figli, si è iniziato a garantire servizi sanitari e sociali e si è ridotto lo spazio lasciato all’integralismo religioso penalizzante specialmente per le donne. Anche nelle nostre realtà vediamo come sia difficile, per queste ultime e per i giovani, poter ottenere credito dalle banche; in tal modo si disperdono energie e si pregiudicano opportunità economiche, derivanti da idee imprenditoriali innovative, che non trovano spazio nel mercato dei capitali.

Anche in Italia è iniziato un processo di “social business” cioè di concessione di piccoli prestiti da parte di banche dedicate, come Banca Etica che collabora con Permicro, un operatore specializzato nel microcredito, che concede prestiti di modesto importo a soggetti deboli che, non avendo adeguate e sufficienti garanzie da presentare alle banche tradizionali, non potrebbero ottenere credito per iniziare una propria autonoma attività lavorativa. Nel nostro Paese sono presenti istituzioni che permettono, attraverso un percorso di finanza etica, l’inclusione sociale di soggetti (donne, giovani, spesso extra comunitari, o con ridotta capacità lavorativa o con anzianità lavorativa pregressa ma non ancora in età pensionabile, con situazioni sociali difficili) che, opportunamente seguiti e formati, vengono avviati ad intraprendere nuove piccole attività aziendali. Per soggetti si intendono sia persone fisiche sia imprese, queste ultime ovviamente di piccole dimensioni ed in una fase di inizio attività. I prestiti concedibili alle persone fisiche devono essere giustificati da motivazioni valide e meritevoli e sono per importi non superiori a 15.000 euro, rimborsabili in rate mensili per una durata che va da 1 a 6 anni; inoltre bisogna avere la cittadinanza italiana o comunque è obbligatoria la residenza, o il domicilio in Italia ed il permesso o la carta di soggiorno. Per le imprese il microcredito è dedicato a coloro che desiderano avviare o sviluppare una piccola attività imprenditoriale ma non sono soggetti c.d. affidabili dal circuito dei finanziamenti erogati dalle banche tradizionali. In tal caso l’importo massimo concedibile è di non più di 25.000 euro, rimborsabile in rate mensili di modico importo, durata dai 2 ai 6 anni, con garanzie aggiuntive da parte del Fondo di garanzia per le piccole medie imprese e del Fondo Europeo per gli investimenti. È inoltre previsto un percorso di accompagnamento per la redazione del progetto economico finanziario (c.d. business plan), per sostenere l’attività nella fase iniziale, cioè di start up, e per il monitoraggio durante tutta la durata del finanziamento.

di Alessandra Di Giovambattista

LE DONNE: UN FATTORE VINCENTE DEL MICROCREDITO IN BANGLADESH

di Alessandra Di Giovambattista

 

L’economista Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank, ha reso - così come si legge nella motivazione del conferimento del premio Nobel per la pace del 2006 - “Il microcredito uno strumento sempre più importante nella lotta alla povertà. La Grameen Bank è fonte di ispirazione e di modelli per le numerose istituzioni del settore del microcredito che sono nate in ogni parte del mondo”. Attraverso l’osservazione diretta della vita sociale ed economica degli abitanti poveri di un villaggio limitrofo a Chittagong, città del Bangladesh dove egli insegnava economia, si rende conto che il sistema bancario di fatto impedisce agli emarginati di riscattarsi dalla loro condizione di povertà. Il sistema bancario è organizzato in maniera tale da escludere ogni forma di credito a chi non presenti adeguate garanzie; compreso questo Yunus organizza una banca che esce fuori da questo schema, capace di organizzare il credito in modo diverso rispetto al pensiero ed alla metodologia tradizionale: fonda così la Grameen Bank – prima come filiale di una banca già esistente, poi come istituto autonomo - che in lingua originale del Bangladesh significa banca di villaggio (anche traducibile in rurale).

