Mercoledì, 3 Giugno 2026

     

 

 

editore: APN ong - c.f. 97788610588

Presidente: Ing. Maurizio Scarponi 

Presidente onorario: Prof. emerito Gianluigi Rossi 

sede legale Via Ulisse Aldrovandi 16 00195 Roma Italia 

associata UNAR-USPI-CNR 

www.silkstreet.it 

Direttore responsabile: dott.ssa Emanuela Scarponi, giornalista 

registrato presso Tribunale di Roma - settore Stampa

n. 111/2019 del 1 agosto 2019

ufficio stampa: Emanuela lrace, Maria Pia Bovi, Roberto Pablo Esparza, Andrea Menaglia,  Mark Lowe 

www.africanpeoplescientificnews.it   

registrato presso Tribunale di Roma-settore Stampa 202/2015 2 Dicembre 2015 

Direttore Scientifico: Ing. Maurizio Scarponi, iscritto Albo speciale 

ISSN : 2283-5041

www.notiziedventiroma.it   

registrato presso Tribunale di Roma - settore Stampa n.  140/24 ottobre 2019

direttore responsabile:               Emanuele Barrachìa 

 

 

 

         

 

 

 

AFRICANPEOPLE ONG

 

24h PRESS AGENCY AFRICANPEOPLE

 

AFRICANPEOPLE SCIENTIFIC NEWS

 

NOTIZIE D'EVENTI ROMA PRESS

 

Sidebar

Off-Canvas Sidebar

The new Off-Canvas sidebar is designed for multi-purposes. You can now display menu or modules in Off-Canvas sidebar.

  • Home
  • Radio news
  • WebTV
  • Prima pagina
  • AfricanPeople O.N.G.

IL GREENWASHING: UN’ANALISI GENERALE di Alessandra Di Giovambattista

IL GREENWASHING: UN’ANALISI GENERALE

di Alessandra Di Giovambattista

 09-11-2023 

Da anni ormai, il mondo scientifico ci avvisa del repentino cambiamento climatico che coinvolge il pianeta: ciò in parte è da imputare all’azione dell’uomo, che mai come in questi ultimi decenni ha utilizzato in modo sempre più massiccio ed anche in modo poco attento le risorse del pianeta, in parte al sistema climatico stesso che sempre si è modificato, ad ondate più o meno regolari, per cercare di ritrovare un equilibrio rispetto ai fattori di cambiamento ambientale ed in risposta alle sollecitazioni indotte dalle attività umane. Indubbiamente molto del problema è nell’uso massiccio dei combustibili fossili, ma molto è da imputare anche a sprechi per alimentare spesso beni e servizi di poca utilità (si pensi al costo per energia per mantenere città come Las Vegas il cui fine è legato al solo e puro divertimento) oppure per foraggiare la sete di potere di determinate Nazioni (nessuno ha mai voluto fare un calcolo in temini di impatto ambientale, al di là del danno umano che è incalcolabile, ingiustificabile e insanabile, delle guerre oggi presenti in più parti della terra. Ci sarò un perché? Nessuno però se lo chiede), o ancora per puro interesse economico, legato alla massimizzazione del profitto, di pochi soggetti (si pensi al costante disboscamento della foresta Amazzonica; possibile che non si riesca ad arginare il grande potere delle multinazionali che manovrano ormai tutti i settori economici?).

A fronte di questa drammatica situazione assistiamo ai tentativi di molte aziende di mostrarsi al mercato dei consumatori nella veste di soggetti sensibili ed impegnati nelle questioni ambientali. Questi comportamenti trovano terreno fertile soprattutto nel mercato italiano in cui il numero dei consumatori attenti all’ambiente tende sempre più a crescere. In una ricerca del 2022 condotta dalla rivista Altroconsumo si legge che su 13 Nazioni analizzate, l’Italia si posiziona al sesto posto per quanto riguarda l’indice di stile di vita sostenibile. Risulta che noi italiani, probabilmente anche per un fatto culturale, adottiamo comportamenti sostenibili soprattutto nel rapporto con il cibo, preferendo frutta e verdura di stagione e alimenti a c.d. chilometro zero con la finalità di evitare sprechi alimentari. Anche nel settore non alimentare cerchiamo di preferire l’acquisto di prodotti di qualità che siano utilizzabili più volte e che siano riparabili e riadattabili.

Diversi analisti hanno evidenziato che i cambiamenti climatici hanno ed avranno un impatto sulla domanda di beni e servizi e che modificheranno i comportamenti dei consumatori che rivolgeranno la propria domanda a favore di acquisti rispettosi degli obiettivi ecologici. E’ evidente quindi come le aziende abbiano a cuore che i consumatori percepiscano la loro politica eco compatibile; ma come si può essere sicuri che i prodotti acquistati siano effettivamente rispettosi dell’ambiente? In altre parole le aziende stanno attuando strategie che implichino un serio ed effettivo impegno in tal senso? Ecco che da un po’ di tempo ci troviamo in realtà di fronte a pratiche che la dottrina ha definito con il c.d. termine “greenwashing”, che si sostanzia in un ambientalismo di pura forma, di pura facciata.

Vediamo meglio: molti dei prodotti che oggi acquistiamo sono accompagnati da frasi che riconducono ad aspetti ecologici e che inducono a credere che quella specifica azienda utilizzi processi e prodotti rispettosi dell’ambiente e che cerchi di contrastare i cambiamenti climatici. Il più delle volte, tuttavia, ci si trova di fronte a enunciazioni esclusivamente pubblicitarie, senza che in sostanza vi siano delle vere scelte strategiche da parte delle aziende, a favore dell’ambiente: si parla quindi del c.d. greenwashing. Questo termine nasce come crasi di due parole inglesi: green, cioè verde - aggettivo usato per indicare situazioni e questioni legate all’ecologia - e washing, letteralmente pulire che però, applicato alle strategie aziendali, si può tradurre in nascondere, coprire. Più in generale quindi un’azienda, un marchio o un c.d. brand che fa greenwashing in realtà sta utilizzando una tecnica di marketing e di comunicazione che induce i consumatori a credere che le proprie attività ed i propri prodotti siano totalmente rispettosi dell’ambiente e che l’azienda stessa sia attivamente impegnata in campagne pro ambiente; il più delle volte, invece, la realtà è che sta solo coprendo (washing) l’impatto ambientale negativo che la propria filiera produce.

Quindi siamo di fronte a situazioni che ci presentano aziende, nei più disparati settori, che cercano di costruire ad arte un’immagine della propria attività rispettosa dell’ambiente in considerazione della maggiore propensione dei consumatori all’acquisto di beni e servizi rispettosi della natura. A dirla tutta, in realtà il fenomeno non è nuovo, il primo a definirlo fu l’americano Jay Westerveld, ambientalista; egli nel 1986 evidenziò che la pratica delle catene alberghiere di chiedere ai propri clienti di riutilizzare più volte gli asciugamani per motivazioni di impatto ambientale, aveva in realtà come unico scopo quello di ridurre i costi di gestione. Infatti nessuno ha effettivamente approfondito il problema, di come di fatto poi fosse attuato il processo generale e complessivo di lavaggio della biancheria: con quali prodotti, se biodegradabili o meno, con l’utilizzo di macchinari ad alto o basso assorbimento di energia ed acqua, con prodotti dannosi ed allergizzanti per le persone, con il rispetto dell’equa distribuzione dei vantaggi connessi all’attività economica svolta. Ecco questo è un classico caso di messaggio di forte impatto etico sul consumatore che però non è stato assoggettato ad una rigorosa verifica del fine palesato, cioè quello di attuare una strategia produttiva effettivamente green.

Successivamente nel 2008 si utilizzò un termine forse ancora più rappresentativo del problema qui individuato, il c.d. green sheen, cioè letteralmente: abbaglio, quindi un vero e proprio malinteso del consumatore che lo induce allo sbaglio, all’errore nel considerare ecologico un bene/servizio presente sul mercato. A volerla dire con Valentina Furlanetto, nel suo libro “L’industria della carità” il significato di greenwashing può essere così rappresentato “appropriazione indebita di virtù e di qualità ecosensibili per conquistare il favore dei consumatori o, peggio, per far dimenticare la propria cattiva reputazione di azienda le cui attività compromettono l’ambiente»

In via generale si può evidenziare che nella comunicazione greenwashing si possono individuare le seguenti caratteristiche: - non ci sono informazioni approfondite che supportino quanto indicato nelle etichette e nei messaggi pubblicitari; - i dati sono dichiarati come certificati, tuttavia l’ente certificatore non è riconosciuto come organo autorizzato e quindi non garantisce le c.d. “procedure autorizzative ambientali”, cioè quelle che assicurano che l’attività aziendale sia compatibile con le condizioni per uno sviluppo sostenibile (come enunciato nel Decreto legislativo 152 del 2006); - enfatizzazione di singole e marginali caratteristiche del prodotto con affermazioni ambientali anche false; - le informazioni sono generiche e spesso fuorvianti per il consumatore; - utilizzo di etichette false o contraffatte.  

Con uno sguardo verso gli acquisti delle generazioni più giovani si riscontra che spesso il criterio economico non è l’unico utilizzato e spesso la condivisione dei valori espressi dai vari marchi può fare la differenza. Si è visto infatti che ci sono giovani consumatori che comprano le firme che ad esempio sostengono i rifugiati, oppure che hanno gli imballaggi privi di plastica, o anche che svolgono campagne a favore dell’eliminazione del divario lavorativo tra maschi e femmine, o a favore della salute femminile, o ancora che sostengono l’aborto ed i diritti delle comunità il cui orientamento sessuale non rientra nella classica suddivisione maschio/femmina (c.d. comunità LGBTQ+). Si assiste quindi alla pratica seguita da alcune aziende dei vari settori che per attirare consumatori, specialmente giovani, costruiscono un’immagine di sé stesse attivamente coinvolta nella difesa o prevenzione delle citate situazioni sociali, per cui si sono coniate anche altre parole, come ad esempio quelle c.d. di pinkwashing (a favore del genere femminile in termini di rispetto ed inclusione), genderwashing (a tutela delle pari opportunità) o anche di rainbowwashing (a favore delle comunità LGBTQ+).

Certamente se è possibile riscontrare simili situazioni è perché le normative in vigore non sono stringenti, siamo di fronte alla mancanza di regole certe e applicabili in ambito sia nazionale sia internazionale. Di fronte ad un mercato globale anche le norme dovrebbero coinvolgere più paesi ed essere armonizzate; invece la poca chiarezza e trasparenza rende le tecniche di abbaglio ed induzione all’errore dei consumatori ancora più forti e spesso irriconoscibili. In particolare il messaggio pro natura è spesso poco chiaro e si basa sull’uso di un linguaggio vago ed approssimativo, o all’opposto molto tecnico tanto da risultare quasi incomprensibile, o anche su immagini suggestive con soggetti ed ambienti che richiamano la natura ed inducono a pensare che il prodotto/servizio proposto rispetti davvero i parametri ecologici.

Quindi siamo di fronte ad un’oggettiva difficoltà a riconoscere e capire quanto un’azienda prenda sul serio il problema ambientale e quanti dei suoi proclami siano veramente credibili e fondati su oggettive strategie produttive rispettose dell’ambiente. Oggi capire se si è di fronte ad una pratica di greenwashing è sempre più complicato, soprattutto a causa della facilità e superficialità con cui vengono proposte delle politiche pro ambiente spesso non verificabili a priori, proprio in mancanza di normativa di settore nazionale ed internazionale. Il New Climate Institute ha analizzato gli obiettivi ecologici di 25 multinazionali; secondo quanto comunicato da queste aziende nel 2019 esse hanno contribuito alle emissioni di gas serra per una percentuale pari al 5% delle emissioni a livello mondiale. Tuttavia solo 13 delle 25 aziende spigano nel dettaglio i piani strategici per ridurre le emissioni del 40% circa, laddove il termine “emissioni zero” - che è poi l’obiettivo che ci si è posti per il 2050 - implicherebbe la riduzione del 100% (con l’espressione emissioni zero si intendono le emissioni inquinanti nette, cioè si arriva alla neutralità carbonica quando i gas serra immessi nell’ambiente sono di pari quantità rispetto a quelli che si riescono ad eliminare). Nello studio si evidenzia che solo 3 (Maersk, Vodafone e Deutsche telekom) delle 25 aziende multinazionali hanno obiettivi seri di decarbonizzazione dei processi, in quanto puntano ad un taglio del 90% delle emissioni nei tempi indicati. In definitiva le altre si impegnano a ridurre del solo 20% le emissioni e non accompagnano le loro affermazioni con piani strutturati e con una tavola delle modifiche nel tempo. Si può quindi concludere che, almeno queste aziende prese a base dell’analisi, non sono assolutamente allineate agli obiettivi climatici dell’agenda internazionale; solo alcuni pochi soggetti si stanno realmente impegnando.

