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ASCESA E DECLINO DELLA CASSA PER IL MEZZOGIORNO: LE CAUSE. di Alessandra Di Giovambattista

ASCESA E DECLINO DELLA CASSA PER IL MEZZOGIORNO: LE CAUSE.

di Alessandra Di Giovambattista

 12-11-2024

L’Italia del dopo guerra ha visto una crescita economica a ritmi elevati arrivando a collocarsi tra i Paesi più avanzati, grazie al c.d. miracolo economico che ha industrializzato ed innovato, anche nella cultura e nella mentalità, il nostro tessuto sociale e produttivo ed in cui la Cassa per il Mezzogiorno può essere considerata, almeno per l’attività svolta nei primi 15 anni, l’attore fondamentale della crescita industriale nel territorio Meridionale e non solo. In quel periodo si era ben compreso che lo sviluppo doveva essere omogeneo e riguardare tutti i territori italiani in quanto una nazione è solida solo quando c’è equa distribuzione delle risorse e pari opportunità che consentono di tenere un passo sincrono in tutte le zone del Paese.

La rinascita del Mezzogiorno passava necessariamente attraverso un processo di industrializzazione ed ammodernamento con l’obiettivo di creare nuovi posti di lavoro e cercare di trattenere il fenomeno della emigrazione. I primi lavori della Cassa, all’inizio degli anni 50, riguardarono le infrastrutture fondamentali cioè “sistemi coerenti di opere straordinarie”, che dovevano garantire salubrità e sicurezza del territorio; si iniziò quindi dalle grandi bonifiche territoriali, dalla sistemazione dei territori montani, degli acquedotti e delle fognature. Si costruirono strade e ferrovie che erano alla base di quelle opere civili che avrebbero dovuto sostenere il successivo processo di crescita industriale in tutti i settori. Successivamente infatti la Cassa si concentrò sul potenziamento dell’industria, armonizzandola con la crescita economica complessiva del Paese, attraverso la concessione di prestiti a tasso agevolato e di sovvenzioni a favore delle aziende che avessero installato a Sud i propri impianti; fu curata anche l’istruzione, soprattutto quella professionale.

Così sul finire degli anni 50 con il boom economico inizia il processo di industrializzazione con un’attenzione particolare ai territori dove già esistevano degli agglomerati produttivi, una posizione economica favorevole agli scambi ed un gruppo ampio di Comuni limitrofi ad un centro principale, in grado di garantire mano d’opera. Pertanto la strategia si concentrò sui “poli di sviluppo”, cioè aree in grado di utilizzare le sinergie garantite da reti industriali formate da nuove fabbriche complementari al polo centrale, da infrastrutture di collegamento e di servizi, da lavoratori con mansioni e capacità diversificate. Così sul territorio Meridionale furono create le “aree di sviluppo industriale” ed i “nuclei dell’industrializzazione”; per implementarne la crescita furono devoluti incentivi finanziari per l’installazione di impianti e strutture. Dapprima le risorse finanziarie furono garantite a piccole imprese essenzialmente territoriali, ma dopo furono devoluti anche ad imprese di più grandi dimensioni provenienti dal Nord Italia. Inoltre per incrementare il decollo economico le normative esistenti obbligavano le imprese di proprietà statale ad ubicare i nuovi investimenti e le relative attività per il 60% nel Meridione.

Secondo le relazioni fornite dalla Cassa per il Mezzogiorno, alla fine degli anni 70 la maggior parte degli investimenti nei poli di sviluppo erano stati finanziati con prestiti agevolati e sovvenzioni e direzionati verso attività ad alta intensità di capitale (capital intensive) nel settore chimico, metallurgico, ed ingegneristico. Solo una quota pari al 10% era stato devoluto ad altre attività a maggior intensità lavorativa (labour intensive) come i settori tessile, dell’abbigliamento, calzaturiero, del legno e dei mobili, della carta, del cuoio, praticamente tutte le attività più artigianali e che avrebbero potuto garantire una maggior sinergia ed armonia tra capitali, territorio e lavoratori. Così in quel periodo circa il 70% della forza lavoro del meridione fu impiegata nelle due grandi aziende private, la FIAT e la MONTEDISON.