I punti di forza di questo nuovo istituto di credito sono riconducibili a quattro pilastri:

  • la componente femminile costituisce il 99% circa della clientela della banca; le donne si organizzano in gruppi in modo da incentivarsi l’una con l’altra nella restituzione del debito e da formare una rete di contatti in caso di difficoltà. Questo approccio offre delle garanzie sulla restituzione del credito e sulla credibilità delle donne affidatarie del prestito: in tal modo esse riescono ad assumere un ruolo di fondamentale importanza nell’economia familiare, divenendo piccole artigiane ed imprenditrici, riuscendo anche a riscattarsi socialmente;

  • la scadenza massima del credito concesso è di un anno; la restituzione avviene periodicamente, con cadenza settimanale, a rate fisse pertanto non elevate singolarmente che assicurano un tasso di restituzione pari a circa il 98% (performance mai riuscita in una banca tradizionale, anche se bisogna evidenziare che i presupposti sono totalmente diversi);

  • le singole debitrici, versando una parte dei loro redditi in quote di capitale della banca, divengono anche socie dell’istituto e possono eleggere alcuni membri del direttivo;

  • l’affrancamento dagli strozzini di migliaia di piccoli imprenditori ed artigiani che riescono a creare una propria attività redditizia con somme di denaro ridotte e che cercano di liberarsi da un peso sociale, economico e politico posto dalle classi dominanti.

Il nuovo sistema organizzato da Yunus ha un inaspettato successo, e la Grameen Bank apre nuove filiali in altre Nazioni tra cui le Filippine, gli Stati Uniti d’America e il Sudafrica. È così che l’economista, nel 2006, viene insignito del premio Nobel per la pace per il suo impegno nella lotta alla povertà ed all’emarginazione. Questi sono gli elementi base della sua nuova teoria economica di Business sociale: fede nelle capacità umane e solidarietà nell’ambito aziendale. Quindi un paradigma che vede l’uomo al centro dell’economia, del benessere, dello sviluppo, con istinti egoistici (così difficili da scardinare) calibrati però da slanci generosi di solidarietà e nella ricerca di un comune benessere attraverso la creazione di imprese con finalità sociali. Lo stesso Yunus definisce il business sociale come “un tipo di impresa che pone al centro del proprio operato le piaghe sociali, economiche e ambientali con cui la specie umana si trova costretta a convivere da lungo tempo: fame, mancanza di case, malattie, inquinamento, ignoranza. Per affrontarle e risolverle” (dal suo libro: “Si può fare! Come il business sociale può creare un capitalismo più umano”, Milano, Feltrinelli, 2010). Quindi porre l’essere umano al centro di tutto, con un particolare interesse per i giovani e per la sostenibilità, garantendo un’attenzione al prossimo non più da delegare ad enti umanitari ed assistenziali; un’azienda che sappia reinvestire il surplus nell’attività stessa, per il benessere complessivo, pronta ad agire a supporto dei più deboli nei momenti di difficoltà.

A conti fatti, in Bangladesh, nei primi anni di attività della banca, sono stati concessi prestiti di piccolo importo a circa 9 milioni di persone, di cui il 97% donne, ottenendo la restituzione del debito con un tasso che non è mai andato al di sotto del 98%! Ma la vera battaglia, in un paese musulmano, è stata combattuta in favore delle donne, a cui si è dato credito, non solo finanziario ma soprattutto umano; il prestito al mondo femminile, regolarmente restituito, ha permesso di attivare un percorso circolare virtuoso di finanziamento, e ciò ha rappresentato un buon esempio che si potrebbe seguire per uscire dalla fascia di povertà.

La banca per il microcredito funziona sulla base di gruppi di reciproco sostegno; in particolare sono gruppi formati da cinque persone, per il 96% donne, e ad ognuno di essi viene concesso un prestito. Un ulteriore prestito viene negato qualora all’interno del gruppo vi siano soggetti non affidabili; si crea così una corresponsabilità che crea onestà e solidarietà tra i singoli, spinge alla restituzione del prestito ed all’efficienza dell’attività svolta. Si genera una responsabilità di gruppo che incrementa non solo l’efficacia dell’impresa organizzata dai singoli componenti, ma migliora anche i risultati economico-finanziari della banca; un modello di circolarità finanziaria che si auto alimenta. Hanno così potuto partecipare a questo programma le donne che fino ad allora si vedevano negati i prestiti da parte degli istituti bancari tradizionali - ma non certo da parte degli usurai! - vuoi per ragioni di politica bancaria, per tradizione o per motivazioni religiose. È così che più della metà dei clienti finanziati dalla Grameen Bank sono usciti dalla povertà estrema, facendo registrare miglioramenti nei parametri che consentono di stimare il benessere di una società; in particolare le variabili rilevanti sono quelle che monitorano la frequenza scolastica dei figli, il numero dei pasti al giorno (che sono saliti a tre per tutti i componenti della famiglia), l’installazione dei servizi igienici nelle abitazioni, l’acqua potabile, la capacità di rimborsare settimanalmente un prestito di circa 300 taka (cioè di circa 8 dollari), l’accesso alle cure sanitarie. In tal modo la banca ha esportato il proprio modello in altri Paesi fino ad arrivare nei ghetti di Chicago! Yunus aveva da subito privilegiato le donne nella concessione dei prestiti perché aveva constatato, nelle sue ricerche, che erano più affidabili rispetto agli uomini: non usavano i prestiti per giocare d’azzardo, per acquistare alcool, fumo o altre attività ricreative, ed erano più precise nel rimborsare i prestiti alle scadenze. La nuova formula di concessione di piccoli prestiti frazionati, in modo da suddividere in rischio per cercare di annullarlo, ha rappresentato non solo una rivoluzione economica, ma soprattutto sociale: ha contribuito all’emancipazione delle donne in società nelle quali esse subiscono continue discriminazioni di tipo religioso, politico, culturale. Milioni di famiglie hanno migliorato le proprie condizioni di vita e ciò ha avuto come conseguenza anche una modernizzazione delle collettività che erano rette ancora da principi arcaici di sottomissione delle donne.