Tornando al problema legislativo si evidenzia che nel marzo del 2023 la Commissione europea ha proposto nuovi criteri comuni per arginare il fenomeno del greenwashing e delle asserzioni ecologiste ingannevoli. Il Parlamento europeo li ha poi approvati a maggio 2023. L’obiettivo della Commissione è quello di arginare il problema in quanto, da uno studio condotto dalla stessa Commissione, è risultato che il 53,3% delle affermazioni ambientali da parte delle aziende sono vaghe, fuorvianti o infondate e che il 40% è del tutto infondato e falso. La proposta contiene norme più stringenti sull’uso e sul controllo della veridicità di affermazioni ambientaliste nonché il divieto generale di pubblicità ingannevole. Al fine di valutare se un comportamento è ingannevole, e come tale se può indurre i consumatori nell’errore, è stato formulato un concetto di greenwashing molto stretto e che per valutarne l’effettività occorre individuare due aspetti: l’intenzionalità di fuorviare o indurre in errore il destinatario della dichiarazione di sostenibilità mediante pratiche o enunciazioni ingannevoli e la grave negligenza da parte degli operatori che affermano pratiche o strategie sostenibili in maniera non approfondita e poco chiara, anche qualora non sia ravvisabile l’intenzionalità di fuorviare il consumatore. Altri paesi come l’Australia, Singapore e gli Stati Uniti d’America hanno predisposto delle guide anti-greenwashing che aiutano i consumatori ad essere più consapevoli delle proprie scelte.

L’auspicio è che si riesca a far chiarezza sui veri responsabili dei repentini cambiamenti climatici e che le aziende siano maggiormente controllate nei loro effettivi obiettivi e strategie intraprese perché la posta in gioco è molto alta e occorre porre rimedio nell’immediato senza lasciare spazio ad enunciati ipocriti e falsi; forse sarebbe importante iniziare ad agire anche con il cuore, soprattutto per tutelare le generazioni future!

 

Dettagli
Emanuela Scarponi logo
09 Novembre 2023

LA CULTURA COME VALORE PER L’UMANITA’: UNA RIFLESSIONE di Alessandra Di Giovambattista

LA CULTURA COME VALORE PER L’UMANITA’: UNA RIFLESSIONE
di Alessandra Di Giovambattista

06-12-2023
 
Italia: la nazione che più fa pensare al trionfo della cultura. Il suo passato basato sulle tradizioni, sul pensiero e sulle conoscenze degli etruschi, dei greci, dei latini, è testimoniato in ogni angolo del territorio italico, nei suoi splendidi musei ricchi di inestimabili bellezze e nelle chiese che oltre al patrimonio interno sono veri e propri gioielli di architetture di diverse epoche storiche.
Ma nel nostro sentire quotidiano, cosa vuol dire cultura? È una parola complessa e piena di sinergie: deriva dal latino, “colere” participio passato di cultus, cioè coltivare. Ed effettivamente una persona colta è una persona ricca di esperienze di studio e di vita, capace di elaborare le nozioni, comprenderne fino in fondo il significato, essere critico ed applicare le esperienze acquisite in tutte le situazioni: praticamente coltivare il proprio terreno esistenziale, nutrirlo con la spiritualità, le arti, il gusto per il bello, il luminoso, il trasparente, per far fiorire una vita ricca di saggezza, educazione, morale, etica, pazienza, attenzione ed accoglienza verso l’altro. Si può quindi dire che la cultura riesce a plasmare l’uomo con tutto il suo bagaglio di esperienze rendendolo anima sensibile e superiore rispetto a tutto le forme di vita del Creato.
Quindi sarebbe importante esplorare il concetto di cultura come approfondimento della vita degli esseri umani nello scambio antropologico di esperienze, nei modi di pensare, comportarsi ed esprimersi nella società e nei singoli rapporti interpersonali. Il processo culturale nasce con gli esseri umani ed è un concetto costantemente mutevole. I latini, come già visto, fanno derivare il termine dalla parola “coltivare” in una sorta di rapporto imprescindibile e sinergico tra uomo e natura, dove l’uomo è visto come terreno fertile su cui far crescere qualunque tipo di esperienza e conoscenza che possa far sviluppare anima, mente e corpo, mediante una serie di processi di apprendimento tra loro interconnessi. L’anima va nutrita e coltivata come il terreno affinché l’essere umano impari a convivere in società organizzate; quindi il concetto richiama anche l’attenzione affinché tutto si presenti curato, ordinato, ben lavorato e gestito, escludendo quindi situazioni di caos, disordine e mancanza di cura. Proprio per gli svariati ambiti in cui può esprimersi il valore della cultura riconosciamo nella terminologia comune la cultura letteraria, quella scientifica, religiosa, artistica, musicale, gastronomica, e via dicendo.
Nei tempi più recenti il termine cultura è stato associato al processo di formazione della personalità umana e della sua capacità di sviluppo, quindi ben al di là dal semplice procedimento di acquisizione e accumulo di dati, informazioni e notizie. Quest’ultimo forse lo si può riferire più appropriatamente ad una macchina capace di incamerare infiniti files in memorie sterili e meccaniche senza possibilità di elaborazione, critica, etica, morale, compassione e umanità (la c.c. intelligenza artificiale). Ecco perché è estremamente fuorviante pensare che più si è eruditi e più si è colti; la cultura non è solo conoscenza di nozioni e teorie, ma è in più, e maggiormente, conoscenza di vita, capacità di osservazione critica ed esperienziale. Dire che oggi il livello di scolarizzazione rende più colti i giovani contemporanei rispetto a quelli del passato è un’affermazione sviante se non errata. Piuttosto l’umanità si è retta ed evoluta attraverso processi sperimentali dettati da curiosità antropologica e scientifica indotti dalla necessità di miglioramento delle proprie condizioni di vita in un processo in cui le scelte sono state fatte in modo ponderato, cercando di non sbagliare, ma dove anche l’errore e le capacità di saperlo accettare e correggere rappresentano un valore aggiunto ed un ottimo indicatore del livello culturale acquisito.  
Un altro significato di cultura è quello che si riferisce non solo alla cultura umana in generale, ma alle differenti culture presenti nelle diverse zone geografiche – che per l’appunto si sono sviluppate anche in ragione del territorio sul quale le popolazioni si trovavano a dover convivere (appunto il terreno) - che possono ricondursi alle regole che sorreggono una società e ne presiedono il comportamento concreto, nonché alla previsione di sanzioni in caso di comportamento divergente. In tal modo la cultura diviene un elemento che plasma la personalità degli individui, entra nel loro modo di vivere e di rapportarsi così che, a seconda delle culture in cui l’uomo è cresciuto, si sviluppa una differente personalità specifica dell’ambiente, definita “personalità fondamentale” rispetto alla quale i singoli rappresentano delle variazioni, dei sottoinsiemi. In tale accezione va ricercata la difficoltà con cui persone di etnia differente non riescono a ben comprendersi sulle modalità di vita e di reazione a determinate situazioni.
Sembrerà paradossale ma il problema dei conflitti culturali a mio avviso è da ricondurre a problematiche di scarsa cultura; infatti l’aspetto più importante che aiuta a comprendere lo spessore culturale di una persona e di una collettività è quello dell’accoglienza dell’altro perché tale caratteristica implica la capacità di comprensione e di dialogo che parte prima di tutto dal rispetto, ma al tempo stesso richiede reciprocità in un atteggiamento di libera espressione di pensiero. In una situazione di globalizzazione gli scontri tra culture sono inevitabili, ma il problema fondamentale è spesso rappresentato dalla non valorizzazione di un proficuo e pacifico scambio di relazioni di crescita e di miglioramento sinergico finalizzato al rispetto dell’altro. È indubbio poi che la popolazione che accoglie persone di culture diverse deve fare di tutto per integrarle offrendo lavoro e dignità, aspetti che aiutano a comprendere e a sviluppare un processo di considerazione del substrato culturale presente nel paese ospitante. La persona ospite abbandonata a sé stessa, non aiutata a comprende i valori fondanti di una società ospitante che vive in modo differente a ragione della diversa evoluzione territoriale, rimarrà isolata e maturerà un senso di ostilità verso una collettività non compresa e non inclusiva.
In tal senso sarebbe auspicabile che la persona che emigra in un territorio culturalmente distante dalle proprie abitudini di vita e di pensiero trovi strutture che l’aiutino a conoscere e a capire: andrebbero organizzati corsi di formazione di lingua, religione, educazione civica e didattica che supportino l’individuo a comprendere le differenze, senza pretendere la passiva ed immediata accettazione per obbligo o necessità. Se l’uomo si rende cosciente delle proprie scelte è ben disposto a cambiamenti ed integrazione; se non integrato consapevolmente diventa violento, con un atteggiamento di ostilità verso una collettività distante e sconosciuta. Per contro il dannoso rovescio della medaglia si trova nella società ospitante che si trova disorientata di fronte a persone che, non integrate, cercano di sovvertire il consolidato schema culturale che si è formato nel tempo, in una sorta di rivoluzione di pensiero che, come tutte le rivoluzioni, lascia sempre sul campo delle vittime: l’ospite viene percepito come un alieno che attenta ad un equilibrio culturale consolidatosi nel processo evolutivo! E in tale situazione le vittime sono i più giovani che non hanno avuto il tempo di irrobustire il proprio sentire e non hanno avuto modo di poter scegliere in maniera consapevole e si sa, dove c’è violenza la prima reazione è usare il metodo “occhio per occhio, dente per dente” innescando una spirale senza fine di rabbia e di odio interculturale.
La realtà è che oggi si assiste ad un delirio di onnipotenza, dove le uniche variabili in gioco sono il denaro ed il potere, dove la cultura - che aiuta a comprendere e ad affrontare meglio le differenze, il dolore, la sofferenza, le sconfitte - non ha più valore, o ne ha sempre molto meno, in un lento e continuo processo di marginalizzazione che conduce a società povere e fragili sotto diversi profili, non solo economici. Laddove invece si ritrovano Paesi dove la cultura e le proprie radici rappresentano un elemento fondante di costruzione della società civile si assiste a comunità ricche di valori e con livelli di qualità della vita, quindi non solo economici, elevati.
Pertanto bisogna porre l’attenzione ad un’accezione di cultura che non guardi solo alla formazione della personalità umana, ma generi ricchezza e prosperità in tutta la comunità. Ad esempio la nostra nazione che ha una posizione primaria nel mondo in termini di patrimonio culturale, può usufruire di notevoli risorse, forse inesauribili, che noi, generazioni attuali, abbiamo acquisito a costo zero. Per questo andrebbe valorizzata la cultura, soprattutto attraverso adeguate politiche di formazione e di riscoperta del suo valore intrinseco che genera benessere nella società; sarebbero opportune delle misure atte a far maturare e rinascere, soprattutto nei giovani, la voglia di essere individuai curiosi, proiettati verso il futuro, etici, rispettosi, amanti della bellezza e soprattutto consapevoli delle proprie radici. Questo potrebbe forse essere il modo per cercare di recuperare una società fin troppo svilita, superficiale e buia dove non viene attribuito alcun peso alla cultura anzi, in alcuni contesti, essa sembra rappresentare sempre più un disvalore e questo in Italia come nella maggioranza dei paesi.
I nostri media, soprattutto televisivi, non programmano nei palinsesti rappresentazioni teatrali, concerti, letture di opere letterarie, pubblicità di eventi artistici, scientifici e formativi, bensì programmi in cui si vuol far vivere la vita di altri (peraltro con rappresentazioni false e costruite) fomentando giudizi e distaccando i singoli dalle responsabilità della propria esistenza, rendendoli partecipi e cooprotagonisti di vite parallele e virtuali.
Per quanto attiene all’ambito politico l’obiettivo dovrebbe essere rappresentato da politiche di potenziamento della cultura vista come un possibile fattore di investimento, prima di tutto nei giovani, ricchi di tanta forza di innovazione, fantasia e cambiamento. Occorre sostenere finanziariamente il settore culturale affinché diventi un elemento fondante della società e del processo di produzione del valore economico: la cultura stessa deve essere ripensata come vero e proprio valore, come elemento a cui tutta la popolazione, ed ognuno singolarmente, deve aspirare, perché dove c’è cultura si vive meglio nel rispetto reciproco e nella certezza del diritto. Riconosciuta come valore allora sarà più facile identificarla come guida e fattore orientante delle scelte dei singoli e della collettività e garantirà la vera libertà dell’uomo nel rispetto delle differenze.
 
