SANT’ANTONIO ABATE PADRE DEL MONACHESIMO
di Alessandra Di Giovambattista. 20 gennaio 2025
Il 17 gennaio di ogni anno si ricorda Sant’Antonio Abate; un santo molto amato dai fedeli soprattutto da chi è in contatto con la natura e con gli animali. Tuttavia, noi cristiani di occidente, quando sentiamo parlare di Sant’Antonio pensiamo immediatamente a Sant’Antonio da Padova (nato a Lisbona, ma vissuto e morto a Padova). Invece la chiesa orientale fa riferimento immediato a Abba (padre) Sant’Antonio abate detto il Grande e definito Teoforo, ossia portatore di Dio, vissuto per la maggior parte del tempo nel deserto della Tebaide (Egitto). La tradizione vuole che nel giorno della ricorrenza vi sia la benedizione degli animali, una sorta di riconciliazione tra l’uomo e la natura nonché simbolo della ricerca di un legame rispettoso tra esseri viventi. In diversi paesi d’Italia si può assistere a festose processioni dove i fedeli portano i propri animali, sia da compagnia sia da lavoro, a ricevere la benedizione impartita dal sacerdote. Altra tradizione è quella dell’accensione dei falò, chiamati anche fuochi di Sant’Antonio, che vengono accesi la notte del giorno prima (cioè il 16 gennaio) con la finalità di ricordare la vittoria di Padre Antonio sulle tentazioni demoniache (bruciate nella fiamma dello Spirito Santo) nonché di fungere da simbolo della luce che ogni cristiano deve rappresentare all’interno delle comunità e nel mondo.
Riguardo alla vita di Abba Antonio il Grande non si hanno molti scritti ma, uno dei più attendibili, è la “vita di Antonio” scritta del vescovo Atanasio di Alessandria, che peraltro era stato suo discepolo ed aveva ricevuto aiuto nella lotta contro l’arianesimo (una dottrina divulgata dal diacono Ario, nei primi anni del 300 d.C., secondo la quale nella Trinità soltanto il Padre può considerarsi veramente Dio, non generato e non creato, eterno e immutabile, mentre il Figlio Gesù, intermediario tra Dio e il mondo, fu creato dal nulla con la finalità di redimerci. Questa dottrina fu considerata eretica dal concilio di Nicea del 325 d.C.). Il libro è stato tradotto in diverse lingue ed ha contribuito a far conoscere la vita ma soprattutto il messaggio di Sant’Antonio ed il suo amore per la vita eremitica vista come via per il raggiungimento del discernimento attraverso lo Spirito Santo. Antonio non lascia scritti di suo pugno in quanto ritiene che l’unica parola da seguire sia la parola di verità del Vangelo, così come non lascia neanche una regola per coloro che vorranno seguirlo nella vita anacoretica.
Rimangono anche delle lettere e degli apoftegmi (parola di derivazione greca con la quale si intende definire un “detto”, una “massima”, un “aneddoto” che nella estrema sintesi del suo enunciato evidenzia una verità profonda con una valenza morale, etica o religiosa) riportati in forma scritta dai suoi discepoli per non dimenticare gli insegnamenti ricevuti. Mentre le lettere hanno come destinatari determinati soggetti - come ad esempio le prime due che contengono essenzialmente delle indicazioni di vita e di condotta per i monaci - gli apoftegmi hanno la caratteristica di essere validi per la persona a cui sono indirizzati, nel luogo e nel momento in cui sono stati proferiti. L’apoftegma non nasce quindi come una sentenza, come una massima sapienziale enunciata in astratto e universalmente valida, ma è una parola donata da un direttore spirituale a un discepolo che lo interroga. E’ una parola scaturita dalla vita esperienziale di preghiera e di discernimento di Antonio e inserita nella vita dei suoi discepoli desiderosi sempre di sapere il pensiero del loro padre spirituale.
Ma addentriamoci nella vita di Antonio per scoprire come il suo percorso di santità sia molto semplice, basato sugli insegnamenti di Gesù, trascritti nei Vangeli, che il Padre del deserto ha vissuto nei fatti, nella quotidianità della sua vita. Antonio nacque nella città di Coma (attuale Qumans) in Egitto nel 251 d.C. (morì 105 anni dopo nel 356 nel deserto della Tebaide in luogo sconosciuto; infatti per umiltà, non volendo far sapere il luogo della sua sepoltura, chiese ai suoi discepoli Atanasio e Macario di seppellirlo senza dire la località) da una famiglia molto ricca e di fede cristiana copta. Infatti nell’epoca di Antonio in Egitto si parlava la lingua copta, di derivazione egizia, da cui prese poi il nome la chiesa del luogo: cristiano copta. Sant’Antonio abate fu il primo eremita ad essere chiamato “monaco” e fu anche il primo a fondare un monastero cristiano costruito nella zona del Mar Rosso, il Monastero di Sant’Antonio, che è il più antico del mondo. Ma torniamo all’Abba: all’età di 18 anni perse i genitori e si ritrovò solo con una sorella più piccola di lui e con la necessità di dover amministrare un patrimonio cospicuo formato da vastissimi appezzamenti di terreno, case, denaro e beni mobili di diverso genere. Essendo cristiano si recava ogni domenica in chiesa e proprio durante una celebrazione ascoltò e meditò il passo del vangelo di Matteo in cui il giovane ricco - dietro l’esortazione di Cristo di vendere tutti i suoi beni, di donarne il ricavato ai poveri e di andare con Lui - decide di non accettare l’invito a seguire Gesù perché possedeva molte ricchezze. Invece, a 250 anni di distanza da quell’incontro narrato nelle sacre scritture, Antonio risponde positivamente all’invito del Signore e in due momenti diversi vende tutti i suoi beni, distribuisce il ricavato ai poveri, affida la sorella a delle vergini perché la educhino al loro modo di vita e decide di recarsi in una zona solitaria poco fuori dalla sua città. Infatti gli anacoreti egiziani dei primi secoli del cristianesimo non solevano recarsi nel deserto per la meditazione, la preghiera ed il discernimento; questa era una pratica seguita dal monachesimo giudaico. Così Antonio, poco distante da quella che era stata la sua casa, inizia la sua vita di meditazione e si confronta con degli anziani che vivevano in solitudine per imparare la pratica dell’ascesi, il cui significato non è assolutamente “elevazione” bensì “continuo esercizio” nella preghiera e nel discernimento della parola di Dio. Sarà poi Antonio tra i primi a recarsi nel deserto della Tebaide dove inizierà la sua vera vita contemplativa.
Un elemento che contraddistinguerà sempre l’abate sarà la sua profonda umiltà; attraverso essa chiederà lo Spirito Santo che lo guiderà nel discernimento tra il bene ed il male, che lo fortificherà nei confronti delle tentazioni e dei continui assalti del maligno, che gli darà il coraggio di ascoltare, di chiedere perdono e di convertirsi continuamente per ottenere la santità e che gli donerà uno slancio di amore fraterno per guarire i mali dello spirito e del corpo. Per Antonio è molto importante considerare l’uomo nella sua unità corporale e spirituale; occorre che l’uomo nella sua interezza sia purificato e stia bene. Non è possibile riconciliarsi con Dio se non si ristabilisce l’equilibrio originario dell’uomo (cioè quello di cui godeva l’essere umano nella creazione) che prevede la contemporanea salute dell’anima e del corpo. Ciò però non significa che il corpo non debba avere delle patologie o delle difficoltà o delle anomalie, ma implica che occorre stabilire il controllo e la costante accettazione della propria condizione fisica come mezzo attraverso il quale si ottiene la santificazione dell’anima affinché tutto l’essere si senta amato, in quanto figlio di un unico Padre misericordioso, in qualunque condizione fisica esso si trovi.
La sua vita nel deserto non fu facile perché fu sempre assalito dalle tentazioni demoniache che riuscì a vincere attraverso la via delle parole di vita e di verità contenute nel Vangelo; tuttavia le tentazioni erano considerate un banco di prova da Antonio il quale in uno degli apoftegmi esplicitamente dice che le tentazioni sono il modo per entrare nel regno dei Cieli; se si tolgono le tentazioni nessuno si salverà. Ogni vittoria sulla tentazione infatti rafforza la fede, rappresenta il traguardo di un nuovo equilibrio interiore migliore del precedente, attraverso la quale il Signore plasma giorno dopo giorno Antonio e lo rende una persona nuova. E’ nella tentazione che impara a conoscere sé stesso e le proprie debolezze, impara a diffidare delle sue forze e a confidare nel Signore, in un pellegrinaggio interiore di continua conversione verso la perfezione. Nel deserto, come afferma in un altro apoftegma, ci si libera dalla guerra dell’udito, della lingua e degli occhi; ne rimane solo una, quella del cuore. Per questo Antonio si mette alla ricerca della solitudine e la custodisce, nello spazio e nel tempo, e attraverso essa discerne i pensieri del proprio cuore e si mette in ascolto di Dio per combattere la sua battaglia interiore. Veglia su di sé e non dà giudizi sull’operato divino perché non spettano all’uomo; nella più completa umiltà Antonio riconosce il giusto posto di Dio e dell’uomo secondo verità. Egli intende affrontare la battaglia contro la separazione dell’uomo dal suo creatore; la vittoria che conduce all’unicità del cuore e dell’anima è assicurata solo con la meditazione esercitata nel silenzio.
