QUALCHE DOMANDA SULL’AGRI-VOLTAICO: ASPETTI POSITIVI E CRITICITA’
di Alessandra Di Giovambattista
Parlando di agri-voltaico si è messo a fuoco il duplice aspetto che lega l’attività agricola con la produzione di energia rinnovabile. Gli obiettivi europei, le risorse stanziate, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) varato dal Governo Italiano hanno incentivato l’installazione di moduli fotovoltaici su terreni che rimangono comunque coltivabili o destinati alla pastorizia e all’allevamento in generale. Le caratteristiche che i pannelli devono avere riguardano il loro aspetto innovativo: devono essere posizionati verticalmente rispetto al terreno, possono essere di tipo mobile e ad inseguimento solare e vengono installati secondo altezze e geometrie variabili in modo da consentire la massima cattura dei raggi solari e la possibilità di lavorare il terreno sottostante con colture agricole o di destinarlo al pascolo degli animali. E tutto questo con la speranza di arrivare in tempo per raggiungere gli obiettivi che ogni Paese si è posto attraverso il Piano nazionale integrato per l’energia ed il clima nell’anno 2030; si ricorda che a quella data l’Italia dovrà essere stata in grado di produrre almeno 32 GW di energia da nuovi impianti fotovoltaici poiché attualmente se ne producono circa 20,9 GW e occorre raggiungere l’obiettivo di 52 GW.Ad occuparsi della gestione di questo innovativo progetto di sviluppo di energia rinnovabile è l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA) che creando la prima rete nazionale per l’agri-voltaico sostenibile, ha coinvolto imprese, studiosi, istituzioni, università che hanno presentato progetti alcuni dei quali ancora in corso di esame e verifica tecnico scientifica ed istituzionale. 
Dal punto di vista storico l’idea dell’utilizzo del suolo per produrre energia rinnovabile, e continuare contemporaneamente le attività agricole sul terreno sottostante, risale al 1981 ed è stata elaborata dall’Istituto tedesco Fraunhofer Institute; il primo impianto sperimentale è stato installato in Francia, a Montpellier nel 2010, mentre nel 2016 lo stesso Istituto ha realizzato altri progetti tra cui uno sul lago di Costanza. In Italia sono stati ben tre i primi complessi agri-voltaici installati dalla Rem Tec nel 2011, tutti nella zona della pianura padana. Alivello mondiale i Paesi leader di questa tecnologia sono il Giappone e la Corea del Sud che ne hanno curato anche l’aspetto normativo. 
Tuttavia il concetto di fotovoltaico in agricoltura non si può immediatamente affiancare all’obiettivo dell’ecosostenibilità e questo perché non è sufficiente che al di sotto degli impianti fotovoltaici si coltivi un qualche tipo di pianta per poter dire che si è di fronte ad un progetto agri-voltaico. La realtà è che i risultati dell’installazione vanno verificati in prima battuta con l’impatto paesaggistico, che in Italia riveste un ruolo fondamentale,nonché con opportuni parametri e con un’attività di monitoraggio e di controllo a consuntivo (feed-back) che verifichi la produzione di energia pulita, l’efficienza delle colture in atto e/o dell’attività di allevamento, la loro produttività ed il miglioramento economico delle aziendeagricole, il risparmio idrico (in quanto il pannello funge da impedimento parziale alla evaporizzazione e consente la ricaduta sul suolo della condensa), escludendo, in tal modo,che si stia sfruttando il suolo depauperandolo delle sue ricchezze, che ne garantiscono il suo naturale utilizzo agropastorale, e/o modificandone il microclima. Pertanto una prima attenzione va posta sulla necessità di definire degli indicatori di utilizzo del terreno e di ritorno economico che permettano di comparare costi-benefici e consentano quindi di trarre una valutazione sintetica circa il vantaggio ecologico dell’impianto; ad oggi non sembrano ancora ben definiti tali parametri, ma la destinazione di fondi del PNRR a tali attività fa ben sperare essedo la valutazione a consuntivo un elemento discriminatorio circa l’erogazione degli incentivi. Comunque a vantaggio di tale impostazione gioca anche il fatto che l’impianto fotovoltaico, che per sua natura privilegia l’installazione sui tetti, servirà anche, in via incidentale, a bonificare molte coperture delle strutture produttive esistenti da manufatti in eternit, contenenti amianto, migliorando nel contempo la coibentazione e l’aereazione. 