 

Dettagli
Emanuela Scarponi logo
06 Dicembre 2023

IL VALORE DELLA CULTURA: UNO DEI MOTORI DELL’ECONOMIA ITALIANA di Alessandra Di Giovambattista

IL VALORE DELLA CULTURA: UNO DEI MOTORI DELL’ECONOMIA ITALIANA
di Alessandra Di Giovambattista
09-12-2023
La cultura, concetto pieno di significato e riconducibile alle conoscenze, esperienze, storia, vissuto di una collettività, propulsore dello sviluppo umano, è fisicamente rappresentata e quindi resa fruibile e concreta, anche in ambito economico, dai beni culturali singoli (ogni opera d’arte) o collettivi (musei, biblioteche, pinacoteche, siti archeologici, e via dicendo) che hanno un altissimo valore, non solamente monetario. Tuttavia spesso riesce impossibile fare una stima delle opere d’arte; comunemente si usa la locuzione “non ha valore” per sottolineare l’unicità di ognuna di esse nel patrimonio dell’umanità. Ecco quindi di frequente la difficoltà di attribuire un valore ai beni che formano il patrimonio collettivo di una comunità.
Ma come viviamo oggi le nostre radici culturali? Secondo un’indagine dell’Istituto Superiore di statistica (ISTAT) gli italiani per una quota del 45,3% sono fruitori di spettacoli cinematografici, ma non tutti si recano al cinema; infatti aumenta il numero dei soggetti che vedono film via web o in TV e questa è una tendenza che si osserva da diverso tempo. Successivamente si registra una discreta propensione per la lettura, per una percentuale poco più del 41,4%, che implica però che più della metà dei soggetti, nel tempo libero, non legge neanche un libro l’anno. Seguono poi le visite presso i musei e le mostre e successivamente le visite a siti archeologici e monumenti. Il confronto con i popoli dell’Europa ci pone in netta minoranza circa le presenze a teatro, concerti e balletti classici: a fronte della nostra percentuale del 25,3% abbiamo una quota europea media del 42%, con valori pari al 32,7% in Spagna ed al 54,8% in Francia. Medesime differenze si registrano per le visite ai musei, siti archeologici e monumenti.
Ma per comprende meglio il valore della cultura possiamo essere aiutati dai contenuti di un’altra indagine individuata nel rapporto “Io sono cultura 2023”, relativo ai dati di settore registrati nel 2022, promosso dalla fondazione Symbola e da Unioncamere, in collaborazione con l’Istituto per il Credito sportivo ed il Ministero della Cultura, con il Centro studi Tagliacarne a Roma (fondazione della stessa Unioncamere) e la Fondazione Fitzcarraldo di Torino. Da tale indagine è emerso che cultura e bellezza sono aspetti ormai radicati nella società e nell’economia italiana; la forte relazione con la manifattura ha permesso di creare un robusto sodalizio produttivo: il made in Italy. Il settore culturale ha sofferto più degli altri negli anni della pandemia, ma sembra che stia rinascendo più solido anche perché ha sviluppato nuove forme di fruizione dei servizi; quindi si assiste ad una forte ripresa economica e sociale del comparto che sta creando ricchezza e posti di lavoro, confermando così il suo ruolo economico centrale.
Nell’ambito produttivo la cultura si coniuga bene con l’innovazione e la creatività che immesse nei processi produttivi manifatturieri rappresentano dei fattori che hanno contribuito al successo di molti prodotti italiani, anche ecosostenibili. In più la cultura potenzia il settore turistico e quello enogastronomico. Il rapporto viene redatto ogni anno e quantifica il peso della cultura e della creatività nell’economia nazionale. Il sistema produttivo culturale e creativo si compone di tutti gli operatori economici che producono beni e servizi di natura culturale ma anche tutto l’indotto che utilizza la cultura come fattore produttivo per accrescere il valore dei prodotti e quindi la competitività sul mercato. Nel settore riconosciamo le attività di conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico (biblioteche, emeroteche, archivi, musei) di arti visive e prestazioni artistiche (teatri, concerti, balletti) e tutto ciò che vi ruota intorno dai video giochi alla stampa, ai media radio televisivi, alla critica, all’architettura al design, alla moda.
Nel 2022 la filiera ha prodotto complessivamente un valore aggiunto pari a 95,5 miliardi di euro, in aumento del 6,8% rispetto all’anno 2021 e del 4,4% rispetto al 2019, recuperando anche i posti di lavoro che si erano persi durante il periodo della pandemia e facendo registrare un aumento del 3% rispetto ad una media nazionale dell’1,7%.
Molto interessante notare che contribuisce, in modo sostanzioso, all’incremento del valore aggiunto del settore della cultura e del suo indotto, anche il comparto dei videogiochi e dei software che rappresenta il mercato digitale delle prestazioni artistiche c.d. performing arts e delle arti visive con il quale si è creato un sodalizio con le attività di valorizzazione del patrimonio storico e artistico. A mero titolo di esempio si pensi alla realtà aumentata (AR) che permette di riprodurre attraverso appositi strumenti definiti di “realtà virtuale” - VR (virtual reality) situazioni, spettacoli ed eventi che avvenivano nell’antichità; un esempio è fornito a Roma dall’esperienza di realtà aumentata presso il Circo Massimo dove attraverso sofisticati software è possibile rivisitare il sito in tutte le sue fasi storiche e sentirsi immersi nelle varie realtà del passato.
In termini territoriali la ricerca ha evidenziato che le regioni maggiormente specializzate in beni e servizi culturali e creativi sono la Lombardia ed il Lazio; la prima genera, nel comparto, un valore aggiunto che da solo rappresenta il 27,6% dell’intera filiera, mentre la seconda, quale principale centro turistico – culturale, partecipa per il 15% all’intera produzione del settore. Ambedue le regioni mostrano, rispetto al resto d’Italia una maggiore specializzazione culturale e creativa che genera valore ed influisce positivamente sullo sviluppo del territorio, sia in termini di ricchezza sia in termini occupazionali. Subito dopo troviamo la regione Piemonte, il Friuli-Venezia Giulia, il Veneto e la Toscana. Tuttavia i migliori risultati in termini di aumento del valore aggiunto rispetto ai periodi precedenti (tra il 2019 ed il 2022) si riscontrano in Liguria, in Basilicata, in Lombardia ed in Campania. Per quanto attiene invece l’aumento di occupazione le migliori performances (per lo stesso triennio di osservazione) sono date dalla Liguria, dalla Campania e dalla Puglia; mentre le regioni Trentino-Alto Adige, Umbria e Sicilia, registrano un calo occupazionale.
È utile sottolineare che fanno parte del settore non solo le imprese private, ma anche le organizzazioni non-profit, cioè aziende che operano sul mercato senza avere come obiettivo un surplus economico (reddito positivo, cioè utile), ed i soggetti pubblici; anzi occorre evidenziare come a fronte delle molte innovazioni in atto rimanga necessario il contributo delle politiche pubbliche nazionali ed europee per cercare di superare le difficoltà finanziarie dovute ai recenti shock sanitari, inflazionistici e ai purtroppo ancora attuali conflitti in Europa e nel Medio oriente.
Dall’unione europea arrivano fondi per finanziare il programma nato per progettare futuri modi di vivere unendo arte, cultura, design, architettura, inclusione sociale, scienza e tecnologia, il c.d. New European Bauhaus (NEB). Con tale piano la comunità europea intende affrontare il problema della sostenibilità supportandolo con i concetti di estetica ed accessibilità, in una sorta di programma multidisciplinare orientato alla transizione ecologica indicata dal piano c.d. Next Generation EU; in due anni l’iniziativa ha creato una comunità attiva di soggetti in tutti gli Stati membri ed ha investito circa 106 milioni di euro per il 2023 ed il 2024. Se l’Italia riuscisse a produrre valore e lavoro nel settore culturale si favorirebbe un’economica più vicina alle necessità umane, più competitiva e più orientata al futuro, così come sostenuto anche nel manifesto di Assisi, e le ricadute si avrebbero in un aumento della domanda di “Italia” da parte dei consumatori provenienti dai diversi Paesi del mondo. In questo senso, un indicatore di gradimento e di attrattività per i visitatori del nostro Paese è la spesa sostenuta per consumi culturali che ha sfiorato i 35 miliardi di euro nel 2022, pari al 44,9% delle spesa turistica complessiva.
Il settore culturale si presenta quindi come un ambito strategico nei processi di trasformazione sostenibile dei modelli di sviluppo per i quali l’Italia si è impegnata a livello internazionale sottoscrivendo l’agenda ONU per il 2030 e a livello europeo con l’adesione al “Green deal” e al citato programma Next Generation EU. Gli impegni sottoscritti in Europa vengono calati nei singoli piani nazionali di ripresa e resilienza (c.d. PNRR) presentati dai differenti Paesi; si vede come la leva culturale stia progressivamente aumentando il peso nelle scelte economiche e in particolare nel comparto turistico nel rispetto della sostenibilità sul territorio e del territorio, della innovazione, del benessere individuale e collettivo e della integrazione e inclusione sociale. Il nostro Governo ha destinato al comparto risorse per circa 6,68 miliardi di euro identificando la missione “digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo”; si comprende come le politiche pubbliche intendano incentivare un settore trainante per tutta l’economia nazionale, dove il marchio made in Italy gioca un ruolo fondamentale per la ripresa ed il rafforzamento del tessuto economico. In tal senso si pensi che il solo turismo rappresenta il 12% circa del PIL nazionale.
Gli obiettivi inclusi nel PNRR sono riconducibili alla sostenibilità ambientale ed alla tutela del patrimonio paesaggistico e culturale e le politiche di sviluppo coinvolgono anche le politiche occupazionali in quanto i settori del turismo e della cultura sono tra quelli che registrano una grande forza lavoro in ambito giovanile e femminile e quindi anche in tal senso riescono a cogliere gli obiettivi generazionali e di genere contenuti nel PNRR. Gli investimenti nel settore della cultura individuati nel piano di ripresa e resilienza riguarderanno tutti i siti culturali delle grandi aree metropolitane cercando anche di rigenerare aree abbandonate e periferiche, inoltre non trascureranno i piccoli borghi e le aree rurali, per creare una domanda di esperienze nuove e più legate alla terra ed alla tradizione popolare, così come terranno in debito conto il patrimonio turistico culturale delle isole minori che rimangono sempre troppo al margine delle politiche di sviluppo economico. Anche le misure contenute nella politica di coesione europea per il periodo 2021-2027 si mostrano particolarmente sensibili ai temi della cultura indicando come obiettivo specifico quello del rafforzamento del turismo sostenibile e a sfondo culturale al fine di raggiungere un più elevato livello di sviluppo economico, di inclusione e di innovazione sociale.
Il messaggio che occorre far passare è che siamo una popolazione fortunata, perché godiamo di infinita bellezza: artistica, territoriale, umana, ma non possiamo vivere di ricordi e di rendita, occorre ripensare modelli economico-culturali nuovi e ripensarci come fruitori, consumatori di cultura. Su tutto però sarà sempre indispensabile, anche con l’aiuto delle istituzioni scolastiche, continuare a nutrire l’amore e la passione per tutti gli ambiti culturali che hanno sempre caratterizzato le anime dei nostri grandi antenati italici.

 

Dettagli
Emanuela Scarponi logo
09 Dicembre 2023

PLASTIC TAX: UNA IMPOSTA MAI ENTRATA IN VIGORE. di Alessandra Di Giovambattista

PLASTIC TAX: UNA IMPOSTA MAI ENTRATA IN VIGORE.
di Alessandra Di Giovambattista

 