Quindi il deserto sarà la sua casa, da Antonio il Grande nascerà il monachesimo eremitico e sarà di esempio per molti altri uomini alla ricerca di Dio; ma sarà anche il monachesimo cenobitico (è la forma di monachesimo praticata in piccole comunità di monaci che vivono, lavorano, mangiano e pregano insieme, sotto la guida di un direttore spirituale e sottoposti ad una regola) a prendere le mosse dall’abate. Infatti anche se il fondatore dei monasteri cenobiti è San Pacomio, egli fu discepolo di Antonio, e ne seguì gli insegnamenti. Il cenobitismo in realtà nasce dalla volontà di quei monaci che, pur volendo condurre una vita di meditazione, non riuscivano a raggiungere il rigore di ascetismo e di solitudine del padre Antonio. Ed allora l’abate offre la via per la vita contemplativa, valida per tutti i monaci; in particolare si legge in un apoftegma che all’inizio della sua vita nel deserto Antonio fu preso da grande sconforto, frutto della tentazione di voler tornare alla sua vita precedente; ma Antonio nella sua grande umiltà chiede al Signore di essere salvato comprendendo di non essere capace con le sue sole forze di contrastare gli assalti del maligno. Così il padre ebbe una visione: vide uno come lui che stava seduto e lavorava, poi si alzava dal lavoro e pregava, poi di nuovo si sedeva ed intrecciava la corda, poi di nuovo si alzava per pregare. Era un angelo del Signore inviato a correggere Antonio e a rassicurarlo. E udì l’angelo che diceva “fa così e sarai salvato”. All’udire queste parole si sentì incoraggiato, fece così e si salvò. In realtà l’angelo insegnò ad Antonio la regola dell’”ora et labora”, ripresa poi come regola da Pacomio prima e da Benedetto poi. Quindi Antonio con il lavoro provvede alle sue necessità, e riserva una parte del guadagno ai poveri, ma contemporaneamente prega con fervore e ciò in perfetto accordo con la lettera di San Paolo ai Tessalonicesi dove è chiaramente detto che chi non vuole lavorare neanche mangi.
Antonio tuttavia pur vivendo un monachesimo di solitudine è guida per tutti coloro che chiedono aiuto per ottenere o concedere il perdono e arrivare alla correzione del cuore. In Antonio questo insegnamento diventa modello di vita; egli è sempre pronto ad ammonire e a correggere i suoi discepoli e con tutta umiltà è disposto anche a correggere sé stesso, ad ascoltare padri saggi e a chiedere misericordia agli altri e a Dio. Infatti per Antonio c’è posto per tutti, perché tutti hanno una missione, per tutti c’è un progetto di vita, anche per coloro che sembrano vivere nelle tenebre più fitte. Il silenzio aiuta a ritrovare la vera essenza della vita e diviene la guida verso la ricerca del massimo bene. In questa relazione biunivoca di amore e misericordia c’è solo da guadagnare; ci si corregge, ci si perdona, si impara a scegliere il bene, ci si salva. Questa è l’eredità che lascia abba Antonio il Grande Teoforo, a tutti coloro che vogliono farsi cercatori di Dio.
LE CARTELLE CLINICHE ELETTRONICHE (EHR) PER UNA MEDICINA INFORMATIZZATA
di Alessandra Di Giovambattista. 15 febbraio 2025
La digitalizzazione delle cartelle cliniche diventa un obiettivo di razionalizzazione dei dati sanitari, di più Paesi, a partire dal 2009 con l’emanazione negli Stati Uniti d’America della legge sulle Tecnologie dell’Informazione Sanitaria per la Salute Economica e Clinica (HITECH act - Health Information Technology for Economic & Clinical Health) al fine di incoraggiare, mediante incentivi erogati dal Dipartimento della salute e dei servizi umani statunitense, – di cui fa parte l’agenzia per l’attuazione dei piani sanitari americani “medicare” e “medicaid (i Centers for Medicare and Medicaid Services (CMS)) - gli operatori sanitari e tutto l’indotto ad adottare tecnologie informatiche in ambito sanitario. Gli obiettivi della legge sono il miglioramento della qualità dell’assistenza sanitaria dei pazienti attraverso metodologie informatiche nel rispetto della privacy e con la garanzia di sicurezza delle informazioni mediche condivise con gli altri operatori sanitari. A tale scopo la legge ha previsto che l’ufficio per i diritti civili statunitense possa irrogare sanzioni in caso di violazioni delle norme sulla privacy e sulla sicurezza dei dati. Per attivare questa rivoluzione informatica in medicina la legge HITECH ha previsto che tutti i fornitori di servizi sanitari utilizzino le cartelle cliniche elettroniche (EHR – electronic health record), sistemi di prescrizione elettronica ed altre tecnologie informatiche in ambito medico. I vantaggi della legge risiedono nel miglior accesso all’assistenza sanitaria e al coordinamento delle cure con un’attenzione particolare alla garanzia della sicurezza dei dati dei pazienti. Inoltre i sanitari avendo a disposizione tutto il quadro clinico dell’assistito possono scegliere le migliori cure, ridurre gli errori medici e i costi per l’assistenza sanitaria. Si è trattato indubbiamente di una legge complessa e costosa che ha coinvolto molti operatori sanitari che hanno dovuto rispettare i requisiti previsti per ottenere gli incentivi e hanno cercato di muoversi al meglio tra le complesse norme sulla privacy e sulla sicurezza.
Dall’introduzione delle cartelle cliniche elettroniche il mondo medico ha compiuto passi da gigante nell’uso dell’informatica e di alcuni prodotti dell’Intelligenza Artificiale (IA) per cercare di ridurre i costi e migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria. Tuttavia dopo 10 anni dal loro utilizzo non si era riusciti ad avere prove concrete a favore del preventivato impatto economico positivo della cartella elettronica, pur non disconoscendone la validità rispetto al cartaceo. Infatti secondo le previsioni del governo USA la sua introduzione avrebbe dovuto ridurre drasticamente la spesa sanitaria di importi tali che avrebbero più che compensato gli investimenti stimati in circa 22 miliardi di dollari necessari per introdurre ed utilizzare il canale informatico. Di fatto nelle sua versione originale l’innovazione non aveva prodotto il tanto sperato risparmio e la sua effettiva utilità aveva fatto sorgere dubbi in quanto le cartelle elettroniche ricalcavano i contenuti di quelle manuali senza migliorare le performancemediche e ottimizzando solo la funzione contabile per i rimborsi assicurativi.
Così, per correggere il tiro, negli ultimi anni sono stati inseriti nelle cartelle elettroniche dei software che rappresentano dei sistemi di risorse di supporto alle decisioni dei medici al fine di rendere più efficace l’assistenza sanitaria, basati o su conoscenze passate (si invia un insieme di dati clinici del paziente che opportunamente elaborati attraverso degli algoritmi restituiscono delle informazioni mediche al professionista) o su sviluppi di tecnologie di IA, come la machine learning (che permette ad un sistema informatico di imparare da esperienze pregresse o di trovare specifici schemi medici attraverso i dati clinici inviati). Ed infatti sono stati incorporati nei programmi delle cartelle elettroniche degli strumenti di supporto alle decisioni cliniche i c.d. clinical decision support sistem (CDS) che rappresentano degli ausili per il personale sanitario sulle cui indicazioni essi possono trarre spunti per prendere delle decisioni basate sulle evidenze cliniche, ottimizzando i risultati per i pazienti e migliorando la qualità delle cure. È evidente che la partita si gioca sulla validità dello strumento offerto al medico per supportare le proprie scelte diagnostiche e terapeutiche nonché sull’effettiva volontà del professionista sanitario di avvalersi di questi strumenti confidando nelle risposte fornite dai prodotti informatici. In tale ultimo senso i medici sottolineano che un CDS, per essere affidabile, deve dare accesso rapido a indicazioni accurate ed aggiornate su diagnosi e trattamenti terapeutici nonché rendere disponibili informazioni rilevanti, attendibili e facilmente accessibili, affinché si possa offrire la migliore assistenza al paziente. Il tutto deve inoltre essere di facile fruibilità consentendo la consultazione della cartella elettronica mediante l’uso dei diversi dispositivi mobili. Integrare le risorse dei CDS nelle cartelle elettroniche accresce l’efficienza e l’efficacia delle terapie raggiungendo il massimo dei risultati medici ed anche economici e ridà speranza alla promesse che erano contenute nei programmi iniziali di sviluppo informatico.
Si arriva così, anche in Italia, nel 2013 a meglio definire la natura di un documento informatico, la sua conservazione e gestione e la firma digitale, iniziando così un percorso verso l’introduzione delle cartelle cliniche elettroniche, accreditate ormai come strumento fondamentale per la modernizzazione di tutti i sistemi sanitari e posto come obiettivo anche dall’Unione Europea. Esse comprendono tutti i dati dei pazienti consentendo così agli operatori sanitari di poter monitorare i propri assistiti, le loro patologie, prescrivere screening preventivi o vaccinazioni, tutto in tempo reale. Inoltre i dati contenuti in esse sono interscambiabili tra più professionisti al fine di fornire assistenza coordinata, efficiente ed efficace, riducendo il rischio di errori di trattamento e migliorando i risultati complessivi per i pazienti. Lo scambio di dati di natura sanitaria dovrebbe garantire ricadute positive anche in ambito amministrativo ottimizzando i flussi di lavoro, riducendo le attività burocratiche e le liste di attesa e rendendo la documentazione meno deteriorabile rispetto alle cartelle cartacee.