Tuttavia quello che poteva sembrare un punto di forza e sicurezza si dimostrò, dopo breve tempo, un grande limite durante la crisi di stagflazione degli anni 70 (fenomeno di natura economica mai osservato prima delloshock petrolifero del 1973/1974. Con tale termine si definisce la contemporanea presenza di mancanza di crescita produttiva e aumento dei prezzi costante, due fenomeni che non si potevano giustificare se non in presenza di cartelli oligopolistici tra produttori di materie prime e di energia) e con i rapidi processi di innovazione tecnologica. Di fatto la presenza di grandi aziende, peraltro molto moderne per l’epoca, aveva sicuramente attivato il processo di sviluppo ma non può negarsi che le modalità con cui esse operavano sul territorio erano decisamente avulse dal tessuto produttivo della zona. Infatti non riuscirono, o forse non vollero, costruire le reti dell’indotto e sviluppare le sinergie territoriali e quindi quelle gigantesche realtà industriali furono ben presto definite “cattedrali nel deserto” perché da poli di attrazione di capitale e lavoro divennero, da lì a pochi anni, concentrazioni industriali abbandonate, a causa della recessione, con conseguente aumento della disoccupazione e distruzione del territorio. Così iniziò il declino dell’attività della Cassa - e con essa di tutto il sistema produttivo del Mezzogiorno - che non riuscì a contrastare la depressione economica con valide politiche pubbliche. Ciò fu il prodotto dell’inclusione degli interessi dei politici, sia statali sia regionali, nella gestione degli interventi e dei finanziamenti e del cambiamento dei vertici e di tutto il personale della Cassa per accontentare clientele personali e partitiche. Passarono in secondo piano gli interventi civili e strutturali legati direttamente al territorio, come i trasporti, la costruzione di ospedali civili, gli interventi in agricoltura. Anche in questo caso aveva vinto l’ingordigia di pochi potenti soggetti politici, amministrativi e rappresentanti di organizzazioni malavitose che si spartirono grandi fette di denaro pubblico in cambio di progetti mai realizzati o di costruzioni inutilizzabili.

Volendo quindi trarre delle conclusioni si evidenzia che nei primi due decenni di vita l’attività della Cassa, anche grazie alla supervisione di soggetti esteri ed alla effettiva autonomia dagli interessi politici (che permise anche di scegliere come responsabili della struttura un gruppo di professionisti valutati per merito), contribuì a rendere industrializzato e produttivo il meridione riducendo notevolmente il divario Nord-Sud. Ma all’inizio degli anni 70, complice anche la depressione economica, si assistette a sprechi di risorse in termini di errate strategie di investimento e di veri e propri fenomeni di appropriazione indebita di fondi pubblici. Una importante iniziativa, nata dall’intuizione di notevoli politici di allora, tra cui Pasquale Saraceno e Alcide De Gasperi (volendo citarne solo alcuni), fu travolta e sconvolta da interessi personalistici di politici che foraggiarono clientele e corruzione e dispersero in tal modo risorse destinate ad un territorio che ancora oggi è caratterizzato dalla arretratezza pur avendo risorse, soprattutto umane, di notevole spessore.

L’analisi delle cause dell’infausta fine dell’esperienza dell’attività della Cassa per il mezzogiorno possono aiutare a mettere a fuoco alcuni aspetti che potrebbero far riflettere in termini di politiche per il Mezzogiorno che ora si intende affrontare con la ZES unica Sud. L’esperienza passata dovrebbe indurre prima di tutto a tenere fuori dalla gestione delle risorse pubbliche politici statali e locali; questi dovrebbero limitarsi a dettare le linee guida degli interventi di potenziamento del tessuto produttivo del Meridione. In seconda battuta sarebbe opportuno creare un organo superiore di controllo serio, trasparente e professionalmente adeguato capace di valutare le attività in corso d’opera e di modificare le strategie in caso di scostamenti dagli obiettivi preordinati. Sarebbe poi auspicabile - invece che aumentare i soggetti che possono inserirsi nel processo di pianificazione e gestione fino a considerare anche le singole associazioni portatrici di interessi locali e particolari (si pensi in tal senso alla cabina di regia della ZES) – creare strutture di gestione snelle e composte da validi tecnici italiani, scelti con modalità meritocratiche e non attraverso procedure clientelari (così forse si potrebbe anche arrestare un po’ la fuga all’estero dei nostri giovani professionisti altamente qualificati), che dovrebbero agire con rapidità e capacità di risoluzione dei problemi: solo così si potranno creare le basi per una sfida competitiva internazionale che restituisca il giusto peso al Sud Italia.