29-11-2023
 
Nella sua formulazione originaria l’imposta sul consumo dei manufatti in plastica con impiego singolo, cioè monouso (MACSI), c.d. plastic tax, è stata introdotta dalla legge di stabilità (legge di bilancio) per il 2020 nei commi da 634 a 658. La relazione illustrativa al provvedimento individuava come assoggettati alla nuova imposizione i manufatti in plastica con funzione di contenimento, protezione, manipolazione o consegna di beni, di qualsiasi natura, anche alimentari, includendo anche fogli e pellicole, realizzati con materie plastiche di origine sintetica e non utilizzabili più volte (per l’appunto monouso). Uniche esclusioni riguardavano i manufatti compostabili e le siringhe, che per loro natura sono necessariamente monouso.
A latere di questa nuova imposizione era poi previsto un credito d’imposta a favore delle imprese presenti nel settore delle materie plastiche per l’adeguamento tecnologico delle linee di produzione di manufatti biodegradabili e compostabili, nonché per attività di formazione del personale dipendente per acquisire o consolidare le conoscenze connesse allo sviluppo del settore. Queste ultime misure avevano l’obiettivo di sostenere piani di investimento per la conversione alla produzione di prodotti di natura compostabile secondo lo standard EN13432:2002. Con questa disposizione si provvedeva ad attuare la direttiva n. 2019/904/UE che ha come obiettivo la riduzione dell’impatto sull’ambiente dei prodotti in plastica, in particolare di quelli non riutilizzabili, caratterizzati da un ciclo di vita di breve durata, e da un inefficiente processo di riciclo. Gli Stati membri erano stati pertanto chiamati ad adeguarsi con idonee misure legislative per ridurre e per monitorare il consumo dei prodotti MACSI e per adottare e riferire i progressi compiuti in tale ambito.
Prima di continuare va fatto un approfondimento sul significato di biodegradabilità: è la caratteristica tipica delle sostanze organiche, ma anche di alcuni elementi sintetici, di essere decomposti da microorganismi presenti in natura; ciò permette di mantenere l’equilibrio biologico del pianeta. Però come già accennato tale caratteristica può essere attribuibile anche ad alcuni composti artificiali e sintetici che una volta dispersi nell’ambiente riescono facilmente a decomporsi per la presenza di microorganismi, es. batteri, in grado di trasformare le sostanze sintetiche in composti meno inquinanti e assorbibili dal terreno (in genere in tempi e modi diversi a seconda del materiale).
Tornando all’imposta sui manufatti in plastica monouso la relazione illustrativa al provvedimento istitutivo sottolineava l’uso dello strumento della leva fiscale (per  l’appunto la nuova imposta) per imprimere un’inversione di tendenza nell’uso comune dei prodotti di materiale plastico. L’obiettivo del tributo era anche quello di promuovere la progressiva riduzione della produzione e quindi del consumo di prodotti monouso in plastica attuando sia una politica di maggiore pressione fiscale nei confronti delle aziende meno virtuose e al contempo prevedere degli aiuti di natura finanziaria per far fronte ai costi delle strategie innovative e di transizione ecologica.
Questa impostazione è riconducibile anche alla politica europea finalizzata alla riduzione dell’incidenza dei prodotti in plastica - in particolare di quelli non riutilizzabili né assoggettabili a processi di riciclo i quali non contribuiscono alla riduzione della quantità di rifiuti - che derivano da linee di produzione inefficienti ed in contrasto con gli obiettivi di tutela dell’ambiente. Allo stesso tempo e con la medesima finalità, della riduzione dell’inquinamento da rifiuti di imballaggi in plastica non riciclabile, il 14 dicembre 2020 l’Unione Europea con la decisione 2020/2053 ha predisposto, per il bilancio 2021-2027, una nuova categoria di risorse proprie basata su tributi da calcolarsi in ciascuno Stato membro, con aliquota pari a 0,8 centesimi di euro per chilogrammo di plastica contenuto in imballaggi non riciclabili. Gli Stati sono stati lasciati liberi di adottare le misure più consone per il raggiungimento degli obiettivi prefissati, tenendo in debito conto il c.d. principio di sussidiarietà. Quest’ultimo mira a garantire che le decisioni siano adottate, nell’ambito di una cornice di principi definita dall’unione europea, dai diversi Stati membri secondo le caratteristiche e le peculiarità tipiche di ogni nazione e territorio (regionale o locale).
Una prima analisi circa l’impatto che la plastic tax avrebbe avuto in Italia fu fornita da diverse associazioni, tra cui l’Associazione Italiana Industria Bevande Analcoliche (Assobibe), e non fu di certo positivo; si sottolineò subito che la misura avrebbe provocato solo un aumento dei prezzi (in quanto i produttori avrebbero cercato di traslare verso i consumatori il maggior carico impositivo), una riduzione dei posti di lavoro e ripercussioni di carattere negativo nel settore della plastica. In Italia il settore conta oltre 11.000 imprese con un fatturato di oltre 30 miliardi di euro; tuttavia a livello regionale la quota del 50% in termini di personale occupato è detenuta da solo tre regioni: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.
E’ per questi motivi che l’attuazione della plastic tax è stata finora oggetto di continui rinvii; infatti all’origine sarebbe dovuta entrare in vigore il primo luglio 2020; poi il decreto legge n. 34 del 2020, c.d. decreto rilancio, ne ha posticipato l’entrata in vigore al primo gennaio 2021 e successivamente al primo luglio 2021. La legge di bilancio per il 2022 ne ha ulteriormente prorogato l’applicazione al primo gennaio 2024. Infine con il comunicato stampa n. 54 del 16 ottobre 2023 il Consiglio dei Ministri ne ha deciso l’ulteriore rinvio al primo luglio 2024, così come indicato nel disegno di legge di bilancio per il 2024.
A dovere di cronaca occorre ricordare che le imposte sulla plastica in Italia avevano già fatto la loro comparse con l’imposta di fabbricazione e la sovraimposta di confine sui sacchetti di plastica (istituite nel 1988 ed abrogate nel 1993).
La proposta italiana di introdurre un’imposta sui MACSI seguiva una linea di tendenza già utilizzata da altri paesi europei; in questo senso l’OCSE in un report presentato nel 2019 sottolinea la presenza di una tassa in Belgio sugli imballaggi di posate usa e getta e sui sacchetti di plastica monouso immessi sul mercato; in Francia, Irlanda, Portogallo, Spagna e nel Regno Unito si applica, con modalità e parametri diversi, una tassa sulle quantità di sacchetti di plastica monouso prodotti; in Danimarca, paese da sempre molto attento alle questioni ambientali, si prevede il pagamento di una tassa per specifici prodotti in PVC morbido, e per tutta una serie di beni che contengono ftalati (es. tubi, rivestimenti per pavimenti e pareti, guanti, grembiuli, tute protettive, indumenti impermeabili, tovaglie, cavi, fili, grondaie, cartelline in plastica, raccoglitori, ecc).
Nel dettaglio il Regno Unito ha basato la sua imposta non sui manufatti in plastica monouso, ma sugli imballaggi di plastica prodotti o importati nello Stato per un quantitativo superiore a 10 tonnellate di prodotto plastico che avesse sostenuto l’ultimo stadio di trasformazione. In Spagna, invece, dal 1 gennaio 2023 vige un’imposta sugli imballaggi monouso, prodotti, importati o introdotti da altri Stati dell’Unione europea, contenenti plastica, sui prodotti semilavorati in plastica e sui prodotti contenenti materie plastiche destinati alla confezione finale di vendita. Da più parti si è però rilevata la difficoltà di quantificazione e di determinazione della base imponibile dell’imposta nonché la complicazione dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea per cui tali prodotti sono soggetti al regime di importazione, con aggravio di costi, mentre i passaggi degli stessi prodotti in Spagna rappresentano movimenti intra comunitari e non soffrono di aggravi di dazi per importazione. Inoltre la definizione della base imponibile è complicata perché si basa su presupposti differenti; ad esempio nel Regno Unito non rientrano tra i prodotti assoggettati alla plastic tax gli imballaggi che contengono più del 30% di plastica riciclata, pur concorrendo alla determinazione della soglia delle 10 tonnellate, mentre vi vengono assoggettati i prodotti la cui componente plastica è prevalente in peso rispetto agli altri elementi che compongono il prodotto. In Spagna, invece, la base imponibile è costituita da tutta la parte di prodotto che non è plastica riciclata, così come peraltro si conforma la nostra plastic tax. Pertanto un altro aspetto da sottolineare e da tenere in mente è rappresentato dalla difficoltà che le diverse tipologie di imposte stanno creando nella circolazione dei beni. Se la nostra imposta dovesse entrare in vigore, occorrerà tener conto di questi aspetti al fine di normare una imposta che sia di facile applicazione sia per la determinazione della base imponibile, sia per gli adempimenti amministrativi derivanti.
Questi i casi in cui in alcuni paesi europei hanno adottato la leva fiscale per cercare di contenere la produzione di materiali inquinanti e non riciclabili; a riscontro dell’efficacia di questa politica la relazione illustrativa al provvedimento di introduzione della plastic tax, ricordava che nel 2019 un altro report della Market Research Group ha quantificato, per il biennio 2017 e 2018, un decremento della produzione europea del mercato della plastica proprio per effetto di queste politiche, nonostante la produzione mondiale fosse invece costantemente aumentata. In particolare i maggiori produttori mondiali di plastica (dati del 2018), in percentuale, sono rappresentati da: paesi dell’accordo nordamericano di libero scambio tra USA, Canada e Messico, c.d. NAFTA (North Atlantic free trade Agreement) per una quota del 18%, Europa per il 17%, Cina per il 30%, Giappone per la quota del 4% ed il resto dell’Asia per il 17%.
Da queste brevi informazioni di natura statistica si comprende bene come il problema sia globale e riguardi tutti i paesi del mondo e sia però soggetto alla sensibilità di ognuno.

 

 

Dettagli
Emanuela Scarponi logo
29 Novembre 2023

PLASTIC TAX AD UN BIVIO: INTRODURLA O ELIMINARLA. di Alessandra Di Giovambattista

PLASTIC TAX AD UN BIVIO: INTRODURLA O ELIMINARLA.

di Alessandra Di Giovambattista

 02-12-2023

Il legislatore che nel 2019 ha previsto l’introduzione della plastic tax lo ha fatto con la finalità di disincentivare l’uso di imballaggi in plastica monouso (MACSI) a favore di processi virtuosi di riciclo delle materie plastiche e di utilizzo di materiali compostabili. Quindi l’imposta avrebbe dovuto pesare sulle aziende che da decenni riscuotono enormi profitti promuovendo la produzione e l’utilizzo di grandi quantità di imballaggi non sempre utili e giustificabili, penalizzando l’ambiente, e senza porsi il problema della gestione e del recupero attraverso il processo di riciclo. Ma la domanda importante da porsi è: il provvedimento sarà davvero efficace dal punto di vista ambientale? La plastic tax sarà solo una imposta da pagare in più, oppure si dimostrerà davvero come un utile strumento per disincentivare i consumi dei prodotti monouso e per incentivare comportamenti virtuosi nei produttori e nei consumatori, verso l’uso di materiali compostabili e meno inquinanti?

Da più parti, ed in particolare in più sedi territoriali di associazioni rappresentanti il mondo produttivo, in contrapposizione al nuovo tributo si è paventata l’ipotesi che la plastic tax fosse un’imposta introdotta esclusivamente per trovare risorse finanziarie a copertura di maggiori spese pubbliche, essendo del tutto inutile, se non dannosa, per l’economia e l’ambiente. La maggiore accusa è stata quella di conformarsi come uno strumento punitivo in conflitto con provvedimenti costruttivi che andrebbero opportunamente introdotti. In particolare rappresenterebbe un ostacolo ai progetti ed agli studi mirati a ridurre l’uso della plastica, che avrebbero invece bisogno di regole certe e stabili e non di sottrazione di risorse. È stata pertanto auspicata una politica concreta finalizzata a costruire una cultura dell’ecologia. Si è voluto quindi sottolineare l’importanza degli incentivi da erogare a quelle aziende virtuose che forniscono prodotti e implementano strategie di vendita attente all’ambiente (come ad esempio i corner green dove i consumatori possono acquistare detersivi ed alimenti in contenitori personali, oppure ricevere piccoli sconti e buoni in caso di conferimento di contenitori in plastica) ed escludere del tutto politiche che penalizzino le aziende meno virtuose. Altra accusa riguarda il fatto che la plastic tax rappresenterebbe una sorta di doppia imposizione, in quanto le aziende già oggi pagano il contributo CONAI per la raccolta ed il riciclo di imballaggi in plastica, ed andrebbe ad impattare direttamente sui prezzi di beni a larghissimo consumo.

Dalla parte opposta, quindi a favore dell’imposta, leggiamo un’analisi condotta da Greenpeace Italia, dove si sottolinea che la mancata entrata in vigore della plastic tax, oltre a non aver garantito un afflusso di risorse finanziarie per l’erario, (la relazione tecnica finale parlava di più di un miliardo di euro annui) ha obbligato l’Italia a pagare circa 800 milioni di euro all’Europa a titolo di imposizione sull’uso di prodotti in plastica non riciclabili (la citata decisione europea 2020/2053). Inoltre tali posticipi hanno favorito un settore industriale che continua a realizzare grandi profitti. L’indagine ha evidenziato che il settore della plastica gode di ottima salute mentre i costi derivanti dal mancato riciclo degli imballaggi sono sostenuti dalla collettività intera; e in realtà si tratta non solo di esborsi finanziari ma soprattutto di costi in termini di salute e minor benessere! L’indagine evidenzia infine una situazione paradossale in cui il Governo, soggetto che dovrebbe tutelare i cittadini, ed il mondo industriale sembrano ambedue voler puntare sul riciclo dei MACSI ma in realtà si oppongono all’entrata in vigore della tassa che dovrebbe, in modo indiretto, incentivare il mercato dei prodotti riciclabili e lo sviluppo di tecnologie di riciclo e recupero della plastica. L’indagine si conclude con una netta accusa dell’inerzia dell’Italia circa l’introduzione della plastic tax che, secondo Greenpeace, potrebbe essere invece un utile mezzo per contribuire a ridurre l’inquinamento da plastica usa e getta.

Esposti i pareri contro e a favore dell’imposta sui MACSI proviamo a farci un’opinione personale. In prima battuta osserviamo che le aziende non sopravvivono in ambienti dove non c’è chiarezza normativa, soprattutto in ambito fiscale. Le strategie aziendali si basano anche, e soprattutto in un Paese come l’Italia con una forte pressione fiscale, sulle politiche di programmazione tributaria. L’incertezza normativa non permette di costruire piani di sviluppo concreti; chi di noi potrebbe decidere una strategia senza sapere su quali elementi basarsi? Un Paese che costantemente rinvia l’entrata in vigore di una imposta che si basa su validi presupposti socio/economici dà una pessima immagine di sé ed allontana i possibili investitori, sia nazionali sia esteri: per piacere o manteniamo la norma e l’applichiamo oppure togliamola definitivamente, una volta per sempre!