In più il paziente si sente molto più coinvolto nel processo terapeutico divenendo esso stesso un attento osservatore della propria condizione di salute e così contribuendo al miglioramento dei risultati di efficacia ed efficienza della terapia medica. Molti Paesi del mondo hanno ormai implementato le cartelle cliniche elettroniche con l’obiettivo di incrementare la medicina personalizzata e di precisione che ha alla base l’analisi di grandi insiemi di dati per approfondire trattamenti specifici per ogni paziente; in più il progresso ha integrato le cartelle cliniche elettroniche con sistemi di apprendimento automatico e tecnologie riconducibili all’IA che migliorano i processi predittivi e coadiuvano le scelte terapeutiche. Sembra proprio che il futuro sia proiettato verso il miglioramento dell’elaborazione dei dati medici da parte degli operatori sanitari al fine di personalizzare e migliorare le cure e rendere quindi più efficace ed efficiente il sistema sanitario.
A tutto ciò però fanno da contrappeso degli aspetti da tenere in considerazione per il buon esito della nuova metodologia clinica. Intanto l’applicazione di queste tecnologie implica dei costi di realizzazione relativi non solo alla strumentazione ma anche, e soprattutto, di formazione del personale medico, sanitario ed ausiliario; infatti è su di essi che grava l’accuratezza dell’inserimento dei dati nelle cartelle cliniche elettroniche. Alla base di una scelta diagnostica e terapeutica efficace ed efficiente è indispensabile che i dati consultabili all’interno delle cartelle siano accurati ed affidabili; ma per garantire ciò occorrerebbe diminuire, se non annullare, gli errori che potrebbero verificarsi per i più disparati motivi. In tale ultimo senso le sviste più comuni possono ricondursi ad errori di immissione delle informazioni (errori di battitura o codici errati; ad esempio l’indicazione inesatta di un dosaggio di un farmaco potrebbe compromettere la terapia, se non, all’estremo, mettere in pericolo la vita del paziente), di duplicazione o sovrapposizione di dati con possibili indicazioni tra loro contrastanti, di immissione di informazioni identiche ma inserite in modo diverso perché non individuate con codici univoci (c.d. standardizzazione), di mancanza di coordinamento tra sistemi informatici (per cui il sistema delle cartelle elettroniche potrebbe scartare dati provenienti da sistemi non riconosciuti perché non resi compatibili; c.d. interoperabilità), di qualità dei dati immessi (dati incompleti, obsoleti). Tutte queste tipologie di inesattezze hanno come diretta conseguenza di produrre, con elevata probabilità, problemi di accuratezza e di veridicità dei dati con possibili conseguenze in temini di errori di diagnosi e/o di terapia. Pertanto i costi di formazione del personale, che deve essere continua ed aggiornata con riferimento anche agli sviluppi dei software, nonché il tempo necessario per i controlli di routinedelle cartelle cliniche, per verificarne l’esattezza dei dati, si rendono elementi necessari per garantire la qualità del processo di informatizzazione.
Un altro aspetto da non sottovalutare, posto all’attenzione sin dall’inizio del processo di informatizzazione delle cartelle cliniche, è quello relativo alla privacy ed alla sicurezza dei dati; in effetti tutti gli strumenti informatici sono vulnerabili ad attacchi e violazioni (non ultimo il caso degli attacchi al sistema informatico della regione Lazio nel 2021 e nel 2024 che hanno coinvolto anche i dati sanitari) e pertanto va rafforzata la tutela dei dati per garantire protezione e sicurezza dei pazienti.
Dal punto di vista dell’accettazione, da parte del personale sanitario, delle cartelle cliniche elettroniche è bene evidenziare che alcuni operatori potrebbero essere resistenti al cambiamento o non essere del tutto convinti circa l’efficacia del nuovo sistema informatico rispetto al cartaceo; in tal senso diversi soggetti ritengono che il processo di immissione dei dati porti via molto tempo ed interferisca con il lavoro ordinario e probabilmente, almeno in una fase iniziale, questo corrisponde alla realtà. Il problema invece più delicato riguarda la sindrome da “burnout” che è caratterizzata in un insieme di sintomi derivanti da stress persistente associato ad un contesto lavorativo che viene percepito come logorante dal punto di vista fisico e psicologico. Lo stato di prostrazione psicofisica può portare il personale sanitario ad una riduzione della soddisfazione professionale con perdita di interesse ed aumento degli errori medici. La compilazione delle cartelle cliniche elettroniche può richiedere più tempo e più attenzione, incrementando il carico di lavoro che il personale sanitario percepisce peraltro di natura amministrativa. La loro consultazione può essere avvertita come un’interruzione del flusso di lavoro medico causando un senso di frustrazione ed inefficienza; inoltre la ricerca su più schermate dei dati necessari potrebbe indurre facilmente in uno stato di sovraccarico cognitivo. Infatti il grande numero di dati che possono generare le cartelle elettroniche, che potrebbero anche essere inutili nell’ambito di una visita (ad esempio in una visita di controllo), potrebbe di fatto interferire negativamente nel rapporto medico-paziente che risentirebbe della riduzione del tempo per le relazioni con l’assistito a causa delle consultazioni informatiche.
Esito di tutto ciò, se si vuol cogliere l’aspetto positivo dell’informatizzazione sanitaria, è la logica ed il buon senso che dovrebbero aiutare a: scegliere dati davvero utili al personale sanitario, senza sovraccaricarlo di questioni burocratiche da far risolvere al personale amministrativo; garantire la privacy e la sicurezza dei dati; fornire sistemi facili da consultare e compilare, che vadano incontro alle reali necessità del personale sanitario, tenendo fuori gli interessi delle aziende informatiche e quelli della politica.
Il Tempo delle donne è una associazione senza scopo di lucro, ideato da Rita Valenzuela, giornalista della Repubblica dominicana, che si pone l'obiettivo di mettere in evidenza e proteggere le donne. E’un’associazione che mette insieme donne straniere provenienti da varie parti del mondo ed italiane al contempo, che cercano la loro strada di liberazione ed emancipazione nell'arte.
Nel 2020, Rita Valenzuela decide di promuovere - con l’associazione “Il tempo delle donne” che presiede - un concorso d’arte, nato con l’obiettivo di vivere una esperienza pittorica, scultorea, e fotografica. Rita infatti è stata una photoreporter di raro talento nella Repubblica dominicana ed è abituata ad esprimere la sua femminilità attraverso la fotografia, raccontando l’anima delle donne con il suo scatto.
Ecco che così pensa di coinvolgere e trascinare altre donne, le sue amiche, le sue connazionali e non, le donne di tutto il mondo, nella convinzione di perseguire assieme a loro - la strada della libertà, della emancipazione ed autodeterminazione.
Diviene lei stessa una leader.
Ma cosa succede nel 2020?
Quello della pandemia è stato il momento più disastroso della società umana, della storia dell’umanità, la prima pandemia che colpisce tutti gli esseri umani, accomunati da questo disastroso e tragico momento per la storia dell’umanità tutta. Nel passato infatti le pandemie erano circoscritte ad un luogo specifico in mancanza di mezzi di trasporto aerei veloci che impedivano la trasmissione di un virus fatale in tempo reale ed ovunque nel nostro pianeta.
Gli essere umani tutti di ogni razza, religione, età, si ritrovavano a combattere un nemico invisibile, che attacca l’Uomo per via aerea.
Facebook diviene un mezzo di comunicazione che attraversa le case, le strade, le città, gli Stati fino a mettere in comunicazione il globo intero.
La pandemia prendeva il sopravvento sull’Uomo, che veniva annientato giorno dopo giorno da un nemico comune invisibile. Si contavano uomini e donne che perdevano la vita giorno dopo giorno, con immagini che ci sopraggiungevano dalla tv di interminabili file di camion militari lungo le strade delle nostre Regioni del Nord, le prime colpite.
C’era una guerra in corso contro un nemico invisibile, arrivato da chissà dove, forse dalla Cina, un luogo divenuto poi tristemente famoso, il laboratorio di virologia di Wuhan o dal mercato del pesce prossimo ad esso.
Si pensi che per la prima volta nasce un canto che va sulla bocca di tutti: Jerusalem, un canto semplice, alla portata di tutti, che veniva recitato e ballato da tutti …..
Per la prima volta la pace nel mondo era un bisogno di tutti, tra tutti i popoli del pianeta, accomunati dalla lotta per la sopravvivenza stessa del genere umano.
Mentre noi tutti eravamo chiusi in casa, in preda alla disperazione, tanto da cambiare le nostre abitudini per sempre, la sensibilità femminile che contraddistingue Rita in particolare prende il sopravvento sulla tragedia in corso che colpiva tutto il pianeta, sviluppando così la propria creatività artistica come uno strumento di sopravvivenza. La esigenza di vivere in casa per cosi lungo tempo, dimenticando le sue farfalle lontane, la spingono a disegnarle lei stessa, colorando così la sua vita interiore di arcobaleni nascenti dai continui diluviiin atto.
Così supera le barriere imposte nonché la depressione e la malinconia.
Ma non tutti ci sono riusciti.
Ancora più grave della pandemia è stata la crescita spasmodica del fenomeno del femminicidio, che ha registrato un aumento sproporzionato di casi di violenza in casa proprio perché si è stati costretti a stare 24 ore su 24 chiusi con il proprio partner.
Le statistiche del fenomeno di femminicidio parlano chiaro:
Giovani di tutte le sfere sociali commettono violenza sulle donne, senza provare sensi di colpa. Fuggono dalle loro malefatte per non pagare la pena senza provare rimorsi.