Altro aspetto riguarda la comparazione tra l’economicità dell’agri-voltaico e quella della pura attività agricola; indubbiamente sostituire le coltivazioni con impianti fotovoltaici è sicuramente più redditizio per l’agricoltore se si pensa che alcune società di produzione di energia rinnovabile propongono un compenso per il diritto di superfice, sotto forma di canone annuo di affitto, che va da 2.000 a 3.500 euro ad ettaro. Ma si è visto che tali utilizzi di fatto depauperano i terreni, ponendo quindi in serio rischio l’attività agricola, attività primaria e non a caso così definita! Quindi gli agricoltori vanno tutelati predisponendo per loro incentivi e ponendo un limite a tali contratti che a parità di condizioni producono un risultato netto verosimilmente negativo in termini di costi sociali e ambientali. Nel senso della tutela dallo sfruttamento irreversibile del terreno va forse letto l’aggravio di tassazione IRPEF che la recente legge di bilancio per il 2024 ha previsto per i contratti a titolo oneroso che prevedono la concessione del diritto di superficie dei terrenida parte delle persone fisiche. Tale aggravio di imposta renderebbe pertanto meno conveniente per il proprietario concedere il diritto di superficie (anche se mi sento di sottolineare che questa misura non sembra colpire le societàma solo le persone fisiche e le società di persone!), ma al contempo renderebbe più oneroso, per i soggetti che producono energia da impianti fotovoltaici, acquisire tali spazi. Tuttavia se tale aggravio si potesse interpretare nel senso di tutelare i terreni e l’attività agricola si potrebbe esprimere un parere concordante anche perché è verosimile ipotizzare che tale misura potrebbe, indirettamente,sostenere ed incentivare l’agri-voltaico, che si ribadisce essere una modalità di produzione di energia che non sfrutta il terreno sottostante, ma anzi lo tutela e per alcune colture lo rende anche più produttivo. Ovviamente una verifica di tale ipotesi potrà esser fatta solo a posteriori. 
Indubbiamente i vantaggi maggiori si riscontrano in ambito agricolo dove il reddito agrario si può integrare con gli introiti che il GSE paga ai produttori di energia rinnovabile che comunque potranno continuare a svolgere le proprie attività agricole e di allevamento: i pannelli proteggono dall’eccessivo irraggiamento solare, trattengono acqua nel suolo, offrono zone d’ombra per le mandrie e legreggi, e se dotati di appositi sensori permettono di rilevare nutrienti ed acqua nel suolo in modo da poter ben dosare concimi, acqua, fertilizzanti e fitofarmaci. 
In questo ambito si sottolinea che è allo studio un sistema di simulazione che analizza e mette a confronto i risultati della produzione di energia con quelli derivanti dall’attività agricola. È stata elaborata di recente la prassi di riferimento per l’agri-voltaico denominata UNI/PdR 148 sviluppata dall’ENEA in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, la società Rem Tec econ l’ente nazionale italiano di unificazione della normazione (Uni) per favorire la produzione di energia da fonti rinnovabili in linea con le direttive europee che intendono tutelare la produzione agricola ed il paesaggio riducendo il consumo del suolo. L’obiettivo è il monitoraggio della produzione e la gestione dei datidell’attività agricola e di quelli della produzione di energiaper poter valutare oggettivamente la convenienza della scelta agri-voltaica rispetto ad altre soluzioni alternative. Ma per ora siamo solo all’inizio!
Si è visto che per talune colture, impiantate sotto pannelli fotovoltaici, si ha un incremento della produttività, come per il mais. Ovviamente non tutte le colture potranno essere impiantate sotto la struttura fotovoltaica; la sfida prossima sarà quella di capire, nel caso si vogliano preservare delle colture che spesso si presentano autoctone sul territorio ed anche vincolate ad una specifica zonageografica, (viene subito in mente l’indicazione geografica protetta IGP della lenticchia di Castelluccio), se sarà possibile installare il fotovoltaico su determinati terreni senza danneggiare le produzioni. Contrariamente si potrebbe incorrere nel rischio di veder scomparire prodotti geograficamente protetti, compromettendo la biodiversità agricola.