Un altro aspetto da considerare è l’onestà delle scelte aziendali; purtroppo in un tessuto economico dove è molto potente la componente delle aziende multinazionali, peraltro estere, le decisioni vengono prese esclusivamente con riferimento al profitto. Il problema dell’inquinamento ambientale non rientra tra gli interessi di aziende che di fatto delocalizzano le proprie attività con l’obiettivo di trovare delle escamotages per non rispettare le norme vigenti nei propri Paesi! Ci troviamo di fronte a soggetti che non agiscono secondo deontologia e correttezza ma esclusivamente per il loro profitto. Per tali soggetti ritengo che norme rigide ed anche costose possano fare la differenza soprattutto a favore del principio per cui andrebbero premiate le aziende più virtuose che ormai non sono più quelle che rispondono solo ai classici principi di economicità, ma sono quelle che rispondono anche a principi di sopravvivenza ambientale (che di fatto dovrebbe ormai rientrare nell’accezione più ampia ed attuale di economicità). In questo senso bisognerebbe quindi prevedere un sistema circolare in cui chi più inquina più paga e le risorse ricavate vanno ad incentivare le aziende più virtuose ed innovative dello stesso settore; in questo modo forse si potrebbe innescare un processo positivo autogenerante. Il punto fondamentale da considerare è che non bisogna solo considerare l’effetto deterrente dell’imposta, ma parallelamente occorre prevedere sgravi ed incentivi per il ricorso ad alternative davvero ecologiche che si basino soprattutto sulla formazione di una nuova mentalità non consumistica che non approvi il prodotto monouso (usa e getta), di qualunque tipo esso sia. La scelta di premiare i virtuosi senza sanzionare i più inquinanti potrebbe risultare una politica non a saldo zero: di fatto potrebbe privilegiare i meno rispettosi innescando una spirale negativa e pericolosa. Da ricordare, in questo senso, tutte le aziende che hanno truffato i consumatori e danneggiato l’ambiente attraverso pratiche di greenwashing!

Andrebbe poi sottolineando che un atteggiamento altalenante circa l’introduzione di una norma espone il Paese a ricatti da parte delle imprese monopoliste; sulla questione plastic tax, la Coca-Cola Italia ha giocato un ruolo fortemente decisionista; infatti di fronte alla possibilità che anche l’Italia introducesse la plastic tax (oltre alla sugar tax) il colosso americano ha paventato licenziamenti e chiusura di stabilimenti (a Marcianise e ad Oricola), blocco di investimenti, acquisti di materie prime da altri Paesi (il caso delle arance per produrre la Fanta: l’Italia ha subito la minaccia che le arance venissero acquistate da fornitori esteri). È evidente che il sistema economico italiano è molto fragile. Dovremmo esigere più serietà e competenza dai nostri politici e manager per provare a recuperare un po’ di credibilità e dignità.

Infine sarebbe opportuna un’analisi del mercato del riciclo della plastica; il consorzio che si occupa del ritiro degli imballaggi in plastica in oltre il 90% dei Comuni in Italia è il Consorzio nazionale per la Raccolta il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica (Corepla) e garantisce l’avvio al riciclo del materiale raccolto. Ma effettivamente, quanta plastica si ricicla in Italia? Una percentuale pari a circa il solo 55,6% (in particolare vengono rinviati al riciclo 1,3 milioni circa rispetto ad un totale di imballaggi pari a circa 2,3 milioni di tonnellate), percentuale di poco superiore all’obiettivo che l’Unione europea dovrà raggiungere nel 2030 pari al 55%; tuttavia l’avvio al riciclo non significa attività di riciclo. Questo perché nella filiera produttiva quello che entra è sempre una quantità superiore a quella che ne esce. Infatti le nuove modalità di conteggio dei rifiuti riciclati, che utilizzerà l’Unione Europea per le dovute verifiche, non partiranno più dall’ammontare conferito, ma considereranno solo i materiali effettivamente riciclati in muovi prodotti o sostanze. L’applicazione di questo metodo di calcolo comporterà in media un taglio dell’8% circa (secondo i calcoli effettuati dall’Istituto Superiore per la Protezione - ISPRA) della quantità di prodotti riciclati comunicati, portando quindi l’Italia ad una percentuale del solo 47% (cioè 55,6% - 8%), pertanto fuori dall’obiettivo da raggiungere entro il 2030. Infine da sottolineare che i nostri rifiuti plastici non sono riciclati interamente in Italia; infatti solo 54 impianti dei 90 totali che trattano i nostri rifiuti sono sul nostro territorio, il resto è distribuito in 14 paesi dell’Unione Europea, più la Turchia. I settori che riciclano più plastica sono il settore degli imballaggi (c.d. packaging), seguito da quello dell’edilizia, e a ruota il settore igiene e arredo urbano, seguono il settore dei casalinghi, del mobile e arredamento, ed infine il settore agricoltura e tessile.

C’è la necessità di compiere scelte importanti e forti, non possiamo permetterci mezze misure; l’ambiente richiede rispetto e non c’è tempo da perdere, così come spesso evoca Papa Francesco: c’è in gioco la sopravvivenza del Creato! Noi, consumatori consapevoli, da che parte stiamo?

Dettagli
Emanuela Scarponi logo
02 Dicembre 2023

LE REGIONI A STATUTO SPECIALE: QUESTIONI STORICHE di Alessandra Di Giovambattista

LE REGIONI A STATUTO SPECIALE: QUESTIONI STORICHE
di Alessandra Di Giovambattista

13-12-2023

 


Le Regioni a statuto speciale presenti in Italia rappresentano una innovazione della Costituzione Repubblicana del 1948 rispetto allo Statuto Albertino che non le contemplava. Dette Regioni sono le realtà locali più importanti nella struttura territoriale dello Stato che si presenta come un unicum suddiviso in Regioni a statuto ordinario.
Le Regioni a statuto speciale godono tutte del medesimo livello di autonomia rispetto allo Stato centrale e l’articolo 116 della Costituzione ne prevede cinque: il Friuli-Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Sud Tirolo (per quanto riguarda il Trentino-Alto Adige occorre sottolineare che negli anni settanta si è deciso di frazionare il territorio regionale in due Province autonome, quella di Trento e quella di Bolzano), e la Valle d’Aosta. Esse dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, ognuna secondo le norme contenute nei rispettivi Statuti speciali che vengono adottati con legge costituzionale. In particolare le competenze legislative ed amministrative, nonché l’ordinamento e l’organizzazione finanziaria sono disciplinati dallo statuto speciale e dalle sue norme di attuazione.
Per approfondire si specifica che la legge costituzionale è un particolare atto normativo che ha un rango analogo a quello della Carta Costituzionale il cui procedimento di approvazione è definito dall’articolo 138 della Costituzione stessa con una procedura che viene definita aggravata in quanto prevede passaggi più complessi rispetto a quelli previsti per l’emanazione delle leggi ordinarie. Nello specifico la Costituzione dispone che le leggi costituzionali debbono essere adottate da ciascuna Camera (Senato e Camera dei Deputati) con due deliberazioni successive che intercorrono a distanza di almeno tre mesi e sono previste maggioranze assolute dei componenti.
Mentre le Regioni a statuto ordinario con semplice legge regionale provvedono a disciplinare determinati argomenti nel contesto dell’ordinamento generale delle Regioni (articolo 123 della Costituzione), gli statuti delle Regioni ad autonomia differenziata provvedono a definire in regime autonomo ed anche in deroga alle norme costituzionali – però solo in determinati casi specifici in quanto vanno comunque salvaguardati i principi fondamentali della Costituzione Italiana - sulle quali prevalgono per effetto del principio di specialità. In sostanza l’autonomia differenziata di queste porzioni di territorio italiano è rappresentata dal fatto che vengono riconosciuti dei margini di autonomia maggiori nei confronti dello Stato, rispetto alle altre Regioni ordinarie (a queste ultime, ad esempio viene preclusa la capacità normativa in materia di autonomia finanziaria dallo Stato che invece viene autorizzata per le Regioni a statuto speciale).
Ci si domanda tuttavia quando e perché fu opportuno istituire tali realtà geo-politiche che da alcuni sono considerate oggi anacronistiche e generatrici di disuguaglianze territoriali che si traducono di fatto in maggior ricchezza in questi territori autonomi rispetto alle regioni a statuto ordinario. La necessità è di natura storica ed è riconducibile al periodo della ricostruzione dopo la conclusione della seconda guerra mondiale; inizialmente i territori a cui si decise di riconoscere delle forme di autonomia governativa furono solo quattro; non era incluso il Friuli-Venezia Giulia che fu invece aggiunto con legge costituzionale nel 1963. Ognuno di questi territori aveva delle storie peculiari in cui si ritrovano le ragioni della scelta di forme di autogoverno.
In generale, il riconoscimento dell’autonomia speciale fu dovuto alla presenza di numerosi movimenti separatisti nei territori come la Valle d’Aosta , il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia dove la presenza di minoranze linguistiche, che parlano idiomi diversi da quello italiano, avrebbero potuto compromettere la coesione nazionale. Nello specifico in Valle d’Aosta si parla il francese, in Trentino-Alto Adige il tedesco ed il ladino, mentre in Friuli-Venezia Giulia lo sloveno. Il compromesso trovato dall’assemblea Costituente fu quindi l’istituzione dell’autonomia speciale che ha permesso allo Stato italiano di mantenere inalterati i confini geo-politici, ma concedendo più indipendenza a territori caratterizzati da elementi di peculiarità rispetto al altri.
L’autonomia concessa al Trentino-Alto Adige/sud Tirolo fu riconosciuta in quanto tale territorio già godeva di una lunga tradizione di autogoverno, in più occorreva dominare ed imbrigliare le forti spinte separatiste che volevano un ricongiungimento con la vicina Austria. Si decise quindi di tutelare la minoranza Altoatesina di lingua tedesca per garantirne l’evoluzione e la convivenza socio culturale ed economica con il gruppo linguistico italiano presente nel territorio del Trentino.
Invece in Sicilia il movimento separatista aveva dei precedenti storici ben radicati e dopo lo sbarco alleato del 1943 scoppiò la scintilla indipendentista già presente prima della prima guerra mondiale. In particolare lo slogan all’epoca era: “la Sicilia ai siciliani” e nel luglio del 1943 con un proclama ufficiale la Sicilia preannunciava la secessione dall’Italia e chiedeva controllo ed aiuto a livello internazionale. In quel periodo la volontà era di fare della Sicilia uno stato indipendente; da qui la necessità per il nuovo Stato italiano repubblicano di riconoscere l’autonomia alla più grande isola del Mediterraneo, ed infatti con il riconoscimento dello statuto speciale siciliano emanato il 15 maggio del 1946 decrebbe rapidamente l’interesse al secessionismo da parte della popolazione isolana.
Anche in Sardegna il movimento secessionista era forte; in particolare l’isola riuniva popolazioni diverse per lingua e cultura che l’Italia dei primi del novecento non era riuscita a far convivere. In particolare le masse popolari si opposero ai governi di Giolitti e furono recuperate le spinte indipendentiste che restituivano valore alla storia ed alla cultura isolana (con particolare riferimento alla civiltà nuragica e a quella giudicale). Lo stesso Antonio Gramsci che era vissuto diversi anni a Cagliari era convinto che bisognasse lottare per l’indipendenza nazionale della Sardegna. Questo movimento fu sostenuto fino al 1913, ma con lo scoppio delle due grandi guerre il problema della secessione passò in secondo piano; tuttavia con la conclusione della seconda guerra mondiale venne approvato lo Statuto speciale di autonomia della Sardegna, il 31 gennaio 1948 e promulgato il 26 febbraio del 1948, che ne assicurò un certo grado di indipendenza e di autogoverno.
In val d’Aosta, con lo scoppio dell’ultimo conflitto mondiale, si crearono forti movimenti anti nazifascisti e nella regione si organizzarono gruppi di partigiani che diedero vita alla resistenza valdostana. Ciò che caratterizzò la lotta di liberazione era il fatto che tali gruppi si basassero essenzialmente sulle forze autoctone cercando di evitare di chiedere aiuti a forze partigiane italiane e ciò perché l’obiettivo politico non si limitava all’eliminazione del nazifascismo, ma si estendeva al recupero delle forme di autonomia che avevano caratterizzato la storia della regione. In tale contesto si sviluppò la prospettiva del secessionismo e dell’annessione alla vicina Francia, cosa che l’Italia scongiurò prevedendo l’autonomia speciale della regione Valle d’Aosta.
Anche la storia separatista del Friuli-Venezia Giulia ha origini antiche; dopo la disfatta di Caporetto del 1917 i rappresentanti friulani presso il Parlamento di Vienna iniziarono una campagna politica per l’autonomia del Friuli orientale (con capoluogo Gorizia) appoggiata anche dal Partito cattolico popolare del Friuli. Nel 1918 tali territori ottennero la piena libertà di autodeterminazione grazie ad un proclama di Carlo I (ultimo imperatore d’Austria). Successivamente, durante il periodo fascista, il Friuli subì un processo di assimilazione culturale a scapito delle popolazioni di lingua slovena e tedesca; si innescarono anche movimenti che premevano sulla comunità friulana affinché si contrapponesse alla comunità slava. Dopo la seconda guerra mondiale, e precisamente nel 1945, nacque ad Udine l’Associazione per l’autonomia friulana che aveva come obiettivo quello di sostenere che il Friuli possedeva cultura e tradizioni nettamente distinte dalle limitrofe regioni del Veneto e della Giuliana e pertanto era naturale che avesse la più ampia autonomia politico-amministrativa ed economica nell’ambito dello Stato italiano. Nel 1947 si sviluppò anche il radicale Movimento popolare Friulano con l’intento di ottenere la più ampia autonomia dal potere politico-amministrativo italiano. Ma solo negli anni 60 si iniziò a discutere sulla creazione della Regione autonoma del Friuli-Venezia Giulia, una realtà territoriale di confine con un territorio comunista (ex Jugoslavia) che limitava lo sviluppo economico della Regione a causa della guerra fredda, e con un elevato tasso di emigrazione. In questa situazione nacquero e si consolidarono delle tendenze separatiste e anti-italiane che spinsero il governo al riconoscimento dell’autonomia speciale di questa regione.