Questo penso sia l'aspetto più grave della faccenda. La nostra società sta andando verso un tale degrado sociale che diviene pericoloso per le donne poter vivere liberamente, a dispetto di tutta la storia recente, tesa all’emancipazione femminile costante.
Quindi, lo sforzo della associazione Il tempo delle donne è quello di ampliare il pubblico interessato e coinvolgere il maggior numero di persone, donne in particolare che, approdate nel nostro Paese, sentono il bisogno di esprimersi in vario modo, attraverso il lavoro e l'impegno sociale.
A tale scopo, il Tempo delle Donne continua la sua missione nel cercare artiste donne che vogliano interagire con l’associazione al fine di creare una rete di promozione sociale, culturale, politica verso la liberazione delle donne dalla schiavitù, come avviene ancora in molti Paesi del Medio Oriente e dell'Africa.
Ma, a ben vedere, anche in Italia il fenomeno del femminicidio cresce a dismisura giorno dopo giorno e questo sta diventando un vero problema sociale.
Noi donne di oggi siamo il risultato di questa storia. Le donne che si affacciano al mondo dell’imprenditoria, dell’editoria, dell’arte, ripudiando la posizione - ormai desueta - della donna oggetto di bellezza ed attrazione fisica, trovano nell’associazione il Tempo delle Donne una risposta concreta ai loro bisogni interiori, psicologici e di concreto aiuto alla loro indipendenza.
Il Tempo delle Donne, ispiratosi alle sorelle Mirabal, Patria, Minerva e Maria Teresa, che rappresentano un simbolo per la Repubblica dominicana e per il mondo intero - che festeggia la Giornata internazionale delle donne proprio il giorno del loro ricordo, il 25 novembre - sta crescendo anno dopo anno, promuovendo arte ma non solo, anche corsi di perfezionamento della lingua italiana, della storia dell'arte, del corso di lettura delle immagini, della evidenziazione di società matriarcali presenti nel nostro pianeta, come la società Himba.
A tale proposito, si ricorda che il 3 marzo prossimo sarà presentato presso il Comune di Roma il libro d'arte “Donne: attimi di vita” a cura di Rita Valenzuela, giornalista della Repubblica dominicana in Italia e direttore della testata italodominicano.tv.
LA RIEDUCAZIONE DEI DETENUTI MINORENNI: UNA RIFLESSIONE di Alessandra Di Giovambattista
9-2-2023
La legge n. 103 del 2017, in tema di modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario, contiene al suo interno anche delle deleghe; tra esse ci si vuol soffermare su quella che detta specifici principi e criteri direttivi per l'adeguamento delle norme dell'ordinamento penitenziario alle esigenze rieducative dei detenuti minorenni, con particolare attenzione all'istruzione ed ai contatti con la società esterna, in funzione del futuro reinserimento sociale del minore. Il provvedimento introduce e disciplina le misure penali di comunità, quali misure alternative alla detenzione rivolte esclusivamente ai condannati minorenni e ai giovani adulti (quelli di età inferiore ai 25 anni). Si tratta di: affidamento in prova al servizio sociale, affidamento in prova con detenzione domiciliare, detenzione domiciliare, semilibertà e affidamento in prova in casi particolari (cosiddetto affidamento terapeutico). Il collocamento del minore può avvenire in comunità pubbliche o del privato sociale, anche in gestione mista con enti locali.
La questione da porsi è se il carcere minorile e le pene inflitte al minore riescano effettivamente a risolvere le problematiche che hanno spinto il soggetto a delinquere. Nella maggior parte dei casi la risposta è negativa; si assiste molto spesso a situazioni in cui la struttura carceraria può addirittura aggravare le problematiche che hanno indotto il minore a compiere il reato, creando e/o consolidando uno stato di emarginazione e di auto esclusione rispetto al mondo esterno. Peraltro la pena detentiva favorisce la segregazione del minore in un ambiente in cui è forte e stretto il contatto con la delinquenza, rafforzando così i legami malavitosi ed accentuando il rapporto conflittuale con la società.
Da qui la necessità di ripensare le pene detentive inflitte ai minorenni; in particolare la detenzione deve rappresentare una misura residuale e applicabile solamente nel caso in cui le misure alternative siano fallite. Quindi le norme rivolte alla rieducazione dei minori devono avere un carattere di autonomia e specificità rispetto al complessivo sistema delle pene detentive in quanto per i minorenni è fondamentale individuare il trattamento che meglio risponda alla situazione psico-sociale del condannato, escludendo ogni rigido automatismo e favorendo, piuttosto, il ricorso alle misure alternative risocializzanti, che meglio possono contribuire al reinserimento del soggetto nella società e impedire che possa tornare a commettere nuovi reati.
Secondo gli ultimi dati tratti da ISTAT e dal Ministero della Giustizia, i detenuti presenti negli istituti penali per i minorenni, al 15 Dicembre 2022, sono 400 (390 uomini e 10 donne); 206 sono minorenni, mentre i restanti 194 hanno tra i 18 ed i 24 anni. Sono 199 gli italiani e 201 gli stranieri. Al 31 dicembre 2021 i detenuti presenti negli stessi istituti erano 318 (311 uomini e 7 donne); 136 erano minorenni e i restanti 182 avevano un’età compresa tra i 18 e i 24 anni. Del totale dei detenuti, il 42 per cento è straniero.
I dati sono in crescita e in generale si assiste ad un’emergenza educativa che spesso sfocia in situazioni di delinquenza minorile, espressa in diverse forme: bullismo, cyberbullismo, violenze fisiche, furti, scippi, spaccio di sostanze stupefacenti, prostituzione, e così via. Dalle ultime rilevazioni si evidenzia che occorre distribuire uniformemente sul territorio italiano i minori stranieri non accompagnati accolti in Italia, in quanto questi sono ragazzi vulnerabili: su 10 ragazzi scomparsi in Italia 9 sono minori stranieri non accompagnati. Dove finiscono? Spesso sono vittime di violenza, sono reclutati dalla malavita, sbandati ed abbandonati. Comunque, in generale, il problema riguarda tutti gli adolescenti; secondo la relazione del 2017 presentata dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, i minori, adolescenti, sono “sempre più soli, bambini che chiedono di essere ascoltati e di giocare, con un utilizzo non consapevole dei social media; adulti sempre più distratti o assenti rappresentano indizi di una vera e propria emergenza educativa”. Più di recente, lo stesso organismo ha riportato all’attenzione - a ridosso dell’episodio che ha visto la fuga dall’istituto penale per minori Cesare Beccaria di sette ragazzi il giorno di Natale del 2022 - i temi del disagio e della devianza giovanile; pur riconoscendo che il nostro sistema penale minorile rappresenta un’eccellenza in Europa, va sottolineato che ora la sfida si gioca sulle modalità di pene alternative al carcere. La soluzione non può essere rappresentata esclusivamente dalla detenzione, occorre invece valorizzare le pene alternative; inoltre le sanzioni devono essere commisurate all’età del minore – egli si trova in un’età che vede un incompleto processo formativo, con la personalità ancora in corso di sviluppo ed evoluzione - e deve essere promossa la giustizia riparativa al fine di prevenire ed evitare il processo penale. In tale ambito si ricorda come uno dei principi fondamentali del Codice di Procedura Minorile sia la residualità della detenzione: tale misura è da utilizzare solo nel caso in cui le misure alternative siano fallite, costituendo la summa maxima del procedimento di emarginazione del soggetto.
Funzione rilevante viene svolta anche dai servizi del Ministero della Giustizia, nonché dai servizi sociali degli enti locali; questi ultimi riescono ad individuare le problematiche del minorenne, realizzando progetti di recupero in seguito ad un costante ascolto e in forza di una strutturata comunicazione con il minorenne e la sua famiglia. Il servizio sociale opera su aree diverse, sviluppando un notevole impegno nell’attività di sostegno e di recupero dei minorenni devianti, cercando di comprendere quali possano essere i provvedimenti più idonei da attuare.
Altro aspetto che riguarda il mondo degli adolescenti è la costante crescita della povertà nei nuclei familiari con bambini, specialmente nelle famiglie con tre o più figli minorenni. La povertà economica si traduce, facilmente, in povertà educativa creando ragazzi sempre più distanti dalla realtà che li circonda, sempre più disimpegnati e carichi di rabbia che spesso sfocia in violenza verso tutti, coetanei e non. Quindi una riflessione sull’aspetto educativo è prodromica se si vuol comprendere ed arginare il problema della delinquenza minorile e se si vogliono analizzare quanto siano proficue ed efficaci le possibili modalità di recupero dei minorenni detenuti o affidati alle strutture che implementano le misure alternative.
L’attenzione va posta soprattutto nel contesto di vita dei minori: esistono periferie che sono ghetti, dove l’unica cosa che i giovani possono fare è delinquere; non viene loro offerta alcuna alternativa sana che sia una palestra, un teatro, dei laboratori artigianali e creativi, degli oratori, ecc. Così come anche il troppo benessere induce i giovani benestanti alla ricerca di esperienze nuove spesso al limite della legalità che li possono condurre a commettere atti delinquenziali. Occorre quindi porre attenzione a tutte le forme di disagio e sarebbe auspicabile che in primis la scuola offrisse dei percorsi professionalizzanti e improntati su concrete possibilità di occupazione, affiancata dalle associazioni sportive, dalle parrocchie nonché dalle associazioni del terzo settore con la finalità di svolgere un ruolo aggregante, alternativo ed arginante della malavita. Sarebbe quindi necessario creare spazi di lavoro per i ragazzi che non intendono proseguire gli studi con la possibilità di poter accedere al mercato dei capitali con forme di finanziamento alternative e dirette, come ad esempio il crowfounding, che potrebbe assumere il connotato di “crowfoundig sociale - giovani”, magari con forme di garanzia dello Stato o degli enti locali.