In un’intervista del 2015, Yunus ha dichiarato che, fino a quella data, più di 170 milioni di donne hanno ricevuto un prestito e nel 2014 la Grameen Bank a fronte di 1,5 miliardi di dollari concessi sotto forma di prestiti, ha ricevuto depositi sui conti di risparmio per un uguale importo. Ciò ha significato che non solo il prestito è stato tutto restituito ed ha fruttato interessi per la banca, ma i soggetti che lo hanno ricevuto hanno potuto non solo provvedere alla proprie spese correnti, ma hanno anche destinato una parte del ricavato al risparmio, che se ben gestito, per effetto del moltiplicatore bancario (capace di far girare più volte il denaro presente nei depositi attraverso continue concessioni di prestiti) può diventare a sua volte motore di sviluppo e di crescita. In tal modo il Bangladesh ha raggiunto l’obiettivo di ridurre della metà la povertà presente nel Paese, ed ha dimostrato che anche le persone povere sono in grado di possedere la loro banca e di avere successo. Ricordiamo infatti che le persone, in maggioranza donne, che prendono prestiti, diventano anche socie della banca stessa e nel 2015 la proprietà della banca era per il 75% in mano ai soggetti affidati. Dal 2016 il Governo possiede il 6% della proprietà mentre il rimanente 94% è in mano ai clienti finanziati; nel corso degli anni sono state aperte 2.185 filiali in 69.140 villaggi bengalesi.

Secondo Yunus, l’ingresso dello Stato nella banca potrebbe creare problemi nel futuro a causa di possibili ingerenze politiche. Nel 2011 Yunus è stato estromesso dalla Banca e alcuni ritengono che ciò sia la risultante di una campagna politica nata dopo le tensioni avutesi nel 2007 tra il fondatore stesso ed il premier bengalese Sheikh Hasina. In quell’anno infatti a seguito di un atto di golpe militare, Yunus manifestò la volontà di creare un movimento politico; questo fu sufficiente per l’allora classe politica, tutt’ora al governo, per considerarlo un contendete del potere. Così sono state lanciate contro il premio Nobel accuse di corruzione, per lo più infondate, con l’unico scopo di voler gettare ombra su un economista che è riuscito a creare le basi per combattere la povertà in un paese sottosviluppato dove forse, a qualcuno, fa gioco mantenere masse di persone allo stato di indigenza e di ignoranza. D’altronde, come per le guerre, ci sono spesso influenti soggetti, non numerosi, che hanno il solo obiettivo di guadagnare o di far arricchire, in questo caso, gli enti della cooperazione internazionale che affrontano il problema della povertà con pseudo azioni volte solo a movimentare ingenti masse di denaro e con l’obiettivo di continuare a mantenere una grande parte della popolazione nell’indigenza, perché anche questo può essere un fattore di ricchezza per pochi malevoli, potenti soggetti!



UN ECONOMISTA FUORI DAL CORO: ERNST FRIEDRICH SCHUMACHER

di Alessandra Di Giovambattista

 

«Al giorno d'oggi soffriamo di un'idolatria quasi universale per il gigantismo. Perciò è necessario insistere sulle virtù della piccola dimensione, almeno dovunque essa sia applicabile” questa è una delle frasi più significative che si possono leggere nel libro “Piccolo è bello” di Ernst Friedrich Schumacher, detto Fritz (Mursia editore, 2011).