Un’attenzione particolare va poi posta alle attività che si presentano culturalmente e tradizionalmente legate al territorio tutelando pertanto: il settore primario (agricoltura, pastorizia, silvicoltura, viticoltura), i cui prodotti si collocano sul mercato interno e mondiale con caratteristiche di unicità e di elevato livello qualitativo; le attività artigianali ed artistiche tipiche di alcune zone del Meridione (si pensi, potendo fare pochi esempi, al patrimonio artistico e culturale presente nel Leccese dove si lavora la cartapesta, o la lavorazione del corallo nelle zone della Campania, la lavorazione del cuoio e del pellame dei ricami e dei tessuti della Sardegna); le attività industriali di produzione di beni finiti e semilavorati gestite da aziende locali nei diversi settori: alimentare, tessile, del legno e del mobilio, vinicolo, ecc. La tutela e la cura di queste produzioni locali aiuterà il territorio a diversificare le attività, a creare rete ed indotto con le attività produttive principali, a garantire una crescita armoniosa e partecipata, e soprattutto consentirà di creare attività che permettono lo sviluppo creativo ed innovativo dei singoli soggetti presenti sul territorio coinvolgendoli così direttamente nello sviluppo produttivo locale. E’ infatti importante, per chi vive in zone di sottoccupazione, sentirsi protagonista del proprio riscatto socio-economico ponendo fine a stereotipi e classificazioni spesso false e produttrici solo di rabbia e divisione nel popolo italiano.

Andrebbe infine fatta una profonda analisi sulla strategia finanziaria e di politica economica: spesso offrire incentivi fiscali o prestiti agevolati può rappresentare una valida strategia nella fase iniziale di decollo economico, ma successivamente le attività industriali devono saper camminare con le proprie gambe: garantire un livello adeguato di remunerazione del capitale ma anche una capacità di autofinanziamento che possa far investire in innovazione tecnologica e ricerca, affrontare il mercato finanziario con attenzione e capacità cercando di attirare nuovi investitori - nazionali e esteri – creare un processo di fidelizzazione nei lavoratori e in generale in tutti i portatori di interesse (i c.d. stakeholders). Infatti l’esperienza passata della Cassa ha evidenziato che ricevere sussidi non stimola le imprese a migliorarsi costantemente, ma anzi le fa sentire in una confort zone, e che occorrerebbe anche evitare deflussi di risorse che, a dir la verità - così come peraltro dimostra la storia e a differenza di quanto affermi la comune narrazione – sembrerebbero aver preso la via verso le attività produttive del Nord, invece che restare al Sud. Così infatti si è poi conclusa l’esperienza della Cassa per il Mezzogiorno: le risorse finanziarie pubbliche hanno foraggiato essenzialmente le imprese del settentrione che ad un iniziale processo di attività produttiva hanno fatto seguire un disinteresse verso il perdurare nel tempo delle imprese create al Sud (concetto che si pone alla base della sopravvivenza di qualsiasi azienda) che sono di fatto collassate di fronte alle difficoltà della crisi degli anni 70 ed hanno prodotto licenziamenti dei lavoratori, smantellamento delle fabbriche (ritornando però a produrre esclusivamente nel Nord, forti anche degli incentivi ottenuti per il Sud in esso utilizzati solo in parte) e creazione di falsi miti di arretratezza ed incapacità culturale e produttiva dei connazionali meridionali!

 

 

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12 Novembre 2024

IL POLO INDUSTRIALE (CLUSTER) DEL LEGNO MADE IN ITALY di Alessandra Di Giovambattista

IL POLO INDUSTRIALE (CLUSTER) DEL LEGNO MADE IN ITALY

di Alessandra Di Giovambattista

 27-11-2024

Il 20 luglio del 2023 la rassegna stampa del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste ha dato notizia della sottoscrizione del protocollo di intesa che ha avviato il primo cluster italiano del legno. Ma cosa si intende per cluster? Con tale termine si identificano dei poli industriali dove si trovano aziende che svolgono attività in un determinato settore tra loro complementari od omogenee; in tali aree si trovano istituzioni pubbliche, imprese, università che lavorano con l’intento di raggiungere in sinergia obiettivi di massimizzazione economica. Possiamo trovare diversi gruppi di cluster sul nostro territorio in ambiti diversi, dagli elettrodomestici all’abbigliamento, ma tutti con l’obiettivo di creare valore in termini di conoscenza ed innovazione anche mediante l’utilizzo di nuove risorse umane specializzate o la formazione di lavoratori già presenti in azienda. Le istituzioni pubbliche inserite all’interno di questi gruppi di settore fungono da collegamento con le parti politiche, in particolare il Governo, alle quali poter rappresentare in tempi brevi necessità ed istanze che potrebbero rendere più efficaci le attività produttive. 