Se un soggetto sceglie di delinquere solitamente è condizionato dall’ambiente in cui è cresciuto: può essersi trovato in un ambiente con poche regole o può aver subito l’indifferenza totale dei genitori; si potrebbe però trattare anche di famiglie con troppe regole, da cui l’adolescente vuole scappare perché si sente oppresso, o anche di situazioni svantaggiate in cui il minore potrebbe essere cresciuto, da cui vuole riscattarsi commettendo crimini per arricchirsi facilmente e velocemente. È importante comprendere, oggi più che mai, che l’indifferenza non educa; i bambini hanno bisogno di certezze ed apprendono le regole essenzialmente dai modelli e dall’insegnamento dei genitori e delle altre figure educative con cui vengono a contatto ed interiorizzano le regole attraverso l’esempio, la testimonianza ricevuta. Occorre anche sottolineare che gli esempi che oggi vengono offerti, specialmente dai media sempre meno indipendenti, si basano su una società c.d. “liquida” dove non c’è più certezza, neanche negli ambiti delle scienze naturali dove, in alcuni casi, le risposte sono nette ed oggettive. Quindi il disorientamento, specialmente per i giovani, è forte ed in alcuni casi sempre meno gestibile. E da qui l’importanza della presenza costruttiva e coraggiosa dei genitori, degli insegnanti, ma anche dei referenti degli ambienti aggreganti quali: palestre (quindi degli istruttori sportivi), oratori (i sacerdoti ed i catechisti nonché gli animatori), centri culturali in genere (pertanto i referenti degli ambienti artistici, dello spettacolo e dell’intrattenimento). Albert Bandura ha sottolineato come i bambini spesso imitano ciò che li circonda e questa è la dimostrazione della teoria dell’apprendimento sociale. Questa teoria sottolinea ancora di più l’importanza dell’educazione per prevenire i reati dei minori fin dalla tenera età. I bambini quasi sempre copiano i comportamenti che apprendono da chi sta loro intorno e le prime esperienze sono quelle che si vivono a casa e a scuola. Per questo motivo bisogna educare i giovani al rispetto delle regole fin da subito, per evitare che imparino comportamenti sbagliati ritenendoli corretti.
Occorre poi che il bambino tragga insegnamento anche dagli errori che può commettere (in questo mi sembra molto educativo lo sport, e specialmente quello di squadra, dove si impara il rispetto, la condivisione e la solidarietà) ed è importante che gli educatori concedano una seconda possibilità al fine di far capire che anche l’impegno volto a riparare lo sbaglio viene riconosciuto; il minore a casa, a scuola, così come nel procedimento penale, deve essere messo nella condizione di imparare dai propri errori e capire che ciò che ha fatto è sbagliato e che può agire in maniera diversa per non incorrere in una punizione futura. La parola fondamentale è la parola “fiducia”, “fede”, che permette a chi la concede e a colui a cui viene concessa di poter fare un passo avanti, di poter crescere e migliorare, di poter confidare in sé stessi e negli altri. Spesso le lacune più grandi si trovano proprio nella spiritualità, nell’interiorità dei giovani che sembra che nessuno voglia provare a riempire: mancano genitori presenti e credibili, educatori seri, che sappiano mettersi in gioco con atteggiamenti costruttivi, che forniscano esempi e indichino poche regole, serie e chiare mediante le quali il minore sappia con certezza quando ha ragione e quando è in errore; in mancanza di ciò si apre la strada alla malavita. Forse un nuovo San Giovanni Bosco, oggi, potrebbe fare molto di più di tanti pseudo educatori.
Ma l’aspetto legato alla fiducia è forse quello che avvicina di più all’esperienza sacerdotale, i cappellani dei carceri minorili incontrano quotidianamente giovani che hanno ferito e che sono a loro volta feriti; in tali contesti i minori non debbono essere nuovamente giudicati, ma piuttosto ascoltati, compresi. Sono le pietre scartate da cui forse si può provare a ricostruire. I cappellani rappresentano delle figure significative per tutti i ragazzi in quanto il loro servizio si basa sull’ascolto e sull’accoglienza, sul prospettare dei punti di vista diversi, non punitivi o giudicanti, ma costruttivi nella ricerca interiore del rispetto e della fiducia. È importante suscitare nel minore il sentimento del sincero pentimento per l’azione commessa; questo potrà essere il vero punto di svolta: comprendere il dolore ed il dramma creato e cercare di riparare, mettendo in gioco qualunque componente personale sia materiale che spirituale, riflettendo anche sulla propria afflizione, causata dal reato commesso.
ASPETTI SOCIO-ECONOMICI E DI MERCATO di Alessandra Di Giovambattista
25-01-2023
Abbiamo visto i pro ed i contro del sistema di tassazione proporzionale, almeno quelli che più sono stati evidenziati dalla stampa, più o meno specialistica; ma se si vuole inquadrare bene il problema occorre soffermarsi anche su altri aspetti, alcuni molto tecnici ma che si cercherà di approfondire.
Da qui una serie di considerazioni: una prima analisi va fatta con riferimento ai dati quantitativi riportati (secondo articolo) quando si sono rappresentate le motivazioni che sostengono la tesi contraria alla tassazione proporzionale; il calcolo su riportato si basa sul mero confronto delle aliquote, mentre occorre tener presente che la posizione debitoria fiscale del contribuente è la risultante del totale dei redditi percepiti al netto di tutti gli oneri detraibili e/o deducibili, per cui il contribuente presenta di fatto una posizione fiscale netta. Ciò detto da una semplice analisi dei dati tratti dal dipartimento delle entrate del Ministero dell’economia e delle finanze (MEF) si evince - dal dato macroeconomico complessivo che pone a rapporto l’imposta netta (pertanto al netto delle detrazioni IRPEF) con l’ammontare del reddito complessivo (al netto della cedolare secca) - che l’aliquota media IRPEF è del 18,77%, pertanto una percentuale ben lontana da quella calcolata sull’ipotesi di reddito da lavoro dipendente di 50.000 euro (che calcola un’aliquota media del 28,8%). Inoltre si consideri che il reddito medio da lavoro dipendente è pari a circa 20.700 euro, pertanto meno della metà di 50.000 euro (rappresenta precisamente il 41,4%) su cui si è impostato il confronto. Ora la forte differenza tra il sistema progressivo IRPEF e la flat tax che presenta un’aliquota del 15% su cui riflettere è dovuta al fatto che i contribuenti che scelgono tale imposizione, in mancanza di altri redditi da assoggettare ad IREF, non avranno diritto ad alcuna deduzione/detrazione dal reddito, in quanto la flat tax si presenta come imposta sostitutiva. Quindi per essi l’aliquota sarà unica ed effettivamente del 15%, laddove per i lavoratori dipendenti, pur avendo un’aliquota media che può aggirarsi intorno al 27% (aliquota media IRPEF che spesso viene utilizzata nelle relazioni tecniche governative) si è visto che l’aliquota effettiva media scende al 18,77%.
- un approccio di natura economico/fiscale porta a dover considerare il peso delle imposte e degli oneri sociali (c.d. cuneo fiscale) che grava sui redditi da lavoro dipendente il cui dato medio se diviso per 13 mensilità porta ad un valore mensile di circa 1600 euro di reddito netto disponibile (da uno studio del sole 24ore del 18 giugno 2021 si evidenzia che una famiglia composta da genitori e due figli che vive in una grande città del nord è considerata povera se non riesce a guadagnare complessivamente almeno 1.680 euro al mese). Pertanto si rende necessario un ripensamento della fiscalità personale complessiva, così come si rende necessaria una profonda riflessione sul reddito di cittadinanza che va riconosciuto dietro stringente verifica dei requisiti che ne stabiliscono il diritto, altrimenti si cade nella trappola per cui diviene più conveniente percepire il sussidio senza alcuno sforzo lavorativo (e magari lavorando in nero) rispetto ad andare a lavorare per percepire uno stipendio netto disponibile di poco superiore al sussidio stesso (e comunque applicando uno sforzo e delle conoscenze che non vengono adeguatamente remunerate).
- L’attuale società italiana ha visto, nell’ultimo ventennio un profondo cambiamento nel mercato del lavoro dove sempre più, ai lavoratori di prima occupazione, viene chiesto di aprire la partita IVA per poter lavorare; ciò rappresenta un notevole risparmio per il datore di lavoro, mentre il lavoratore deve accollarsi una serie di oneri relativi ai contributi previdenziali ed assistenziali, alle spese amministrative di gestione, a varie forme di assicurazione professionale, nonché alle eventuali perdite per malattia e gravidanza che vanno direttamente a gravare sul lavoratore.
- Da ciò consegue che i lavoratori autonomi, specialmente all’inizio della loro attività professionale, artigianale, o imprenditoriale, devono saper far fronte al rischio d’impresa, al rischio incertezza del mercato, devono avere le capacità personali e professionali di penetrare il mercato (che peraltro con la globalizzazione presenta sempre più barriere all’entrata) e per tali motivi, almeno nei primi anni lavorativi, percepiscono redditi molto bassi. Tali aspetti pesano molto di più sul lavoratore autonomo che su quello dipendente.