Dettagli
Emanuela Scarponi logo
13 Dicembre 2023

VERSO IL RICONOSCIMENTO DELL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA di Alessandra Di Giovambattista

 
 23-12-2023
 
 
VERSO IL RICONOSCIMENTO DELL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA
di Alessandra Di Giovambattista

Il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione italiana prevede che particolari materie di legislazione concorrente (come ad esempio l’istruzione, la tutela dell’ambiente e dei beni culturali) possano essere attribuite alle Regioni a statuto ordinario, dietro loro richiesta e sulla base di un’intesa tra Stato e Regione stessa. La legge che attribuisce la c.d. autonomia differenziata, deve essere approvata a maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento.
Il 28 febbraio 2018 il Governo Gentiloni ha sottoscritto tre accordi preliminari con altrettante regioni: Emilia Romagna, Lombardia e Veneto che hanno fatto formale richiesta di riconoscimento delle forme di autonomia differenziata. Gli accordi sottoscritti dispongono che i patti debbano avere una durata decennale, modificabile in qualsiasi momento, di comune accordo, qualora si verifichino condizioni che ne giustifichino la revisione. Le materie di trattativa sono la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, la tutela della salute, l’istruzione, la tutela del lavoro, i rapporti internazionali e con l’Unione europea, con la possibilità di estensione ad altre materie. In particolare l’accordo con la regione Lombardia prevedeva, a differenza delle altre due regioni, la possibilità di poter decidere anche in tema di coordinamento con la finanza pubblica e con il sistema tributario, nonché di occuparsi del governo del territorio.
Successivamente nell’estate del 2018, durante il primo Governo Conte, tutte le tre Regioni hanno manifestato l’intenzione di ampliare il novero delle materie da trasferire. Ad esse si sono poi aggiunte altre Regioni che pur non avendo sottoscritto alcuna forma di intesa preliminare hanno espresso la volontà di ottenere ulteriori forme di autonomia; in particolare sono pervenute al Governo le richieste da parte di Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Marche e Campania.
A febbraio del 2019 il Ministro per gli affari regionali ha illustrato i contenuti delle intese tra Governo e Regioni Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, aprendo così un ampio dibattito tra le parti in causa. Le problematiche oggetto di analisi ed approfondimento hanno riguardato, tra le altre, le modalità di coinvolgimento degli enti locali, il ruolo del Parlamento e la possibilità di poter presentare emendamenti al disegno di legge che contiene gli accordi e la determinazione dell’ampiezza delle materie da attribuire. Al fine di poter effettuare una stima del valore delle competenze trasferite, sono stati definiti dei costi standard (cioè l’individuazione di costi unitari per effettuare una prestazione) e dei livelli essenziali di prestazione (LEP, cioè livelli minimi di prestazione che si vuole vengano garantiti su tutto il territorio nazionale al fine di escludere difformità di prestazioni a livello locale) con la finalità di definire la problematica di natura finanziaria. La definizione dei LEP ha trovato un posto anche tra le riforme previste nel Piano nazionale di ripresa e resilenza (PNRR) con scadenza nel marzo 2026.
Nel 2020, durante il secondo Governo Conte, è stato previsto di far precedere la stipula delle intese dall’approvazione di una legge-quadro che definisse le modalità di attuazione della autonomia differenziata, posizione che è stata confermata anche dal Governo Draghi che durante il 2021 ha lavorato per istituire una apposita Commissione con compiti di studio, supporto e consulenza. Tale Commissione ha fornito spunti di riflessione per una prima definizione del testo di disegno di legge-quadro; tuttavia nel 2022, alla fine della XVIII legislatura, il disegno di legge non è stato presentato.
Con la XIX legislatura, nella riunione del 15 marzo del 2023 il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge che determina i principi generali per l’attribuzione di particolari forme di autonomia a favore delle Regioni a statuto ordinario. Tale disegno di legge, che contiene disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata, è stato presentato al Senato dove ha iniziato l’iter di esame presso la Commissione affari costituzionali nel maggio del 2023. Nello specifico si dispone che il procedimento di approvazione delle intese deve partire dalla Regione interessata, sentiti gli Enti Locali, e l’iniziativa può riguardare una o più materie; il negoziato tra Governo e Regione servirà per definire uno schema di intesa preliminare. Lo schema dovrà poi essere corredato di relazione tecnica (che espliciti e quantifichi oneri e/o minore o maggior gettito) e dovrà acquisire entro 30 giorni il parere della Conferenza unificata Stato Regioni. Nell’ambito delle intese tra Stato e Regioni dovrà essere indicata anche la durata dell’accordo che non potrà, in ogni caso, eccedere i 10 anni; esso potrà essere revisionato su iniziativa di una delle due parti. Alla scadenza del termine di durata dell’intesa essa si intende rinnovata per un altro decennio, salva diversa volontà dello Stato o della Regione, e ciò deve essere espressamente dichiarato almeno un anno prima della scadenza. Nell’eventualità che si vogliano attribuire nuove funzioni in ambito di diritti civili e sociali, garantiti su tutto il territorio nazionale, sarà necessario determinare prioritariamente i livelli essenziali delle prestazioni (LEP), al fine di assicurare efficacia ed omogeneità su tutto il territorio nazionale dei servizi prestati, nonché i costi e i fabbisogni standard, con lo scopo di monitorare l’efficienza dell’attività gestionale per evitare sprechi e disservizi. Il finanziamento dei livelli di prestazione sulla base dei relativi costi e fabbisogni standard viene attuato nel rispetto degli equilibri e della parità di bilancio così come previsto dalla legge di contabilità e finanza pubblica; infatti qualora dai nuovi livelli di prestazione dovessero derivare maggiori oneri per l’erario, si procederà al trasferimento delle funzioni a livello regionale solo dopo che saranno state individuate nuove o maggiori risorse che consentiranno di garantire il pareggio di bilancio. Sia lo Stato sia la Regione potranno poi disporre verifiche atte a valutare il raggiungimento dei livelli essenziali delle prestazioni.
Il 3 maggio del 2023 la Commissione affari costituzionali del Senato ha iniziato l’esame del disegno di legge per l’attuazione dell’autonomia differenziata; il successivo 6 giugno è stato definito il testo sulla cui base sono stati presentati alcuni emendamenti. Il termine ultimo è stato il 3 agosto, data in cui gli emendamenti dei relatori sono stati presentati per recepire le condizioni presentate dalla Commissione bilancio e sono così iniziate le votazioni sugli ordini del giorno. Quando sarà dato il benestare dalle Commissioni parlamentari la legge approderà in Parlamento; tuttavia prima di tale passaggio è necessario che una Cabina di regia stabilisca i livelli di LEP che serviranno a suddividere le diverse prestazioni, riconducibili alle differenti materie di interesse regionale, individuandone costi e fabbisogni standard.
Compreso così l’iter e la sostanza politica dell’autonomia differenziata non rimane che interrogarsi su quanto sia positiva ed inderogabile questa scelta; da più parti infatti ci si è domandato se rappresenti davvero una gestione controllata e più efficiente della spesa pubblica o se invece non significhi rimarcare ancora di più le differenze e le disuguaglianze tra Regioni più ricche e quelle meno prospere. Riassumendo l’autonomia differenziata consente alle Regioni a statuto ordinario di poter disporre autonomamente su materie di competenza concorrente con lo Stato ed in tre materie di competenza esclusiva; per finanziare tali attività le Regioni tratterrebbero una parte del gettito fiscale incassato sul proprio territorio, ma destinato all’Erario. Quindi questa parte di gettito non verrebbe più suddiviso a livello nazionale in ragione dei parametri di popolazione e di necessità locali. Questo tipo di autonomia, prevista dall’articolo 116 della Costituzione non è  mai stata attuata proprio per la delicatezza della questione che pone in campo le grandi differenze che esistono sul territorio italiano, in particolare con riferimento alla spaccatura tra nord e sud del Paese. Autonomie di questo genere sono considerate pericolose in quanto potrebbero acuire ancora di più le già presenti situazioni di disuguaglianza all’interno del territorio nazionale.
Naturalmente si annoverano soggetti a favore e soggetti contro; chi è a favore dell’autonomia differenziata basa le proprie considerazioni essenzialmente sul principio che sottolinea la necessità che la spesa pubblica sia strettamente collegata con la collettività che sopporta l’imposizione, secondo il concetto per cui: più è stretto il rapporto tra chi paga i tributi e chi spende le risorse e maggiore sarà il controllo con la conseguenza che sarà migliorato il livello di economicità e saranno minimizzati gli sprechi. Questa teoria si basa sullo stretto legame tra i politici locali, che conoscono il territorio sul quale governano, ed i cittadini che in esso vivono e che possono verificare e controllare direttamente il loro operato, decidendo al momento dell’espressione del voto. Inoltre i servizi necessari su un territorio saranno calibrati secondo gli effettivi bisogni, escludendo quindi costi basati sul criterio storico della spesa che non verifica le effettive necessità ma stima gli oneri pubblici in ragione di quanto fatto nel passato. Però prima di escludere il criteri della spesa storia sarà necessario implementare e quantificare i LEP che vanno garantiti su tutto il territorio nazionale.
Coloro che sono contrari a questa forma di autonomia sottolineano la sottrazione di risorse che andrebbero invece ripartite sul territorio nazionale per evitare una differenziazione dei servizi e delle infrastrutture ed una disgregazione del tessuto socio-economico nazionale. Essi si appellano anche ai principi costituzionali e di scienza delle finanze che richiamano la solidarietà politico, economica e sociale tra i contribuenti, ciascuno in base alla propria capacità contributiva, che deriva dal reddito complessivo prodotto (principio che ha determinato, per esempio, la progressività dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, IRPEF). Un’attenzione particolare poi deve essere posta sui servizi pubblici strategici del paese: i trasporti, l’energia, la sanità, l’istruzione; è necessario che essi vengano forniti con uguale intensità e qualità su tutto il territorio nazionale al fine di evitare che territori più svantaggiati soffrano ancora di più, amplificando le differenze negative rispetto al resto del territorio. Infatti in un sistema di autonomia le risorse delle zone più ricche rimarrebbero circoscritte nel territorio aumentando le differenze non solo a livello nazionale ma anche all’interno delle Regioni stesse.
L’analisi macroeconomica evidenzierebbe che anche le Regioni ad autonomia differenziata sarebbero penalizzate perché l’economia nazionale, che si basa per una buona parte anche sulle produzioni del Mezzogiorno, di fronte a diversità socio-economiche si presenterebbe come un sistema complessivo zoppo, destinato al collasso. Non mancano poi economisti che sottolineano l’attuale inesistenza di un modello che possa verificare le capacità di gestione di una Regione rispetto allo Stato: siamo sicuri che le Regioni sappiano fare meglio e di più rispetto al Governo nazionale o che la frammentazione territoriale dei servizi ne migliori l’efficienza e l’efficacia? Senza un sistema collaudato di misurazione degli obiettivi e dei risultati, nonché senza politiche di controllo di gestione, ogni ipotesi rimane vacua e priva di fondamento. Da anni si chiede un esame a consuntivo della gestione della cosa pubblica; un simile controllo aiuterebbe a governare gli scostamenti e a ragionare in merito a possibili azioni correttive che, a prescindere dalla tipologia di politiche territoriali o nazionali, contribuirebbe a verificare e a garantire l’utilizzo economico delle risorse che ognuno di noi, a legislazione vigente, versa sia all’Erario sia agli Enti Locali.
 