Così il cluster del legno, seguendo le linee generali, è il primo passo verso il raggiungimento degli obiettivi contenuti nel piano strategico nazionale forestale. Il ministro Francesco Lollobrigida ha sottolineato che il polo italiano del legno riuscirà a sfruttare al meglio le sinergie nell’ambito della ricerca, della produzione dei manufatti in legno (filiera del mobilio e di tutte le imprese ad essa collegate) e della sostenibilità ambientale con la crescita di un “sistema foresta sano” che permetta di utilizzare il legno in modo economico. In tal modo l’Italia si pone come apripista per tutta l’Europa per lo sviluppo e l’utilizzo ecocompatibile del legname; la nostra Nazione avrà così una autonomia nella produzione di legno di qualità, senza dipendere più dalle importazioni estere con il vantaggio di utilizzare legname a chilometro zero e con benefici indubbi sull’ambiente. Si raggiungerà così l’obiettivo della sovranità forestale. In tal modo oltre ad utilizzare materia prima nazionale, si riuscirà anche, e soprattutto, ad assorbire maggior monossido di carbonio dall’atmosfera, attraverso la funzione clorofilliana. Obiettivo connesso sarà manutenere il territorio, evitando frane ed esondazioni dei fiumi consentendone invece un deflusso dell’acqua in modo ordinato e controllato. 

La strategia forestale così implementata si basa anche sulla collaborazione con il mondo dell’industria della trasformazione del legno e della ricerca con l’obiettivo di raggiungere e garantire la sostenibilità delle foreste e incrementare la bioeconomia circolare. Si è iniziato a parlare di bioeconomia circolare a ridosso del patto verde europeo del 2020 (il c.d. Green Deal) che mira a promuovere il consumo sostenibile e la rigenerazione delle risorse utilizzate per un lasso di tempo che sia il più lungo possibile. In pratica il cambiamento economico che viene richiesto investe l’economia, i temi sociali ed ambientali, il tutto con lo scopo di generare una movimento circolare delle materie prime e dei processi produttivi che garantiscano competitività e nuovi posti di lavoro. Tale cambiamento prende il nome di bioeconomia che si caratterizza per le basse emissioni inquinanti, la salvaguardia dell’agricoltura e della pesca, la garanzia di livelli elevati di sicurezza alimentare, l’utilizzo, da parte delle produzioni industriali, di risorse biologiche rinnovabili che garantiscano la biodiversità e la tutela dell’ambiente. In definitiva l’economia circolare non può essere pienamente sviluppata senza la bioeconomia; infatti tutti i rifiuti organici e gli scarti provenienti dal settore primario possono essere riutilizzati solo in presenza dell’economia circolare alimentata dai processi di bioeconomia. Ma vale anche l’opposto cioè la bioeconomia potrà svilupparsi solo in presenza di circolarità nei prodotti e nelle materie prime. 

In tal modo l’industria del legno potrà rappresentare un punto di forza dell’economia italiana introducendo innovazione, bellezza e sostenibilità ambientale; tra i soggetti partecipanti al cluster italiano, che sono quattordici, troviamo: CNA, Confartigianato, CNR, Università di Padova, della Tuscia, della Basilicata, Confcooperative, volendo citarne solo alcuni. Si auspica un lavoro di collaborazione e sinergia tra i diversi cluster omogenei presenti sul territorio che permetta di sviluppare particolarità e specificità locali senza alimentare guerre e comportamenti di concorrenza scorretta. Tra i diversi compiti c’è quello di valorizzare i prodotti italiani derivanti dal legno cercando di certificare qualità, sostenibilità e tracciabilità. Le università hanno l’importante compito di sviluppare ricerca ed innovazione anche per provare a creare delle filiere economiche totalmente italiane al 100 % nella produzione del legno-arredo. 

Così il cluster permetterà ai diversi attori pubblici e privati di dialogare tra loro, chi con la ricerca, chi con la legislazione ed il controllo, chi con l’attività produttiva. Inoltre riuscirà ad attuare le linee guida segnate dal Testo unico in materia di foreste e filiere forestali finalizzato al miglior utilizzo delle risorse boschive nel rispetto delle politiche ambientali. I dati prodotti dal rapporto FAO del 2022 presentano un’Italia con il numero delle aree boschive in crescita: in 10 anni sono aumentate di circa 587 mila ettari. Tuttavia dette aree denotano anche un livello elevato di fragilità in quanto sono vulnerabili al dissesto idrogeologico ed agli incendi per la mancanza di opera di prevenzione e manutenzione. Ma c’è di più in quanto il cambiamento climatico ha portato nuovi parassiti e nuovi problemi fitosanitari, come il bostrico che attacca principalmente l’abete rosso o il cinipide galligeno che ha fatto strage di castagni. Pertanto è urgente una gestione attenta dei boschi che controlli costantemente la salute delle piante e del territorio. 