- La presenza di molti lavoratori comunitari ed extra comunitari che spesso lavorano senza aprire alcuna partita IVA e che quindi, oltre ad incrementare il lavoro sommerso spingono il mercato verso il basso. Questo aspetto induce, a sua volta, i nostri giovani a guardare fuori dall’Italia per cercare mercati del lavoro più competitivi e più meritori; da qui il problema della c.d. fuga dei cervelli.
Questi solo alcuni aspetti sociali ed economico/finanziari che possono aiutare a delineare un’idea personale su quanto sia giusta o meno l’introduzione della flat tax per i contribuenti minimi. A voi l’ardua sentenza. Nel prossimo articolo vi fornirò il mio punto di vista che, è evidente, potrete del tutto ignorare in quanto avete ora a disposizione degli strumenti per poter ragionare e prendere una vostra posizione.
Alessandra Di Giovambattista
IL GREEN DEAL: E’ TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA? di ALESSANDRA DI GIOVAMBATTISTA
28-02-2023
In via generale occorre sottolineare che la UE ha predisposto le misure in risposta all'IRA (Inflaction reduction act) statunitense che ha destinato uno stanziamento di circa 370 miliardi di dollari in favore delle produzioni basate sull’energia ed il clima; il pacchetto statunitense prevede forti sgravi fiscali sia per le imprese che produrranno negli USA sia per i consumatori che acquisteranno auto elettriche. Notizie recenti ci informano che la BMW intende investire circa 2 miliardi di dollari nella Carolina del Sud, così come ENEL che ha dichiarato di voler costruire una fabbrica di celle fotovoltaiche negli USA. Così la UE ha deciso di muoversi, però lo sta facendo sia in ritardo sia in modo disorganico ed individualista in quanto sembra voler garantire gli interessi delle singole nazioni e non già dell’Unione europea. Vediamo i perché di tale affermazione.
a) Uno dei pilastri che prevede l’allentamento dei vincoli sugli aiuti di Stato si basa sulla facilitazione dei finanziamenti pubblici verso i settori vocati alla sostenibilità; in tal modo però si favoriscono le nazioni europee che presentano i bilanci statali più solidi a discapito di quelli che hanno un rapporto debito/PIL molto più marcato (come l’Italia, dove è anche molto forte la pressione fiscale), i quali avrebbero limitazioni nelle politiche di finanziamento e non potrebbero concedere aiuti alle imprese nazionali. Infatti l’uso delle risorse già messe disposizione implicherà, per i paesi con alte esposizioni debitorie, il riposizionamento dei finanziamenti a favore delle attività produttive sostenibili, ma probabilmente a discapito del welfare, con possibili ricadute negative sul livello socio-culturale delle Nazioni più vulnerabili. Per evitare ciò, sarebbe opportuno rivedere le modalità e gli importi previsti dal PNRR o pensare alla creazione di un fondo sovrano comunitario finalizzato a tali finanziamenti; ma a tali ipotesi sono contrari Paesi come Germania, Olanda, Danimarca, Svezia e Finlandia, che non hanno un elevato tasso di indebitamento e che non sono quindi favorevoli ad un incremento del debito pubblico a livello UE. Quindi i citati Paesi, insieme alla Francia spingono per un allentamento del quadro di aiuti di stato per i settori green, ma senza prevedere ulteriori risorse che possano coadiuvare i paesi con situazioni finanziarie più complesse. Per una maggiore riflessione sul punto, si consideri che dei 672 miliardi di euro in aiuti di stato che la Commissione ha approvato nel 2022 alla Germania è stato assegnato il 53 per cento, alla Francia il 24 per cento ed all’Italia il solo 7 per cento; va da sé che il restante 16 per cento è stato redistribuito tra le altre 24 nazioni delle 27 che aderiscono all’UE.
b) Si aggiunga che i ministri dell’economia di Germania e Francia di recente si sono recati a Washington con l’intenzione, secondo le loro dichiarazioni, di difendere le condizioni di concorrenza leale tra Stati Uniti e UE. Sono partiti con l’intento di chiedere che gli Stati Uniti estendano agli alleati europei i sussidi garantiti alle aziende statunitensi, canadesi e messicane che producono tecnologie pulite. L’unico vero problema è capire se i due rappresentanti della UE (che dovrebbero essere andati in questa veste) agiranno per ottenere risultati positivi per tutti i paesi comunitari: la situazione economica va affrontata di comune accordo, diversamente si snatureranno le finalità dell’Unione Europea e potrebbero crearsi delle frizioni tra Paesi membri. L’aspetto importante in questo momento è cercare forme di collaborazione con gli Stati Uniti che dovrebbero includere i prodotti europei nei loro mercati; l’Italia rappresenta in Europa la terza economia, dopo la Germania e la Spagna, che si regge sull’export – quasi il 35 per cento del nostro PIL è rivolto alle esportazioni - e posizioni protezionistiche di certo non aiuterebbero. In più per problemi storici non siamo mai stati un Paese colonizzatore (se non per breve tempo), a differenza di molti altri paesi europei, come la Francia (dove ancora vige il diritto di signoraggio sul franco africano), che possono ancora far valere diritti sulle ex colonie, sia come investitori sia come acquirenti di materie prime. Solo in via incidentale si vuol sottolineare che la Libia, una delle ex colonie italiane, fu destabilizzata dalla Francia la quale decise, con l’aiuto degli USA, di sovvertire il governo di Gheddafi solo perché - tra le altre cose - egli aveva iniziato a pensare di liberare l’Africa dal franco africano e creare una moneta unica africana. Quella fu una dimostrazione di forza neocolonialista non giustificata, che ha incrementato l’instabilità nell’area mediterranea, con la conseguenza - così come è emerso anche nell’intervento del Prof. Gianluigi Rossi durante l’incontro in tema di cambiamenti climatici, organizzato dall’ONG Africanpeople, e che si è tenuto nella sede dell’UNAR di Roma il 12 febbraio c.a, - che oggi sia la Francia che l’Italia sono estromessi dalle trattative per la Libia, laddove invece sono presenti Turchia e Russia.
c) Il programma economico predisposto dalla UE non sembra affrontare in modo approfondito il problema dei Paesi africani e della salvaguardia delle loro ricchezze - compresa la protezione della cultura, dell’ambiente e della natura - che dovrebbero in primis essere utilizzate dai nativi; è di questi ultimi giorni l’appello fatto dal Papa nel suo viaggio apostolico in Congo ed in Sud Sudan: “giù le mani dall’Africa”. Nel piano del Green Deal si legge solo un velato impegno allo sviluppo di accordi con i Paesi africani per facilitare l’attrazione e l’espansione degli investimenti, con un’attenzione all’ambiente ed ai diritti del lavoro; in tutto ciò non viene però specificato se gli investimenti saranno per l’interesse di tutti o ad esclusivo vantaggio dell’Europa e dei soliti paesi ex-colonialisti. In più parti si è parlato di un “Piano Marshall” per l’Africa, per il suo sviluppo; sempre il Prof. Rossi, nel citato convegno ha sottolineato l’inadeguatezza della definizione - in prima battuta perché l’Africa è un continente con opportunità e risorse del tutto diverse da quelle dell’Europa post bellica - alla quale bisognerebbe sostituire quella di un “Piano Mattei” dove deve prevalere un atteggiamento di partenariato tra Europa ed Africa in cui sarà necessario un atteggiamento di condivisione di risorse e di rispetto culturale ed umano tra Nazioni; in tale contesto sarebbe auspicabile anche il coinvolgimento dell’Unione Africana (UA).
d) Oltre agli accordi con gli USA, c’è da ricordare che la partita si dovrà giocare anche con la Cina: quest’ultima assegna ingenti risorse alle proprie industrie che ormai fanno breccia, indisturbate, in tutti i paesi del mondo. Per contro le imprese europee incontrano notevoli difficoltà ad accedere al mercato cinese e a far rispettare il diritto di proprietà intellettuale. Inoltre la Cina è ormai già presente in Africa ed ha il diritto di sfruttamento di molte delle miniere di materie prime e non solo: da ormai 20 anni è entrata nel tessuto socio-economico africano senza che l’Europa si interessasse minimamente al problema. Prevedere ora un Club delle materie prime, senza pensare alla presenza cinese ed eventualmente allo sviluppo di forme di cooperazione con la Cina, potrebbe risultare dannoso ed inopportuno: un testa a testa contro questo colosso economico - finanziario vedrebbe certamente capitolare l’Europa.
e) Altro rischio si può intravedere nella richiesta da parte della Commissione di applicare rapidamente ed in modo automatico il regolamento (AFIR); in generale sembra che si trascuri il ruolo fondamentale della normativa, già esistente a protezione dell’ambiente, che deve essere posta alla base delle scelte di investimento delle aziende. La deregolamentazione in un settore nuovo può essere nociva in quanto può incentivare nuove forme di reati in ambito di transizione verde, lasciando spazio alla malavita e alla corruzione che, non più assoggettate a controlli e a norme stringenti, potrebbero aggirare i paletti della legalità.