Un’attenzione particolare andrà poi posta al paesaggio; in Italia il paesaggio è fortemente tutelato e rappresenta un bene inalienabile, sarà necessario creare strutture che si possano ben integrare con i territori e che si presentinogradevoli alla vista. In tal senso si sono presentati progetti anche alla Biennale di architettura di Venezia; sicuramente un’integrazione paesaggistica esclude risultati cheesasperino l’efficienza energetica! Occorre uno sguardo di inclusione della tecnologia con l’armonia ambientale anche perché quest’ultima spesso nasconde un substrato di biodiversità e di equilibrio che moduli fotovoltaici, riflettenti la luce ed impenetrabili da essa, potrebbero compromettere o danneggiare. In questo senso si pensi che i moduli fotovoltaici galleggianti, se non ben pensati, potrebbero danneggiare flora e fauna acquatiche.
Un altro punto che andrebbe adeguatamente approfondito riguarda la sofisticata tecnologia che c’è dietro l’uso di questi pannelli fotovoltaici che molto probabilmente un agricoltore non conosce e che quindi non potrebbe pienamente padroneggiare, vedendosi quindi obbligato ad affidarsi a terze persone sia per la manutenzione sia per il funzionamento ordinario. Questo aspetto potrebbe creare nuovi costi per l’azienda agricola,che potrebbero superare i benefici economici derivanti dal compenso del GSE e dal risparmio dei costi energetici dellebollette per le utenze elettriche; il risultato netto potrebbe tradursi in un saldo negativo di bilancio rispetto alla situazione antecedente l’installazione dell’agri-voltaico, con conseguenti perdite economico-finanziarie. 
C’è anche chi sostiene che il montaggio dei pannellifotovoltaici sui tetti avrebbe costi e tempi di realizzazione inferiori rispetto all’installazione di pannelli agri-voltaici; è stato calcolato che l’utilizzo dei soli tetti dei capannoni industriali potrebbe fornire in Italia circa 74,2 GW di energia rinnovabile che assicurerebbe gli obiettivi del 2030(gli indicati 52GW), superandoli di ben 24 GW di elettricità. E se a queste superfici si aggiungono tutte quelle presenti su edifici pubblici, parcheggi, aree oggetto di bonifica, ferrovie ed edifici demaniali, si potrebbe sopperire a tutto il fabbisogno di domanda di energia pulita senza dover intaccare il terreno agricolo ed anzi incentivando anche le comunità energetiche, che rappresentano delle realtà di concentrazione di produzione di energia che può essere dispensata a tutti i soggetti limitrofi che ne richiedono l’utilizzo. 
Andrebbero infine scongiurati rischi di esposizione a campi elettromagnetici; sembrerebbe che tali rischi non esistano ma allora non si comprende il perché, di fronte a progetti di agri-voltaico, si renda necessario stilare una attenta relazione proprio sullo sviluppo dei campi elettromagnetici. Così come andrebbero esclusi danni a persone, animali e piante sottostanti i pannelli agri-voltaiciin quanto questi ultimi constano di elementi altamente inquinanti come il cadmio e l’arsenico. Non è ancora verificato se queste sostanze nocive possano entrare nella catena alimentare attraverso il consumo di formaggi, latte, e prodotti ortofrutticoli coltivati sotto le strutture fotovoltaiche. La realtà è che di fatto il fenomeno è abbastanza recente e non consente di vedere le ricadute su uomini, animali e produzioni agricole degli impianti fotovoltaici installati su grandi superfici agricole. Il problema sembra infatti risiedere sulla quantità di energia elettrica prodotta e inviata alla rete che, per il fenomeno dell’agri-voltaico, riguarda ettari di terreno e non limitati metri quadrati di tetto. 
Pertanto si invita all’estrema prudenza e ad una seria analisi scientifica degli effetti derivanti da un settore che potremmo dire ancora in fase sperimentale soprattutto nell’ambito delle superfici agricole. Sarebbe auspicabile evitare casi come l’amianto che, a distanza di tempo dal suo utilizzo, si è dimostrato altamente inquinante e dannoso per la salute umana!