 Secondo i dati di consuntivo per l’anno 2022 della Federlegno Arredo l’Italia copre circa 11,1 milioni di ettari con bosco ad altro fusto che corrispondono a circa il 36% del territorio nazionale. Le attività legate alla silvicoltura e all’industria del legno e della carta producono circa l’1% del PIL, mentre la produzione della filiera legno-arredo rappresenta circa il 4,6% del fatturato manifatturiero nazionale. Importiamo circa l’80% del legno impiegato nelle nostre produzioni, con un utilizzo di legno nazionale per la sola restante parte del 20%. E’ pertanto su questi numeri che pesa la politica che finora è stata intrapresa sulla gestione delle aree boschive, caratterizzata da una sostanziale incuria: ripensare tutta la filiera rendendo più competitiva l’industria italiana del legno e dei suoi derivati, all’ombra di una bioeconomia sostenibile, potrebbe rappresentare un cambio di passo verso la rinascita economica del settore ed il concreto rispetto del Creato. 

 



 



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27 Novembre 2024

IL BILANCIO SOCIALE: UNA SINTESI PER GLI ENTI DEL TERZO SETTORE, MA NON SOLO PER ESSI. di Alessandra Di Giovambattista

IL BILANCIO SOCIALE: UNA SINTESI PER GLI ENTI DEL TERZO SETTORE, MA NON SOLO PER ESSI. 

di Alessandra Di Giovambattista

 29-11-2024

La realtà economico sociale conosciuta come Terzo settore è difficilmente definibile all’interno di uno schema rigido e determinato, presentandosi come un insieme di enti ed associazioni in continua evoluzione sia nella struttura sia nelle finalità. La prima definizione in ambito europeo la si ritrova nella metà degli anni ‘70 e venne utilizzata nel rapporto comunitario del 1978 dal titolo “un progetto per l’Europa”; in esso il terzo settore veniva collocato in modo separato dallo Stato e dal mercato privato produttivo con la finalità di renderlo autonomo ma integrabile tra i diversi ambiti. Ci si trova di fronte a settori diversi posti però non in relazione gerarchica tra di loro, bensì in posizione paritetica e regolati da un rapporto di sussidiarietà. Di fatto le aziende che non hanno finalità di lucro (anche dette no profit) nella loro diversa espressione giuridico economica, come le associazioni, le fondazioni, le ONLUS, le ONG, le associazioni di promozione sociale, oggi vengono tutte ricondotte al terzo settore, con la definizione di “Enti del Terzo Settore” (c.d. ETS), che inizia a prendere piede con la crisi dello stato sociale, meglio conosciuto con il termine anglosassone di welfare. 

In Italia il fenomeno inizia la sua crescita verso la fine degli anni ’80 e contestualmente si riesce a definirne meglio il suo ambito di azione; infatti a fianco del significato economico finanziario, che sottolinea la natura meritoria ma privata dell’attività svolta nella produzione di beni e servizi a favore della collettività, si affianca l’accezione sociologica, che intende sottolineare l’approccio solidale ed altruistico basato sul volontariato da parte degli operatori che si impegnano per raggiungere obiettivi di natura etica e/o culturale senza finalità di lucro. Gli ambiti di azione possono essere diversi e riconducibili, ad esempio, a quelli: ambientale, sanitario, di cooperazione e solidarietà, di inserimento di persone diversamente abili, sportivo, turistico, culturale, di finanza etica, del commercio equo e solidale, ecc. 

La dottrina economico giuridica he delineato alcune peculiarità del terzo settore che riguardano: la mancanza della finalità di conseguire un surplus di reddito positivo (c.d. profitto) e di distribuire eventuali avanzi di gestione (che si determinano dal confronto tra entrate ed uscite); la natura giuridica essenzialmente privatistica delle aziende facenti parte del terzo settore (anche se in alcuni casi è molto presente il controllo da parte di soggetti di natura pubblica); la presenza di organi interni di governo e di controllo; la costituzione mediante atto giuridico formale che contenga l’oggetto dell’attività svolta, le  modalità democratiche di gestione e l’indicazione della quota di lavoro basata su contratti di volontariato. 