f) Ulteriore spunto di riflessione va ricercato nelle politiche che vertono sul miglioramento delle competenze umane, con lo scopo di creare posti di lavoro di qualità e ben retribuiti, influendo specialmente sull’istruzione; in questo contesto il timore si volge verso il controllo - attraverso gli indicatori dell’offerta e della domanda di competenze nei settori rilevanti per la transizione ecologica nonché dei finanziamenti pubblici e privati dirottati verso tali settori - delle scelte dei cittadini in ambito didattico e professionale. Occorre garantire la libertà di scelta del tipo di istruzione e di professione che i soggetti vorranno svolgere, in quanto, nel momento in cui si dirottano risorse verso un settore, a parità di condizioni, c’è sempre un altro settore che ne soffre le conseguenze negative per effetto dei definanziamenti. Non ultimo sarà indispensabile garantire la giusta retribuzione per qualsiasi attività svolta, nonché la libertà di didattica e di istruzione: saremo ancora liberi di scegliere cosa fare, cosa studiare, cosa insegnare? Oppure si dovranno studiare solo materie tecnico scientifiche a scapito delle materie umanistiche che formano l’animo dell’uomo e ne esaltano le corde della sensibilità e dell’interiorità, oggi così tanto trascurate?
g) Altra attenzione va posta sul problema dei finanziamenti: il Piano più volte richiama sia quelli pubblici, sia quelli privati; in ogni caso l’interesse ritorna solo in capo al cittadino in quanto le risorse pubbliche provengono dall’imposizione fiscale pagata dai contribuenti, mentre quelle private dal risparmio dei singoli. Fatta tale precisazione l’obiettivo del mercato unico dei capitali, contenuto in uno dei quattro pilastri del green deal, è quello di voler raggiungere la mobilitazione dei capitali privati per ottenere un mercato più dinamico e competitivo a livello mondiale, nel breve e medio termine. In tal senso si vuole:
• creare un punto unico di accesso europeo (ESAP) per gli investitori al fine di ottenere informazioni pubbliche di natura finanziaria e in tema di sostenibilità delle imprese;
• riesaminare il regolamento sui fondi di investimento europei a lungo termine (ELTIF) per facilitare gli investimenti anche da parte dei piccoli investitori verso quelli a lungo termine;
• riesaminare la direttiva sui gestori di fondi di investimento alternativi (GEFIA) per armonizzare le norme che consentono ai fondi di concedere prestiti alle aziende;
• riesaminare il regolamento sui mercati degli strumenti finanziari (MIFIR) per migliorare la trasparenza delle informazioni sulle negoziazioni e per agevolare gli investitori.
Così come presentata sembra essere una risposta adeguata alle sfide future di incrementi e diversificazioni dei capitali che le aziende potrebbero utilizzare in progetti di sviluppo e ricerca a favore delle economie sostenibili, con un’attenzione particolare verso le piccole e medie imprese che più di tutte soffrono di carenza di finanziamenti. Secondo uno studio della commissione europea tra il 2008 ed il 2013 le imprese presenti sul territorio europeo avrebbero potuto beneficiare di ulteriori 90 milioni di euro di risorse finanziarie se il mercato dei capitali unico in Europa fosse stato più efficiente. Tuttavia uno dei punti di criticità nell’indirizzare risorse finanziarie verso le realtà aziendali è nel trade off tra le scelte/interessi dei managers e quelle dei proprietari/imprenditori, e più in generale di tutti gli stakeholders dell’azienda interessati al perdurare nel tempo della stessa. Infatti le attuali forme di governance aziendali, il più delle volte, vedono ai vertici dei managers che sono scollati dalla proprietà e con un occhio attento alla conferma e alla persistenza nel tempo della loro presenza e dei loro benefici all’interno dell’azienda. Già Adam Smith, che non poteva conoscere le dinamiche delle grandi società per azioni dei nostri tempi, scriveva: “Essendo (i manager ndr) i gestori del denaro altrui invece che del proprio, non ci si può attendere che essi lo sorveglino con la stessa ansiosa vigilanza con la quale i soci [in un’impresa gestita dai proprietari] solitamente sorvegliano il proprio denaro (…) Negligenza e prodigalità, pertanto, finiscono sempre per prevalere, bene o male, nella gestione degli affari di una tale società.” Questa separazione si trova più spesso nelle grandi società con azionariato diffuso in cui i proprietari, non riuscendo a coordinarsi tra loro a causa di interessi eterogenei, non riescono più ad influire direttamente sulle scelte dei managers, e pertanto non ne controllano più le decisioni. Gli azionisti/investitori hanno a cuore essenzialmente la massimizzazione dei profitti che rappresenta la quota di reddito a loro destinata (che si traduce nei dividendi) e che può rappresentare una modalità attraverso la quale i managers riescono a farsi riconfermare nel tempo aldilà delle reali performance aziendali. Infatti si assiste spesso a situazioni in cui nell’intento di voler garantire un elevato dividendo le aziende riducono gli investimenti e la forza lavoro, generando così disoccupazione, riduzione dei salari e minore sviluppo aziendale. Tale problematica viene ulteriormente amplificata se gli investimenti vengono finanziati con capitale di debito e non già mediante autofinanziamento: tale situazione indebolisce la struttura economico finanziaria della società e le conferisce rigidità, compromettendo la sua capacità di sopravvivenza sul mercato. Pertanto sarebbe utile conoscere ed approfondire le metodologie che l’Unione dei Mercati dei Capitali, all’interno della UE, utilizzerebbe al fine di incoraggiare gli investimenti e stimolare gli investitori privati a concedere finanziamenti soddisfacendo interessi che, andando aldilà del pagamento dei dividendi, riguardino tutti gli stakeholders.
h) Occorre poi sottolineare la delicatezza della questione riguardante il notevole volume di risparmio che gli italiani detengono, rispetto alla media dei paesi UE e del resto del mondo, e che dovrebbe confluire sul mercato unico a favore di tutte le aziende europee, indistintamente. Per la Commissione europea i mercati dei capitali ampi e integrati faciliteranno la ripresa dell’Ue, assicurando che le imprese, in particolare le piccole e medie imprese, abbiano accesso a fonti di finanziamento e che i risparmiatori europei aumentino la fiducia negli investimenti per il loro futuro. In questo ambito l’attenzione va posta su un problema che andrebbe preventivamente risolto ed arginato: il probabile deflusso di risorse finanziarie dall’Italia verso aziende europee, molto probabilmente tedesche, francesi, olandesi, spagnole, depotenziando ancora di più le aziende italiane, essenzialmente piccole e medie imprese, poco forti sui mercati rispetto ai competitor europei citati. In tale contesto bisognerà evitare scenari di disomogeneità e squilibrio, con possibili conflitti interni alla UE ed ulteriore allargamento delle disuguaglianze dove i forti saranno sempre più forti e compatti ed i deboli sempre più deboli ed isolati.
Si ha come la sensazione che nel futuro dovremo assistere ad una “dittatura del green” dove massimo sarà il controllo della maggioranza delle persone a vantaggio della libertà di pochi, definiti non inquinanti. Occorre che la programmazione aziendale abbia uno sguardo sul lungo periodo, che vada ben oltre i 10 anni, e che arrivi a coprire anche 50, 60 anni; prendo da qui lo spunto per un breve ma significativo esempio, che vuole essere anche una provocazione: oggi chi monta i pannelli fotovoltaici è green e sostenibile, ma quando tra 20 anni dovrà dismettere l’impianto e le celle fotovoltaiche, diventerà immediatamente inquinante!
MATTEI ED I POTERI FORTI OCCIDENTALI
di Alessandra Di Giovambattista
21-03-2024
Volendo far luce su quelli che furono i rapporti tra Enrico Mattei, capitano d’azienda e fondatore nel 1953 dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) e i rappresentanti delle multinazionali di idrocarburi americane possiamo iniziare leggendo alcune considerazioni dell’allora ambasciatore italiano a Washington, sua eccellenza Egidio Ortona. Nei primi anni del Dopoguerra si descriveva Enrico Mattei come un personaggio complicato ma poliedrico, combattivo e per alcuni versi cupo, ma capace anche di essere a tempo debito aperto e scherzoso, guardingo ma desideroso di dimostrare che non aveva pregiudizi nei confronti degli americani e di essere pronto alla collaborazione. Dall’altra parte gli Americani avevano un atteggiamento rilassato nei riguardi di Mattei in quanto le multinazionali petrolifere erano certe che il presidente dell’ENI non avrebbe potuto sviluppare nessun programma in assenza di finanziamenti. Invece Mattei negli anni ‘50 dimostrò al mondo di potercela fare ed i vari Governi italiani di quel periodo lo assecondarono, mentre le tensioni con gli Stati Uniti d’America aumentarono.
Nel momento in cui prese le redini dell’AGIP Mattei si convinse che l’Italia avrebbe potuto giocare un ruolo importante nel campo dell’energia e in ragione delle sue convinzioni lasciò il partito della Democrazia Cristiana (DC), di cui era esponente - peraltro osteggiato anche da alcuni suoi colleghi di partito - per seguire le sue opinioni in materia di energia e fondò l’ENI. L’elemento che ne diede la spinta propulsiva fu la scoperta di un giacimento di metano a Cortemaggiore nel 1949: sia Alcide De Gasperi che l’allora ministro delle finanze, Ezio Vanoni visitarono il luogo delle estrazioni. Occorre evidenziare che un altro illustre italiano, Luigi Einaudi, anche da Presidente della Repubblica, non vedendo con favore la liquidazione dell’AGIP (che doveva essere assorbita dalla società EDISON), fu dalla parte di Enrico Mattei nel suo intento di tenerla in vita ed in tal modo osteggiò anche il piano del Partito comunista italiano (PCI) che invece voleva nazionalizzarla. La nazionalizzazione dell’AGIP fu contrastata nettamente anche da Enrico Mattei che non credeva assolutamente a questa strategia che avrebbe portato ad un appesantimento della gestione, causato dalla burocrazia statale, considerata incompetente e farraginosa. Per contro gli furono contrari diversi politici italiani: tra i più agguerriti vi fu il fondatore del Partito popolare, Don Luigi Sturzo, il quale non perse occasione per contrastare e schernire l’operato di Mattei, come nel caso della scoperta di un giacimento di petrolio nel ragusano nel 1953, da parte della multinazionale americana Gulf Oil. In quell’occasione Luigi Sturzo disse che si doveva alle trivelle americane se si era aperta la strada per la rinascita della Sicilia, ciò che, a suo dire, “sarebbe avvenuto sicuramente anche altrove nel Sud dell’Italia, qualora ci si fosse affidati alle società statunitensi”. Tuttavia Enrico Mattei fu sostenuto da Ezio Vanoni, da Giovanni Gronchi, allora Presidente della Repubblica, da Vittorio Valletta, presidente della FIAT, da Raffaele Mattioli, Presidente della Banca Commerciale Italiana, e da Imbriani Longo, direttore della Banca Nazionale del Lavoro.