 
 
 
 

 

Dettagli
Emanuela Scarponi logo
23 Dicembre 2023

AGRIVOLTAICO IN ITALIA: SI PARTE? di Alessandra Di Giovambattista

AGRIVOLTAICO IN ITALIA: SI PARTE?
di Alessandra Di Giovambattista

 

22-01-2024

Una delle chiavi per la decarbonizzazione del nostro Paese nel settore agricolo è la diffusione dell’agri-voltaico. Ma cosa si intende per decarbonizzazione? Facciamo chiarezza: il termine indica la progressiva eliminazione del carbonio attraverso il processo di conversione del sistema economico attuale in un modello produttivo e di sviluppo in chiave sostenibile che implichi l’eliminazione delle emissioni di monossido di carbonio (CO2) e l’uso di fonti fossili come carbone, petrolio, gas. Tale processo è strettamente legato anche alle politiche di transizione energetica che prevedono il passaggio alla produzione e all’uso di fonti di energia pulita e rinnovabile; in particolare tale transizione si fonda su determinati pilastri come quello delle energie rinnovabili (es. fotovoltaico ed eolico), dell’efficienza energetica, dell’elettrificazione e mobilità sostenibile, delle comunità energetiche (ne abbiamo parlato in un precedente articolo), delle infrastrutture di rete (da rendere più flessibili) e dell’economia circolare (con la riduzione degli sprechi e ottimizzazione delle risorse).
La politica di decarbonizzazione ha come obiettivo il raggiungimento di una modalità di attività economica ad impatto zero entro il 2050 - con zero emissioni nell’ambiente - cioè con emissioni di CO2 che vengono assorbite attraverso tecnologie innovative, con lo scopo di contenere il cambiamento climatico e l’aumento della temperatura al di sotto dei 2 gradi centigradi. L’obiettivo del 2050 è stato fissato dall’Europa che ha definito una strategia chiamata patto verde europeo (c.d. Green Deal europeo). Nell’ambito di quest’ultimo è stata proposta una prima legge europea sul clima dove sono stati presi in considerazione tutti i settori economici strategici, tra cui anche quello agricolo. Quindi tutti gli Stati membri sono obbligati a considerare soluzioni a lungo termine con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra, pensando che nel 2050 oltre l’80% dell’elettricità sarà prodotta da energie rinnovabili. Questo cambiamento epocale permetterà di sviluppare tecnologie come il fotovoltaico e l’eolico e creerà nuovi posti di lavoro.
Il 22 dicembre 2023, con un comunicato stampa del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, si è appreso che il Ministro Gilberto Pichetto Fratin ha trasmesso alla Corte dei Conti il decreto che contiene gli incentivi per la diffusione dell’agri-voltaico innovativo in Italia con l’obiettivo di installare 1,04 gigawatt entro il 30 giugno del 2026. Le misure si basano sull’utilizzo dei fondi messi a disposizione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) come contributo in conto capitale (nella misura del 40% e finanziato per oltre un miliardo di euro) e come tariffa incentivante sulla produzione di energia elettrica netta immessa in rete (per un importo annuo di 21 milioni di euro a valere sugli oneri di sistema). L’agri-voltaico è una delle misure utilizzate per la decarbonizzazione del nostro paese in un settore strategico, quale l’agricoltura, in cui si mira ad un utilizzo razionale e sostenibile del suolo, contestualmente alla produzione di energia rinnovabile. L’innovazione consta di strutture verticali con moduli ad alta efficienza che catturano più energia possibile in cui però vi è la coesistenza con le tecniche agricole per il raggiungimento della migliore redditività ed il recupero dei terreni inutilizzati. Soggetti destinatari sono gli agricoltori, le imprese agricole e le associazioni temporanee di imprese, mentre il soggetto che gestirà il meccanismo incentivante nella sua interezza è il Gestore dei Servizi Energetici (GSE).
L’agri-voltaico, pur essendo una grande opportunità per il nostro Paese a prevalente vocazione agricola, all’inizio ha trovato molti ostacoli nella sua implementazione sia di natura normativa, sia di politica agraria. Il divieto di installazioni a terra di impianti fotovoltaici introdotto per arginare l’occupazione di molti terreni agricoli risale al decreto legge n. 1 del 2012 che ha vietato la fruizione di incentivi statali per l’installazione di impianti fotovoltaici su terra in aree agricole, con l’obiettivo di preservarne l’ecosostenibilità e la destinazione d’uso.
Tuttavia, nel 2021 il decreto semplificazioni ha provato ad intervenire mediante lo sblocco degli incentivi destinati per alcuni impianti fotovoltaici sui terreni agricoli prevedendo delle eccezioni per gli impianti da realizzare su aree dichiarate siti di interesse nazionale e sulle discariche. Sempre lo stesso decreto ha anche aperto agli incentivi per impianti agri-voltaici che utilizzano strutture di montaggio verticale dei moduli, elevati rispetto al suolo, e che ruotano per inseguire la luce e permettere, contestualmente, la coltivazione agricola del suolo sottostante, l’attività pastorizia e di allevamento in generale. In ogni caso è previsto che gli incentivi siano subordinati ad attività di monitoraggio sull’attività e la produttività agricola, il risparmio idrico ed il benessere economico delle aziende agricole interessate; qualora tali parametri non siano positivi e migliorativi è previsto che cessino gli incentivi.
Gli obiettivi contenuti nella politica dell’agri-voltaico sono rappresentati da un’agricoltura sostenibile coniugata con la produzione di energia da fonti rinnovabili; in tal modo si ipotizza che si ridurranno i costi di approvvigionamento energetico del settore agricolo (che oggi rappresentano il 20% dei costi aziendali) e si migliorerà la situazione climatica con una diminuzione potenziale di 0,8 mln di tonnellate di CO2 (ad oggi il settore agricolo è responsabile del 10% delle emissioni di gas serra in Europa). Quindi l’innovazione riguarderà l’implementazione di sistemi ibridi basati sul potenziamento dell’agricoltura e della produzione energetica che non comprometta quindi la produttività dei terreni, anche valorizzando i bacini idrici attraverso soluzioni galleggianti. Si crede che un accurato monitoraggio delle realizzazioni innovative e della loro efficacia con la raccolta dei dati specifici permetterà di valutare il microclima, il risparmio idrico, il recupero della fertilità del suolo, la resistenza ai cambiamenti climatici e la produttività agricola. Quindi con l’agro-voltaico sarà possibile ed auspicabile combinare l’attività agricola e la produzione di energia elettrica rinnovabile e pulita.
Attualmente in agricoltura l’utilizzo del fotovoltaico avviene mediante impianti su serre, su tetti delle stalle e di impianti produttivi in genere; l’agro-voltaico si presenta come una soluzione innovativa ed economica in quanto consentirà risparmio in termini di costi di energia elettrica, diminuzione di emissioni di gas serra, detrazioni fiscali ed incentivi, reddito aggiuntivo derivante dalla produzione di energia elettrica rivenduta al GSE. Questo progetto include anche il monitoraggio dell’efficacia dell’impianto al fine di valutare gli effettivi impatti sia sulla qualità della produzione agricola sottostante agli impianti fotovoltaici sollevati da terra, sia sulla produttività delle diverse colture impiantate, sia sul risparmio idrico, sulla fertilità del suolo e sul contrasto ai cambiamenti climatici. La precedente tecnologia permetteva di installare pannelli fotovoltaici direttamente sul terreno agricolo impedendone così ogni utilizzo per la produzione agricola; le recenti innovazioni hanno invece consentito il montaggio di pannelli posizionati nei campi secondo altezze e geometrie che consentono di continuare a sfruttare il terreno per l’attività agricola. Inoltre i pannelli presentano superfici bifacciali in vetro in modo da catturare l’energia solare sia frontalmente che posteriormente, convertendola in energia elettrica. L’innovazione del pannello bifacciale risale al 2018 ed è frutto di un team di ricerca del Dipartimento di Scienza dei materiali dell’Università Milano-Bicocca che ha sviluppato la tecnologia dei vetri fotovoltaici che, a differenza dei normali vetri, presentano delle nanosfere che catturano l’energia solare.
Di norma i nuovi pannelli di agro-voltaico vengono installati su terreni agricoli a basso reddito, terreni in prossimità di linee elettriche o che lambiscono strade ed autostrade. L’installazione può avvenire in linea, in righe che tra loro sono distanti circa 8 metri e le colture a maggior vocazione sono vigneti, alberi da frutta, mais o grano, ma si presta bene anche per l’allevamento di animali, pascoli ed alveari.
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina per gli anni 2022-2026 complessivamente 1,1 miliardi di euro, così suddivisi: per il 2022 circa 184 milioni, per il 2023 circa 115 milioni, per il 2024 e per il 2025 circa 338 milioni mentre per il 2026 circa 210 milioni di euro.
In Italia, ad oggi, si hanno diversi impianti di moduli fotovoltaici sollevati dal terreno, alti oltre quattro metri che modificano la loro posizione ruotando su se stessi in base al bisogno di ombreggiatura delle piante sottostanti e della massima cattura dei raggi solari. Le produzioni sotto coltivate sono: mais, che da un esame a posteriori elaborato dall’Università di Piacenza, crescono del 4,3% in più rispetto al campo aperto, insalate, e filari di vite, con crescite incrementali che vanno dal 15% al 30%, soia, indivia, cavolo pomodori e grano. Quindi ci si aspetta che il 2024 rappresenti un anno di svolta per l’agri-voltaico che ormai annovera realtà come Borgo Virgilio (Mantova) che utilizza 11 ettari di terreno per produrre energia pulita che supera i 3,3 milioni di Kw ora all’anno, Scicli con un parco agri-voltaico di 9,7 megawatt e con progetti per le zone del Foggiano, in Emilia-Romagna su vigneti ed in Lombardia su coltivazioni di cereali e foraggi.
L’innovazione agricola coniugata con il risparmio energetico e la produzione di energia pulita è un connubio che sembra garantire anche un valore aggiunto alle produzioni agricole in quanto le protegge dall’eccessivo irraggiamento solare, riducendo conseguentemente l’uso e la perdita di acqua.
Tuttavia dal punto di vista di noi consumatori c’è da chiedersi: ma i costi per i prodotti agricoli diminuiranno? Lo scenario che ci appare quantomai positivo, come sempre induce ad approfondimenti critici. Già da alcune parti si inizia a leggere che i prodotti agricoli potranno essere venduti a prezzi maggiori in quanto coltivati sotto l’ombra dei pannelli; tale affermazione desta qualche sospetto se si pensa che tra gli obiettivi positivi dell’agri-voltaico, che ricordiamo sarà incentivato anche attraverso parziali finanziamenti a fondo perduto, c’è sia quello relativo alla diminuzione dei costi per energia per le aziende agricole, sia quello relativo agli incassi, per le stesse, erogati dal GSE per l’immissione di energia nella rete. Se però a consuntivo dovessimo assistere ad un incremento dei prezzi sorge un dubbio: ma l’analisi costi - benefici sia per gli agricoltori sia per noi consumatori è stata condotta correttamente, oppure dovremo aspettarci situazioni di aumento dei prezzi dei prodotti agricoli e corrispondentemente un incremento di oneri, finanziari ed ambientali, per lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici che nel futuro avranno esaurito la loro funzione?