Dal punto di vista economico è però interessante notare come queste realtà abbiano puntato la loro attenzione anche sui conti di sintesi, e in tale contesto prende forma il “Bilancio Sociale” in cui l’aggregato fondamentale non è il profitto (anche se occorre sin da ora sottolineare che la gestione di tali realtà si basa comunque sull’utilizzo efficace ed efficiente delle risorse, perseguendo il pareggio di bilancio e contestualmente evitando sprechi di risorse), bensì il “valore aggiunto”, inteso, ad esempio, come la capacità di migliorare le situazioni più emarginate presenti in determinate aree attraverso attività di cura, integrazione e sviluppo di fasce deboli della società. 

A fianco di questo valore sintetico si pone anche la necessità di indagare e rendere trasparente il problema della ricerca dei finanziamenti - mediante contributi pubblici (statali e di enti pubblici in generale) e contributi provenienti direttamente dalle erogazioni liberali dei privati - che vanno a copertura del fabbisogno di finanziamento. In questo ultimo senso si rammenta la possibilità di destinare una parte delle imposte pagate, il c.d. 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), ad attività svolte da ETS. Tale destinazione non implica il pagamento di ulteriori somme ma è semplicemente l’indicazione delle finalità (che sinteticamente sono riconducibili ai settori del volontariato, della ricerca scientifica o universitaria, della ricerca sanitaria, delle attività comunali, delle associazioni sportive dilettantistiche, delle attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici) che i singoli desiderano conferire alle risorse che lo Stato già percepisce attraverso il sistema tributario. A ciò si aggiunga la possibilità che i singoli contribuenti hanno di poter effettuare erogazioni liberali detraibili e/o deducibili a fini IRPEF direttamente dal reddito prodotto.  

Quindi è in tale contesto che si sono iniziate a intravedere le teorie e le metodologie di costruzione dei Bilanci Sociali; questi si sono originati da due situazioni: una relativa all’evoluzione delle discipline contabili sempre più impegnate a fornire un quadro reale e completo dei fattori produttivi presenti in azienda e dei risultati da questi raggiunti, l’altra legata alla responsabilità sociale ed ambientale nei confronti di tutti i soggetti interessati al proficuo utilizzo delle risorse, i c.d. stakeholders (cioè: dipendenti, investitori, clienti fornitori, Stato, Enti pubblici, azionisti, comunità, ecc). Così inquadrato si comprende perfettamente come il Bilancio Sociale possa essere presentato, e di fatto lo è, non solo dagli enti no profit, ma anche dalle aziende che operano con finalità di lucro. Queste ultime affiancano il bilancio d’esercizio (cioè quello tradizionale composto da Conto Economico e Stato Patrimoniale da cui emerge il flusso di reddito positivo e il patrimonio presente in azienda e con le cui risultanze si possono sviluppare delle analisi economico finanziarie basate sulla costruzione di indicatori di economicità) con il Bilancio sociale che espone risultati di natura qualitativa e di misurazione di efficacia (cioè raggiungimento degli obiettivi posti). 

Già l’economista italiano Paolo Emilio Cassandro nel 1989 (in Rivista italiana di ragioneria ed economia aziendale) aveva evidenziato che il bilancio sociale dà conto del valore aggiunto creato dall’azienda non solo a livello nazionale ma soprattutto a livello locale andando ad esaminarne tutti i rapporti con dipendenti, fornitori, clienti, investitori, ecc, con lo scopo di individuare le migliori modalità di gestione delle risorse nel rispetto e tutela delle comunità sociali, dell’ambiente e delle generazioni future. Così il bilancio sociale contiene valutazioni riferite alle prestazioni aziendali (performance) non solo nelle aree più tecniche dell’efficienza, ma anche, e soprattutto negli ambiti socio-relazionali dell’efficacia. A titolo di esempio possiamo evidenziare alcune tipiche aree indagate dalle aziende profit mediante il bilancio sociale: valutazione della qualità delle relazioni con i clienti (esaminando ad esempio il grado di fedeltà, di fiducia verso l’azienda, l’attrattiva dei suoi prodotti sul mercato) o sulla qualità delle prestazioni verso il personale (ad esempio le ore di formazione, la conflittualità dipendente-datore di lavoro, servizi alle famiglie). Nelle aziende no profit le aree tematiche sono rivolte alla misurazione di aspetti relativi, ad esempio, al grado di integrazione lavorativa di soggetti emarginati sia per motivi medico sanitari sia sociali, di incremento della scolarizzazione di emigrati, di miglioramento economico sociale delle aree in cui sono presenti gli ETS, di recupero ed integrazione di soggetti provenienti da situazioni di restrizione della libertà per detenzione, di recupero e riciclo di materie prime e loro trasformazione, di tutela dell’ambiente e del patrimonio pubblico, ecc. 