Egli nacque nel 1911 a Bonn, in Germania; figlio di un professore di economia, intraprende egli stesso studi economici prima presso l’università di Bonn poi a Londra e a Cambridge dove conosce Jhon Maynard Keynes (padre della teoria macroeconomica) ed Arthur Cecil Pigou (fondatore dell’economia del benessere). Con una borsa di studio prosegue i suoi studi a New York presso la Columbia University dove approfondisce le teorie sulle banche e la finanza ed ottiene una cattedra temporanea alla Scuola di scienze bancarie della Columbia University. Rientrato in Germania sposa una ricca donna della borghesia tedesca ma, non volendo aderire al partito nazista decide di trasferirsi in Inghilterra dove, grazie alle conoscenze della moglie, viene assunto alla Unilever, multinazionale della produzione dei detergenti chimici e degli alimenti preconfezionati, ancora oggi presente sul mercato.

Durante la seconda guerra mondiale Schumacher viene internato in una fattoria isolata nel Northamptonshire in quanto considerato un “infiltrato”; è qui che inizia ad apprezzare il contatto con la terra ed il lavoro manuale. Tuttavia in ambito locale continua a divulgare le sue teorie basate essenzialmente sulla nazionalizzazione dell’industria pesante e sulla pianificazione economica in vista della ricostruzione post bellica; è in questo periodo che le sue idee vengono notate da J. M Keynes il quale riconosce le capacità e l’intelligenza del giovane economista tedesco.

Finito il conflitto ottiene diversi incarichi di Governo finalizzati all’organizzazione ed alla ripresa finanziaria ed economica del Regno Unito. Fu consulente economico dell’ente di gestione dell’estrazione del carbone dopo la nazionalizzazione delle miniere, il National Coal Board. Tuttavia per Schumacher è anche un periodo di analisi interiore: pratica yoga, si interessa di astrologia e misticismo, segue l’alimentazione vegetariana, è sempre stato incline agli approfondimenti spirituali e contrario al materialismo, all’agnosticismo ed al capitalismo. Si avvicina al pensiero filosofico di Gandhi e ne risulta fortemente influenzato; inizia ad esporre l’idea che se l’umanità continuerà a consumare risorse non rinovabili si troverà ben presto priva di materie prime necessarie per la vita.

È così che negli anni settanta iniziano a diffondersi, specialmente nel mondo anglosassone, le sue idee fortemente critiche verso le economie occidentali e favorevoli alle tecnologie basate sulle capacità umane, decentralizzate e rispettose della persona. Sono teorie in contrasto sia con il suo stesso pensiero iniziale sia con il pensiero dominante post bellico basato sulla crescita economica come fattore unico di sviluppo sociale. A causa di questi conflitti, dovuti ai suoi ripensamenti in ambito scientifico, decise di andare a lavorare in Birmania (attuale Myanmar) come consulente per lo sviluppo economico; qui però si trovò in contrasto con le teorie portate avanti dall’economista statunitense Robert Nathan (allievo di Simon Smith Kuznets - economista di origine ebraica, ma nato in Bielorussia - conosciuto per i suoi studi sul rapporto tra disuguaglianze sociali e crescita economica) inviato per studiare e proporre l’approccio più utile per favorire lo sviluppo economico della Birmania. Mentre Nathan e Kuznets proponevano di impiantare in Oriente il modello economico americano, Schumacher capì che la cultura e le abitudini di vita del popolo Orientale sono totalmente diverse da quelle proposte dall’Occidente. Egli era convinto che il semplice aiuto da parte delle economie occidentali non sarebbe servito a ridurre le disuguaglianze sociali in ambienti poveri, anzi avrebbe prodotto fratture e spaccature ancora più profonde perché la forbice della disuguaglianza avrebbe allargato ancora di più il divario: da una parte i ricchi che si riconoscono anche nelle tradizioni e nei consumi occidentali - perché potrebbero aver vissuto in contesti diversi da quelli di origine (ad esempio per studio o per lavoro) - dall’altra le persone povere che non conoscono usi e costumi diversi da quelli originari e che quindi non sono inclini all’acquisto di beni e servizi non rispondenti ai bisogni nascenti della propria cultura e dal proprio stile di vita. Inoltre l’economia occidentale, che sin dall’origine ha posto molta enfasi sull’espansione illimitata dei consumi, conduce ad un modello di vita materialista che confligge con la tradizione anche religiosa dei paesi orientali dove, specialmente in quelli in cui si seguono gli insegnamenti del Mahatma Ghandi, l’economia si considera al servizio delle persone e non il viceversa.

