FESTIVAL DI CANNES PARK CHAN-WOOK di DANIELA GHILARDI
Articolo Cannes
La presidenza di Park Chan-wook al Festival di Cannes sancisce la centralità del cinema sudcoreano nel panorama mondiale
La nomina di Park Chan-wook a Presidente della giuria di Cannes ha evidenziato come la cinematografia sudcoreana sia ormai indiscutibilmente riconosciuta nella sua grandezza a livello globale dopo anni di sapiente lavoro sotto i riflettori dei grandi Festival internazionali.
Ma la partecipazione della Corea del Sud al Festival non si esaurisce nel prestigioso incarico del noto Regista, si esprime mediante una delegazione artistica che attraversa tutte le principali sezioni della kermesse.
In prima linea, a contendersi la Palma d'Oro nel concorso principale, c'è l'attesissimo Hope di Na Hong-jin, un thriller fantascientifico con accenti di azione e horror che unisce star coreane e hollywoodiane (Hwang Jung-min, Zo In-sung, Jung Ho-yeon, Taylor Russell, Cameron Britton, Alicia Vikander e Michael Fassbender). Il film, proiettato a Cannes domenica 17 in anteprima mondiale, narra del capo della polizia di un villaggio e del suo agente alle prime armi che devono difendere la comunità locale da una misteriosa creatura, dopo che incendi boschivi hanno interrotto tutte le comunicazioni. Le riprese principali del film hanno avuto luogo in Corea già nel 2023, mentre una parte è stata girata in Romania, nell’area intorno ai monti Retezat. È questo il quarto film del regista Na Hong-jin presentato a Cannes, dopo The Chaser (2008) nella sezione Midnight Screenings, The Yellow Sea (2011) presentato in Un Certain Regard e The Wailing (2016) nella sezione Fuori concorso.
Il cinema coreano di genere e d'intrattenimento trova invece la sua consacrazione nelle iconiche Midnight Screenings con la prima mondiale di Colony di Yeon Sang-ho, un adrenalinico survival zombie movie che ha visto sfilare sul red carpet star del livello di Gianna Jun (Jun Ji-hyun) e Ji Chang-wook. Un film, Colony, la cui proiezione ufficiale, avvenuta venerdì 15 maggio, è stata accolta con una vera e propria standing ovation: al termine della pellicola, il pubblico ha tributato al regista e al cast ben sette minuti di applausi ininterrotti.
Girato in Corea tra marzo e giugno 2025, il film racconta del professore di biotecnologie Se-jeong che partecipa a una conferenza del settore, che precipita nel caos quando viene rilasciato un virus in rapida mutazione. Il virus provoca una trasformazione continua ed imprevedibile degli individui infetti, spingendo le autorità a sigillare la struttura. Ne deriva una drammatica lotta per la sopravvivenza tra i sopravvissuti sani e i mutanti.
Ma la vitalità di questa cinematografia si misura soprattutto sulla lunga distanza e sulla capacità di rinnovarsi: la presenza di Dora, diretto dalla pluripremiata regista July Jung nella Quinzaine des Cinéastes (storica sezione parallela e indipendente della rassegna francese), e la doppietta di cortometraggi selezionati a La Cinef (la vetrina ufficiale di Cannes dedicata ai migliori talenti universitari del mondo), ossia Bird Rhapsody di Choi Won-jung (Hongik University) e Silent Voices di Nadine Misong-jin (Columbia University), dimostrano che il vivaio coreano continua a produrre idee e linguaggi capaci di imporsi nei circuiti internazionali più esclusivi.
Dora è un film drammatico, un adattamento contemporaneo scritto dalla Regista del caso clinico di Dora, descritto da Sigmund Freud, una paziente sotto pseudonimo che egli trattò per isteria nel 1900. Il film è interpretato da Kim Do-yeon, Sakura Ando, Song Sae-byeok e Choi Won-young. La storia segue una famiglia che vive a Seul e che trascorre una vacanza estiva al mare, dove la figlia Dora, affetta da una malattia, si innamora per la prima volta.
Bird Rhapsody , cortometraggio di 6 minuti definito una rapsodia per coloro che cadono inseguendo il desiderio. Una folla si arrampica verso un “uccello”, simbolo di successo e riconoscimento. Dopo molte cadute, una persona si rende conto che non può essere posseduto e sceglie di non afferrarlo, ma di volare.
Silent Voices, cortometraggio di 17 minuti, ambientato a New York, dove una famiglia di immigrati coreani composta da quattro persone conduce vite separate, e ciascun membro affronta momenti di sconfitta nella propria quotidianità. Muovendosi tra sopravvivenza e disconnessione, ognuno nasconde le proprie ferite agli altri.
La Corea del Sud ha altresì partecipato alla sezione Compétition Immersive, con Voooooo—Peeeeee, di Park Ji-yun e Woo Hyeun-joo, un’esperienza di realtà estesa (XR) multisensoriale, in cui una donna scopre che il suo corpo è diventato cavo dopo essere stato ricostruito come dati. Attraverso il cinema in VR e un’interfaccia indossabile pneumatica, il pubblico può sperimentare fisicamente l’espansione del vuoto virtuale.
Ciò che emerge da Cannes relativamente al cinema coreano è dunque, più che un exploit, un modello ormai consolidato: una cinematografia capace di mantenere nel tempo un equilibrio tra industria, ricerca formale e riconoscibilità culturale. Un sistema produttivo che, forte di una solida struttura industriale e di una continua spinta all’innovazione nel linguaggio del cinema - attraverso regia, montaggio, fotografia e soluzioni narrative sempre originali - continua a rinnovarsi senza perdere la propria identità, imponendosi come una delle realtà più riconoscibili e influenti del cinema contemporaneo. Una centralità che oggi premia l’intuizione e la fiducia dei festival europei dedicati, come il Florence Korea Film Fest, che già ventiquattro anni fa ha dimostrato una notevole lungimiranza nel riconoscere e valorizzare con largo anticipo il potenziale di crescita del cinema sudcoreano in ambito internazionale.