Dettagli
Emanuela Scarponi logo
22 Gennaio 2024

QUALCHE DOMANDA SULL’AGRI-VOLTAICO: ASPETTI POSITIVI E CRITICITA’ di Alessandra Di Giovambattista

QUALCHE DOMANDA SULL’AGRI-VOLTAICO: ASPETTI POSITIVI E CRITICITA’
di Alessandra Di Giovambattista

27-01-2024


Parlando di agri-voltaico si è messo a fuoco il duplice aspetto che lega l’attività agricola con la produzione di energia rinnovabile. Gli obiettivi europei, le risorse stanziate, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) varato dal Governo Italiano hanno incentivato l’installazione di moduli fotovoltaici su terreni che rimangono comunque coltivabili o destinati alla pastorizia e all’allevamento in generale. Le caratteristiche che i pannelli devono avere riguardano il loro aspetto innovativo: devono essere posizionati verticalmente rispetto al terreno, possono essere di tipo mobile e ad inseguimento solare e vengono installati secondo altezze e geometrie variabili in modo da consentire la massima cattura dei raggi solari e la possibilità di lavorare il terreno sottostante con colture agricole o di destinarlo al pascolo degli animali. E tutto questo con la speranza di arrivare in tempo per raggiungere gli obiettivi che ogni Paese si è posto attraverso il Piano nazionale integrato per l’energia ed il clima nell’anno 2030; si ricorda che a quella data l’Italia dovrà essere stata in grado di produrre almeno 32 GW di energia da nuovi impianti fotovoltaici poiché attualmente se ne producono circa 20,9 GW e occorre raggiungere l’obiettivo di 52 GW.Ad occuparsi della gestione di questo innovativo progetto di sviluppo di energia rinnovabile è l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA) che creando la prima rete nazionale per l’agri-voltaico sostenibile, ha coinvolto imprese, studiosi, istituzioni, università che hanno presentato progetti alcuni dei quali ancora in corso di esame e verifica tecnico scientifica ed istituzionale. 
Dal punto di vista storico l’idea dell’utilizzo del suolo per produrre energia rinnovabile, e continuare contemporaneamente le attività agricole sul terreno sottostante, risale al 1981 ed è stata elaborata dall’Istituto tedesco Fraunhofer Institute; il primo impianto sperimentale è stato installato in Francia, a Montpellier nel 2010, mentre nel 2016 lo stesso Istituto ha realizzato altri progetti tra cui uno sul lago di Costanza. In Italia sono stati ben tre i primi complessi agri-voltaici installati dalla Rem Tec nel 2011, tutti nella zona della pianura padana. Alivello mondiale i Paesi leader di questa tecnologia sono il Giappone e la Corea del Sud che ne hanno curato anche l’aspetto normativo. 
Tuttavia il concetto di fotovoltaico in agricoltura non si può immediatamente affiancare all’obiettivo dell’ecosostenibilità e questo perché non è sufficiente che al di sotto degli impianti fotovoltaici si coltivi un qualche tipo di pianta per poter dire che si è di fronte ad un progetto agri-voltaico. La realtà è che i risultati dell’installazione vanno verificati in prima battuta con l’impatto paesaggistico, che in Italia riveste un ruolo fondamentale,nonché con opportuni parametri e con un’attività di monitoraggio e di controllo a consuntivo (feed-back) che verifichi la produzione di energia pulita, l’efficienza delle colture in atto e/o dell’attività di allevamento, la loro produttività ed il miglioramento economico delle aziendeagricole, il risparmio idrico (in quanto il pannello funge da impedimento parziale alla evaporizzazione e consente la ricaduta sul suolo della condensa), escludendo, in tal modo,che si stia sfruttando il suolo depauperandolo delle sue ricchezze, che ne garantiscono il suo naturale utilizzo agropastorale, e/o modificandone il microclima. Pertanto una prima attenzione va posta sulla necessità di definire degli indicatori di utilizzo del terreno e di ritorno economico che permettano di comparare costi-benefici e consentano quindi di trarre una valutazione sintetica circa il vantaggio ecologico dell’impianto; ad oggi non sembrano ancora ben definiti tali parametri, ma la destinazione di fondi del PNRR a tali attività fa ben sperare essedo la valutazione a consuntivo un elemento discriminatorio circa l’erogazione degli incentivi. Comunque a vantaggio di tale impostazione gioca anche il fatto che l’impianto fotovoltaico, che per sua natura privilegia l’installazione sui tetti, servirà anche, in via incidentale, a bonificare molte coperture delle strutture produttive esistenti da manufatti in eternit, contenenti amianto, migliorando nel contempo la coibentazione e l’aereazione. 
Altro aspetto riguarda la comparazione tra l’economicità dell’agri-voltaico e quella della pura attività agricola; indubbiamente sostituire le coltivazioni con impianti fotovoltaici è sicuramente più redditizio per l’agricoltore se si pensa che alcune società di produzione di energia rinnovabile propongono un compenso per il diritto di superfice, sotto forma di canone annuo di affitto, che va da 2.000 a 3.500 euro ad ettaro. Ma si è visto che tali utilizzi di fatto depauperano i terreni, ponendo quindi in serio rischio l’attività agricola, attività primaria e non a caso così definita! Quindi gli agricoltori vanno tutelati predisponendo per loro incentivi e ponendo un limite a tali contratti che a parità di condizioni producono un risultato netto verosimilmente negativo in termini di costi sociali e ambientali. Nel senso della tutela dallo sfruttamento irreversibile del terreno va forse letto l’aggravio di tassazione IRPEF che la recente legge di bilancio per il 2024 ha previsto per i contratti a titolo oneroso che prevedono la concessione del diritto di superficie dei terrenida parte delle persone fisiche. Tale aggravio di imposta renderebbe pertanto meno conveniente per il proprietario concedere il diritto di superficie (anche se mi sento di sottolineare che questa misura non sembra colpire le societàma solo le persone fisiche e le società di persone!), ma al contempo renderebbe più oneroso, per i soggetti che producono energia da impianti fotovoltaici, acquisire tali spazi. Tuttavia se tale aggravio si potesse interpretare nel senso di tutelare i terreni e l’attività agricola si potrebbe esprimere un parere concordante anche perché è verosimile ipotizzare che tale misura potrebbe, indirettamente,sostenere ed incentivare l’agri-voltaico, che si ribadisce essere una modalità di produzione di energia che non sfrutta il terreno sottostante, ma anzi lo tutela e per alcune colture lo rende anche più produttivo. Ovviamente una verifica di tale ipotesi potrà esser fatta solo a posteriori. 
Indubbiamente i vantaggi maggiori si riscontrano in ambito agricolo dove il reddito agrario si può integrare con gli introiti che il GSE paga ai produttori di energia rinnovabile che comunque potranno continuare a svolgere le proprie attività agricole e di allevamento: i pannelli proteggono dall’eccessivo irraggiamento solare, trattengono acqua nel suolo, offrono zone d’ombra per le mandrie e legreggi, e se dotati di appositi sensori permettono di rilevare nutrienti ed acqua nel suolo in modo da poter ben dosare concimi, acqua, fertilizzanti e fitofarmaci. 
In questo ambito si sottolinea che è allo studio un sistema di simulazione che analizza e mette a confronto i risultati della produzione di energia con quelli derivanti dall’attività agricola. È stata elaborata di recente la prassi di riferimento per l’agri-voltaico denominata UNI/PdR 148 sviluppata dall’ENEA in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, la società Rem Tec econ l’ente nazionale italiano di unificazione della normazione (Uni) per favorire la produzione di energia da fonti rinnovabili in linea con le direttive europee che intendono tutelare la produzione agricola ed il paesaggio riducendo il consumo del suolo. L’obiettivo è il monitoraggio della produzione e la gestione dei datidell’attività agricola e di quelli della produzione di energiaper poter valutare oggettivamente la convenienza della scelta agri-voltaica rispetto ad altre soluzioni alternative. Ma per ora siamo solo all’inizio!
Si è visto che per talune colture, impiantate sotto pannelli fotovoltaici, si ha un incremento della produttività, come per il mais. Ovviamente non tutte le colture potranno essere impiantate sotto la struttura fotovoltaica; la sfida prossima sarà quella di capire, nel caso si vogliano preservare delle colture che spesso si presentano autoctone sul territorio ed anche vincolate ad una specifica zonageografica, (viene subito in mente l’indicazione geografica protetta IGP della lenticchia di Castelluccio), se sarà possibile installare il fotovoltaico su determinati terreni senza danneggiare le produzioni. Contrariamente si potrebbe incorrere nel rischio di veder scomparire prodotti geograficamente protetti, compromettendo la biodiversità agricola.
Un’attenzione particolare andrà poi posta al paesaggio; in Italia il paesaggio è fortemente tutelato e rappresenta un bene inalienabile, sarà necessario creare strutture che si possano ben integrare con i territori e che si presentinogradevoli alla vista. In tal senso si sono presentati progetti anche alla Biennale di architettura di Venezia; sicuramente un’integrazione paesaggistica esclude risultati cheesasperino l’efficienza energetica! Occorre uno sguardo di inclusione della tecnologia con l’armonia ambientale anche perché quest’ultima spesso nasconde un substrato di biodiversità e di equilibrio che moduli fotovoltaici, riflettenti la luce ed impenetrabili da essa, potrebbero compromettere o danneggiare. In questo senso si pensi che i moduli fotovoltaici galleggianti, se non ben pensati, potrebbero danneggiare flora e fauna acquatiche.
Un altro punto che andrebbe adeguatamente approfondito riguarda la sofisticata tecnologia che c’è dietro l’uso di questi pannelli fotovoltaici che molto probabilmente un agricoltore non conosce e che quindi non potrebbe pienamente padroneggiare, vedendosi quindi obbligato ad affidarsi a terze persone sia per la manutenzione sia per il funzionamento ordinario. Questo aspetto potrebbe creare nuovi costi per l’azienda agricola,che potrebbero superare i benefici economici derivanti dal compenso del GSE e dal risparmio dei costi energetici dellebollette per le utenze elettriche; il risultato netto potrebbe tradursi in un saldo negativo di bilancio rispetto alla situazione antecedente l’installazione dell’agri-voltaico, con conseguenti perdite economico-finanziarie. 
C’è anche chi sostiene che il montaggio dei pannellifotovoltaici sui tetti avrebbe costi e tempi di realizzazione inferiori rispetto all’installazione di pannelli agri-voltaici; è stato calcolato che l’utilizzo dei soli tetti dei capannoni industriali potrebbe fornire in Italia circa 74,2 GW di energia rinnovabile che assicurerebbe gli obiettivi del 2030(gli indicati 52GW), superandoli di ben 24 GW di elettricità. E se a queste superfici si aggiungono tutte quelle presenti su edifici pubblici, parcheggi, aree oggetto di bonifica, ferrovie ed edifici demaniali, si potrebbe sopperire a tutto il fabbisogno di domanda di energia pulita senza dover intaccare il terreno agricolo ed anzi incentivando anche le comunità energetiche, che rappresentano delle realtà di concentrazione di produzione di energia che può essere dispensata a tutti i soggetti limitrofi che ne richiedono l’utilizzo. 
Andrebbero infine scongiurati rischi di esposizione a campi elettromagnetici; sembrerebbe che tali rischi non esistano ma allora non si comprende il perché, di fronte a progetti di agri-voltaico, si renda necessario stilare una attenta relazione proprio sullo sviluppo dei campi elettromagnetici. Così come andrebbero esclusi danni a persone, animali e piante sottostanti i pannelli agri-voltaiciin quanto questi ultimi constano di elementi altamente inquinanti come il cadmio e l’arsenico. Non è ancora verificato se queste sostanze nocive possano entrare nella catena alimentare attraverso il consumo di formaggi, latte, e prodotti ortofrutticoli coltivati sotto le strutture fotovoltaiche. La realtà è che di fatto il fenomeno è abbastanza recente e non consente di vedere le ricadute su uomini, animali e produzioni agricole degli impianti fotovoltaici installati su grandi superfici agricole. Il problema sembra infatti risiedere sulla quantità di energia elettrica prodotta e inviata alla rete che, per il fenomeno dell’agri-voltaico, riguarda ettari di terreno e non limitati metri quadrati di tetto. 
Pertanto si invita all’estrema prudenza e ad una seria analisi scientifica degli effetti derivanti da un settore che potremmo dire ancora in fase sperimentale soprattutto nell’ambito delle superfici agricole. Sarebbe auspicabile evitare casi come l’amianto che, a distanza di tempo dal suo utilizzo, si è dimostrato altamente inquinante e dannoso per la salute umana!

 
 
Dettagli
Emanuela Scarponi logo
27 Gennaio 2024

Altri articoli...

  1. IL SUICIDIO ASSISTITO: QUANDO L’ESSERE UMANO DECIDE DI MORIRE. di Alessandra Di Giovambattista
  2. SUICIDIO ASSISTITO, EUTANASIA, CURE PALLIATIVE: RIFLESSIONI di Alessandra Di Giovambattista
  3. IL PARTENARIATO UE - EGITTO: PROSPETTIVE di Alessandra Di Giovambattista
  4. IL PIANO MATTEI: UN PO’ DI STORIA di Alessandra Di Giovambattista
Pagina 23 di 63
  • Inizio
  • Indietro
  • 18
  • 19
  • 20
  • 21
  • 22
  • 23
  • 24
  • 25
  • 26
  • 27
  • Avanti
  • Fine
  1. Sei qui:  
  2. Home

Più letti

Giovedì, 03 Maggio 2018
read
Venerdì, 10 Maggio 2019
Exco fiera di Roma
Lunedì, 09 Dicembre 2019
Progetto Africa di Emanuela Scarponi
Lunedì, 07 Ottobre 2019
La primavera di Belgrado
Martedì, 14 Maggio 2019
Exco 2019 15-16.17 maggio 2019

Ultime news

Martedì, 19 Maggio 2026
Prima di Cannes: il ruolo del Florence Korea Film Fest nella diffusione del cinema coreano di Daniela Ghilardi
Martedì, 19 Maggio 2026
LA PRESIDENZA DI PATK PARK CHAN-WOOK AL FESTIVAL DI CANNES E IL CINEMA SUDCOREANO NEL PANORAMA MONDIALE di DANIELA GHILARDI
Mercoledì, 13 Maggio 2026
programma 24 maggio 2026 africa day
Mercoledì, 13 Maggio 2026
locandina africa day 2026 24 maggio
Sabato, 09 Maggio 2026
SCARPONI EMANUELA GIORNALISTA GIURIA FESTIVAL DEI TULIPANI DI SETA NERA
Copyright © 2026 silkstreet. Tutti i diritti riservati. Project informatica virtualproject.it. Joomla! è un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL.
Bootstrap is a front-end framework of Twitter, Inc. Code licensed under Apache License v2.0. Font Awesome font licensed under SIL OFL 1.1.