Le sue idee, in contrasto con il pensiero occidentale, non furono accolte e così decise di scrivere diversi articoli su come si imposta l’economia in un paese Buddista (Economics in a Buddhist Country) sulla cui base scriverà il libro “Piccolo è bello”. In esso si possono leggere concetti derivanti dalla filosofia di Ghandi in cui l’economia è un aspetto inseparabile della cultura di una società e del suo sentire filosofico. La ricetta, secondo Schumacher, non è portare l’uomo alla tecnologia concentrata in un determinato luogo spesso alienante (le fabbriche gigantesche ed altamente inquinanti) - costringendo le popolazioni a migrare dai propri territori di origine – bensì è introdurre tecniche e strumenti di lavoro (meglio descritti nel concetto di “tecnologia intermedia” che sviluppa durante un viaggio professionale in India) che permettono di migliorare le condizioni di vita senza rinunciare alle proprie tradizioni e senza produrre danni incalcolabili sull’ambiente. Solo così si potrà avere equilibrio e pace tra le diverse forme di vita: vegetale, animale ed umana. Queste le nuove modalità di crescita per le economie in via di sviluppo (take off): rispetto delle tradizioni e dell’ambiente per un progresso che sia il più compatibile con la cultura e le tradizioni della popolazione. Nel 1964 presenta le sue teorie di sviluppo sociale, basate sulla tecnologia intermedia, durante una conferenza presso l’Università di Cambridge; tuttavia le sue idee, contrastanti con i nascenti fenomeni del consumismo e dell’accentramento delle produzioni e delle risorse (economie di scale e dimensione), vengono criticate fortemente ed accantonate dagli economisti dell’epoca.

Sarà solo nel 1973 che riuscirà a trovare un editore disposto a pubblicare il suo libro “Piccolo è bello”, una raccolta di suoi articoli e riflessioni maturate in un ventennio di studi e di ricerche sul campo. Il suo scritto sarà un best seller, specialmente negli Stati Uniti dove sarà preso a base dei nascenti studi fondati sullo sviluppo sostenibile, sul rispetto dell’ecologia e dell’essere umano; può a ben ragione essere considerato il padre dell’economia sostenibile (c.d. green economy). Fritz Schumacher morì il 4 settembre del 1977 in Svizzera durante una serie di conferenze sull’economia e lo sviluppo sostenibile. Autore di altri libri di successo riuscì a coniugare la scienza economica con la religione anzi fu particolarmente attratto dalla speculazione interiore in ambito spirituale. A partire dal 1950 il suo pensiero fu molto influenzato dalle encicliche presentate da Papa Leone XIII (Rerum Novarum - 15 maggio del 1891) e Papa Giovanni XXIII (Mater et Magistra – 15 maggio del 1961) che provavano a dare un significato religioso e spirituale alle nuove teorie ed ai nuovi stili di vita. Fu influenzato anche dal pensiero di economisti e filosofi cattolici quali Gilbert Keith Chesterton, Hilaire Belloc e Vincent McNabb. Una nota particolare che esprime la crescita interiore, oltre a quella più specifica di tipo economico, caratterizzata dall’attenzione dei suoi scritti verso la centralità dell’uomo, risiede nella sua conversione al cattolicesimo, avvenuta nel 1971.

 

Fritz Schumacher, studioso delle possibilità di crescita dei Paesi in via di sviluppo (ma non solo) formula le sue teorie economiche innovative, per il mondo occidentale, ma ben radicate nel sentire e nella cultura dei paesi Orientali, che troveranno riscontro, come modalità di approccio con le persone e le società, anche nelle applicazioni e negli approfondimenti proposti dell’economista Muhammad Yunus premio Nobel per la pace nel 2006. Questi implementa in Bangladesh, sua Nazione di origine, le teorie sul microcredito che nascono e si sviluppano attraverso l’analisi della realtà quotidiana, intervistando i poveri presenti sul territorio, e cercando di comprendere di cosa avesse davvero bisogno la società in quello specifico momento.