In sintesi il bilancio sociale offre un quadro generale del raggiungimento della missione che ogni azienda si pone; nello specifico per gli ETS tale missione si basa essenzialmente sull’integrazione, se non la totale sostituzione, dell’attività di welfare, che dovrebbe essere svolta dallo Stato, con la finalità di soddisfare i bisogni dell’uomo nel rispetto delle peculiarità di ognuno e dell’ambiente nel quale opera: rappresenta un momento di sintesi in cui si vanno ad indagare le necessità di ogni singolo e si coniugano con l’obiettivo della tutela dei diritti della persona. 

Quindi l’attuale legislazione, attraverso le linee guida contenute nel decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali del 4 luglio 2019, e la prassi contabile, individuano nel bilancio sociale uno strumento attraverso il quale si garantisce la trasparenza, l’informazione e la rendicontazione nei confronti di tutti gli interessati alla gestione dell’azienda no profit. Pertanto scopo del bilancio sociale è fornire informazioni, non solo di natura quantitativa, ma soprattutto di natura qualitativa, complementari alle classiche informazioni di natura economico-finanziaria, con l’obiettivo di fornire un quadro complessivo delle attività svolte dall’ente, della loro natura e dei risultati raggiunti. Ulteriori scopi si ritrovano nel processo di comunicazione multidirezionale favorendo così procedure di partecipazione interna ed esterna all’organizzazione; nel dare conto della identità e della natura dell’operato dell’ente esaltandone la missione ed i valori di riferimento sui quali si fonda; nel fornire riscontri (c.d. feedback ) circa gli obiettivi preordinati e gli effettivi risultati raggiunti cercando così di fidelizzare gli investitori già presenti e di trovarne sempre di nuovi; nell’evidenziare strategie attraverso le quali consolidare i risultati raggiunti o indicandone di nuovi e migliorativi; nel palesare le interazioni tra azienda e territorio dando una lettura anche in merito agli impegni assunti ed alle aspettative degli stakeholders; nell’evidenziare il valore aggiunto prodotto in azienda e la sua suddivisione tra i diversi fattori della produzione. 

 Oltre alla redazione del bilancio sociale occorre anche il deposito di esso presso il registro unico del Terzo settore o presso il registro delle imprese, affinché se ne possa dare ampia pubblicità. Si permette così di verificare il rispetto di norme, regolamenti e linee guida etiche affinché i finanziatori e gli stakeholders in generale possano avere relazioni trasparenti e consapevoli con gli enti del terzo settore.

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29 Novembre 2024

DAL BILANCIO SOCIALE AL BILANCIO INTEGRATO di Alessandra Di Giovambattista

DAL BILANCIO SOCIALE AL BILANCIO INTEGRATO

di Alessandra Di Giovambattista

 

01-12-2024

Quando si vuol analizzare sinteticamente l’attività economico finanziaria di un’azienda, qualunque essa sia, si ricorre all’analisi del conto di sintesi per eccellenza: il Bilancio di esercizio. Negli ultimi 50 anni questo documento, che all’origine riportava essenzialmente le risultanze economico-finanziarie, con il tempo si è arricchito di dati ed informazioni in ragione del sempre più complesso grado di approfondimento richiesto sia dalle aziende stesse sia dal mercato e da tutti gli interessati alla gestione dell’impresa (i c.d. stakeholders).

E’ così che la prassi contabile ha individuato diverse forme di bilancio che la dottrina ha esaminato nel tempo: il primo, il più tradizionale, definito come Bilancio di esercizio (strutturato secondo il principio della competenza economica in cui tutti i costi ed i ricavi sono imputati all’esercizio in ragione dei postulati della realizzazione dei ricavi - quando un ricavo si riferisce ad un ciclo della produzione concluso - e dell’inerenza ad essi dei costi) che consente di dare una valutazione sintetica delle più importanti risultanze economico-finanziarie e patrimoniali.