Ma Mattei e la sua politica furono supportati specialmente dall’allora ministro delle finanze, Ezio Vanoni; egli sosteneva che grazie all’esperienza di quegli anni - contro l’approccio esclusivamente privatistico e capitalistico - si era dimostrata l’efficienza anche delle strutture produttive partecipate dallo Stato, quando queste ultime sono nelle mani di uomini che dedicano tutta la propria attività ed intelligenza alla tutela del bene comune. In più il 24 aprile del 1952, in occasione dell’istituzione dell’ENI, il relatore al progetto di legge - il democristiano Franco Varaldo - definì inconcepibile che lo Stato lasciasse allo sfruttamento dei privati un patrimonio che l’AGIP aveva reperito con il denaro pubblico e aveva gestito attraverso dirigenti di elevato livello qualitativo. In definitiva sembrava prossima la possibilità di conferire all’ENI il monopolio dei carotaggi nella Valle Padana e con qualche limite, anche nelle altre Regioni; invece, con l’avvento del nuovo ministro dell’industria, il liberale Guido Cortese, iniziarono i tentativi di estromettere Mattei dal mercato degli idrocarburi. Ma nel 1955 il politico, studioso ed economista Ernesto Rossi inviò il giurista Giuseppe Guarino e l’economista Paolo Sylos Labini negli Stati Uniti ed in Canada per approfondire gli allora vigenti regolamenti in materia mineraria. Di ritorno dal viaggio, sia dal punto di vista economico sia giuridico, gli studiosi consolidarono l’idea che il sistema ibrido di privatizzazione in cui l’ENI si sarebbe dovuta muovere (qualora avesse lasciato il suo carattere pubblico), in concorrenza con i privati, avrebbe spinto l’azienda ad allearsi con i gruppi monopolistici italiani e stranieri per cercare di raggiungere i propri obiettivi strategici. Ma ciò avrebbe significato allontanare ENI dal suo ruolo di azienda pubblica impedendo al Governo di usarla come strumento della sua politica nel mercato degli idrocarburi. Per continuare a garantire il carattere pubblicistico dell’azienda si sarebbe invece dovuto vietare per legge di consentirgli di associarsi con partecipazioni azionarie ai privati. È su questi principi che Enrico Mattei fondò la filosofia di gestione dell’ENI che divenne così azienda a carattere pubblico che nel 1957 ottenne il monopolio della ricerca e dello sfruttamento degli idrocarburi su tutto il territorio italiano.
In quel momento Enrico Mattei aveva l’appoggio del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi il quale, in una lettera inviata al presidente degli Stati Uniti Eisenhower, propose che all’Italia fosse affidato un ruolo di primo piano nel settore degli idrocarburi nell’area mediorientale. Tale progetto fu invece contrastato dal ministro degli esteri, il liberale Gaetano Martino, che bloccò l’iniziativa intrapresa da Gronchi.
Nel corso degli anni '50 la storia documenta l’avversione che le compagnie petrolifere americane avevano nei confronti di Mattei; la Standard Oil Company del New Jersey, nel gennaio del 1951, inviò un proprio rappresentante dall’allora presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi. per dare un avvertimento sull’operato di Mattei. Dopo circa un mese fu inviato un telegramma nel quale si sottolineava che il trattamento preferenziale del Governo italiano a favore di AGIP sarebbe stato considerato dalle società americane una azione di discriminazione non consentita dai trattati sottoscritti nel 1949 tra i governi italiano e americano.
Il presidente americano Eisenhower fece capire che il governo statunitense era schierato al fianco delle sue compagnie petrolifere; ciò contribuì ad aumentare le ostilità nei confronti di Enrico Mattei sia da parte dell’Italia sia di diverse altre nazioni. Specialmente nel periodo dal 1953 al 1957 furono pubblicati diversi articoli, scritti con toni violenti contro la politica industriale di Mattei e contro la sua stessa persona, pubblicati dalle riviste “Fortune”, “Newsweek”, “Time”, “The New York Herald Tribune”. Il “New York Times” arrivò a definire un attentato alla sicurezza della libertà nel mondo la decisione di Mattei di vendere all’Unione Sovietica pompe e tubature, che in quell’occasione furono definite attrezzature di tipo strategico. A tutte queste provocazioni Mattei rispose con una modalità moderna, cercando di coinvolgere stampa, cinema, professionalità giovani ed emergenti, che fosse in grado di contrastare la campagna denigratoria organizzata nei suoi confronti. In primo luogo raccolse tutti gli articoli di giornale scritti contro di lui – che furono organizzati in 36 volumi nell’antologia “Stampa ed oro nero” pubblicata postuma alla morte - fondò la testata giornalistica “Il Giorno” e l’agenzia di stampa AGI, fece realizzare il documentario “L’Italia non è un Paese povero” e commissionò per ENI un film, completato dopo la sua morte (nel 1967), dall’allora giovane regista Bernardo Bertolucci, dal titolo “La via del petrolio”. Fu affiancato da giovani professionisti e studiosi quali, per citarne solo alcuni, Sabino Cassese, Giorgio Ruffolo, Manin Carabba, Mario Pirani. In particolare a Ruffolo ed a Pirani fu assegnato il compito di tenere i rapporti con il Fronte di liberazione nazionale algerino, durante la guerra di indipendenza.
Nello stesso periodo Mattei otteneva concessioni di ricerca petrolifera in Somalia, Egitto, Iran, Marocco, Libia, Sudan e Tunisia. Il suo accordo 75/25 (riguardante la suddivisione degli utili) provocò l’ira delle principali compagnie petrolifere mondiali nonché degli USA, almeno fino all’avvento di J.F. Kennedy. Mattei era convinto che la perdita delle colonie rendesse l’Italia un valido interlocutore con i Paesi che cercavano di affrancarsi dal dominio e dallo sfruttamento francese, inglese ed americano; inoltre sosteneva che l’esosa politica dei prezzi praticata dal trust anglo-americano non potesse continuare per molto tempo sia perché si affacciavano sul mercato operatori indipendenti, sia perché i Paesi produttori rivendicavano la sovranità dei loro territori e delle loro risorse; queste affermazioni, in particolare, incontrarono il favore dei rappresentanti del mondo arabo.
Tornando ai rapporti con gli Stati Uniti, l’iniziale ostilità durante la presidenza di Eisenhower - documentata in un rapporto della CIA in cui si evidenziava che Mattei pregiudicava i fattori economici del mercato di maggior interesse degli Stati Uniti – iniziò a stemperarsi quando divenne presidente J.F.Kennedy; da quel momento l’atteggiamento americano si modificò grazie anche alla politica del nuovo presidente nei confronti dei Paesi cosiddetti del Terzo mondo, in difesa dei diritti civili e della politica sul controllo dei prezzi dei monopoli, che rese il Presidente inviso alle grandi imprese multinazionali. Da parte sua, Enrico Mattei si mostrò disponibile ad andare negli Stati Uniti e a parlare con le compagnie petrolifere americane. L’emissario del presidente Kennedy, A.W. Harriman, quando si trovò a colloquio con il presidente dell’ENI ne riconobbe e ne sottolineò la lungimiranza e la chiarezza del suo sguardo nei confronti degli avvenimenti futuri. Nel 1962, durante una riunione del dipartimento di Stato americano (documentata negli atti declassificati del dipartimento) si discusse in merito alla possibilità di incoraggiare accordi tra le maggiori società petrolifere multinazionali ed Eni ed in particolare furono individuati la Standard Oil Company del New Jersey e la Socony-Mobil Oli Company come possibili interlocutori. Ma diversi erano i rappresentanti del mondo politico ed economico convinti che si dovesse ricomporre la frattura tra le sette sorelle e l’ENI; in particolare Vittorio Valletta e Gianni Agnelli, rispettivamente presidente e fondatore della FIAT, durante un incontro con il presidente Kennedy chiesero di avere riguardo alla persona di Mattei e questo atteggiamento di distensione nei rapporti tra USA ed ENI fu sottolineato dall’incontro tra il sottosegretario di stato americano George Ball ed Enrico Mattei del 22 maggio del 1962. Questo dialogo sottolineava il clima di distensione e rappresentava il preludio di un viaggio negli Stati Uniti per stipulare nuovi accordi tra ENI e l’amministrazione Kennedy, ma l’incontro non avvenne mai perché il 27 ottobre del 1962 esplose, sui cieli di Bascapè, l’aereo pilotato da Irnerio Bertuzzi con a bordo Enrico Mattei ed il giornalista americano William McHale.