Un’economia al servizio dell’uomo e non il contrario: questo dovrebbe essere il paradigma alla base dello studio delle teorie economiche, dove poi ogni società va analizzata nei suoi riflessi socio-culturali e solo successivamente si può adattare la teoria economica a lei più confacente. La collettività non è composta da automi ma da esseri viventi, con proprie profonde radici, che non possono essere obbligati a fare scelte e a tenere comportamenti identici e pedissequamente applicati con le stesse modalità con cui si applicano nel mondo occidentale o in qualunque altra Nazione. Occorre sottolineare la necessità del rispetto per tutte le espressioni naturali sia ambientali sia umane ma, per questo, occorre esercitare grande dominio sui propri connaturati istinti egoistici spesso esaltati da atteggiamenti di sequela verso soggetti ben pagati (i c.d. influencer) dalle potenti aziende multinazionali che inducono al consumismo globalizzato che distacca da ogni identità, prima di tutto umana, sociale e culturale. È anche sul campo delle scelte per la soddisfazione dei bisogni che si gioca il conflitto contro i potenti della Terra: occorre ripensare l’economia e collocarla in un quadro che rispetti la sostenibilità umana ed ambientale, contro ed al di là di ogni particolare ed autonomo interesse economico e finanziario.

 

 

 

RADIO N

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RADIO NEWS

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AFRICANPEOPLE ONG

 

presenta

 

giovedì 2 maggio 2024

 

ore 10,00

 

Contrasto al femminicidio.

 

Viaggio nel tempo alla scoperta della condizione della donna nella società: comunicazione per immagini.

 

L'evento avrà luogo giovedì 2 maggio 2024 a Roma in Via Quattro Novembre, 149, presso Spazio Europa, gestito dall'Ufficio del Parlamento europeo in Italia e dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea".





 

Programma

 

10,00-13,00

 

Saluti istituzionali della rappresentanza del Parlamento e della Commissione europea in Italia.

 

Emanuela Scarponi, presenta la ONG AfricanPeople.

 

Lily Scarponi, ingegnera e ricercatrice in ambito di pianificazione urbana: “Decostruire gli spazi della violenza di genere”.

 

Emanuela Del Zompo, giornalista e regista, presentazione del fumetto e del cortometraggio La leggenda di Kaira, comunicazione per immagini.

 

Prof.ssa Katia Ranieri: La situazione della donna nel Maghreb.

 

Emanuela Irace, giornalista, “Femminismo curdo contro la violenza di genere”.

 

Annalisa Avagliano, avvocato. “Il diritto delle donne”.

 

Valeria Fatone, giornalista professionista: autrice del libro”Il matrimonio, un lavoro come un altro”, edito da Albatros:

Il sessismo del revenge porn: l'ennesima violenza sulle donne”.

MOSTRA fotografica dei personaggi del fumetto

La leggenda di Kaira, personificati da attori famosi”.

 

 

 

 

 

Buffet R.S.V.P. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

 

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Ancora una volta serata interessantissima al Ghione, antico teatro del centro di Roma, dove oltre alle simpatiche commedie vengono presentati personaggi del passato con le loro eccellenti storie e trascorsi. “Sinatra“ the Man and His Music“. È lo spettacolo tra i migliori di questa stagione. La storia di Francis Albert Sinatra è da tutti conosciuta, egli nacque nel New Jersey nel dicembre del 1915. Ed è proprio con questo commovente racconto che ha inizio lo spettacolo. Il nostro artista Gianluca guidi percorre un vero e proprio viaggio in ricordo ed in onore del celebre “Frank“ come tutti lo conosciamo e lo ricordiamo. Una carrellata di sue canzoni, le più romantiche, le più affascinanti, grazie alla sua voce sensuale e romantica, attraverso le quali si è fatto conoscere ed ammirare in ogni parte del mondo, soprattutto in Europa e in America. Tra musiche e canzoni il nostro incantevole Gianluca ha raccontato e ricordato gli aneddoti sulla vita di Sinatra, una sua amicizia con Kennedy, i suoi grandi amori tra cui quello con la grande Ava Gardner, la sua immensa simpatia per l’Italia, da cui le sue origini. Proprio in questo spettacolo Gianluca Guidi ha dimostrato la sua eccellente preparazione, la sua voce così sensuale, molto somigliante al papà Johnny Dorelli. Ha contribuito al ricordo di Sinatra. In questo viaggio meraviglioso perché era giusto e doveroso ricordarlo a più di un secolo dalla sua scomparsa. Bravissimi anche i tre famosi progettisti che lo hanno accompagnato rendendo lo spettacolo completo ed interessante.

 

MARIA PAOLA SANTOPINTO 

Maria PaolaSantopinto