Successivamente è stata posta molta attenzione al Bilancio sociale (si sottolinea che, mentre per le aziende di produzione questo era facoltativo, per le aziende del terzo settore, ora definite Enti del terzo settore, è oggi uno strumento obbligatorio, almeno per quelle che hanno entrate per almeno 1 milione di euro) con il quale, cercando di indagare il comportamento socialmente responsabile delle aziende, si rappresentano strategie e politiche adottate al fine di far conoscere a tutti gli attori interessati alla gestione dell’azienda - quali gli investitori, i dipendenti, i clienti, i fornitori, ma anche lo Stato, gli Enti Locali, le associazioni di diverso tipo, ecc. - gli obiettivi ed i risultati conseguiti nel tempo in termini non solo quantitativi, ma soprattutto qualitativi (quali ad esempio il miglioramento nelle relazioni interne tra personale e direttivo, azienda e sindacati, valore aggiunto prodotto dai dipendenti, strategie per rendere fedeli clienti e fornitori, ore di straordinari e loro costi e benefici, inserimento e formazione di persone diversamente abili, numero di soggetti ritornati alla scolarizzazione, e via dicendo anche considerando i diversi settori di azione delle aziende). E’ pertanto un conto di sintesi che intende evidenziare il valore creato dall’impresa a favore della collettività, con la finalità di tutelare i diritti delle persone ed il valori riconosciuti come meritevoli di tutela.

L’aggregato successivo, indagato dalla prassi contabile, è stato il Bilancio di sostenibilità che offre alle aziende dati ed informazioni che consentono di costruire gruppi di indicatori utili per far conoscere e misurare le proprie capacità in ambito economico, finanziario, sociale e ambientale. E’ quindi un bilancio che cerca di coniugare i diversi aspetti considerati dalle precedenti tipologie di conti di sintesi. Rispetto al bilancio sociale quello di sostenibilità indaga, oltre al comportamento ed alle ricadute sociali dell’azione aziendale, l’ambito della sostenibilità, fornendo una analisi di medio lungo periodo circa la sopravvivenza dell’azienda non solo in termini economico-finanziari, ma soprattutto in termini di miglioramento della società presente sul territorio (mediante la misurazione del valore aggiunto, cioè il valore prodotto da un’azienda, attraverso la vendita di beni e servizi, al netto dei consumi dei fattori acquisiti all’esterno; quindi, secondo un’altra angolazione, lo si può definire anche come un fondo dal quale attingere per remunerare tutti i fattori della produzione, quali il lavoro ed il capitale e comprendendo anche lo Stato, gli Enti di qualunque genere e le banche) e di scelta di azioni che siano compatibili con il rispetto dell’ambiente e dell’utilizzo attento ed efficace delle risorse cercando di escludere produzioni e strategie inefficienti, dispendiose e non ecologiche. E’ ormai noto che gli obiettivi posti dai piani di sviluppo sostenibile cercano di coniugare le diverse dimensioni finora viste, cioè quella economica, finanziaria, sociale ed ambientale, che sono legate ed interdipendenti l’una con l’altra in quanto una scelta effettuata in un determinato ambito avrà necessariamente ripercussioni anche sugli altri in una sorta di azione che si propaga in modo ineluttabile poiché l’azienda si presenta come un organismo che influisce sull’ambiente ma che a sua volta ne è anche condizionata. Come si può pensare che una scelta basata esclusivamente su considerazioni e presupposti economici non abbia ripercussioni anche in termini sociali ed ambientali? Ad esempio, la scelta di una produzione che utilizzi fonti di energia non rinnovabili (perché si presenta più economica rispetto ad un’altra alternativa) potrà avere impatti negativi sulla collettività, in termini di utilizzo di risorse limitate, e sul livello di inquinamento ambientale. In questo senso si può affermare che il bilancio di sostenibilità offre informazioni alle aziende ed aglistakeholders circa l’impatto che una strategia gestionale genera nelle diverse aree di analisi in virtù di un processo di interazione.

Si giunge così, in ultima istanza, almeno per ora, alla determinazione di un Bilancio integrato, meglio definito e conosciuto come Report integrato che ha come obiettivo quello di rendicontare in modo coniugato informazioni sia di natura finanziaria, sia di differente tipologia (come quelle ambientali, sociali e di governo aziendale, c.d. governance). Con questo tipo di rendiconto si vede l’ampliamento, rispetto alle precedenti tipologie di bilancio, delle informazioni che si vogliono evidenziare; infatti il focus è incentrato sul valore che l’azienda genera nel breve, medio e lungo periodo, per garantire la sua capacità di perdurare nel tempo. Tale caratteristica è connessa alle strategie di natura economico finanziaria che devono però essere coniugate alla capacità di generare valore apprezzabile da tutti gli stakeholders in modo da renderli fedeli ai prodotti ed alle scelte di gestione aziendale. Ecco che nella complessità delle informazioni necessarie per rispondere alle diverse richieste dei destinatari dei dati occorre fornire il maggior numero di informazioni (stando però ben attenti a non cadere nella trappola di dare un ingente numero di notizie, alcune volte inutili e non funzionali, che indurrebbe a non centrare l’obiettivo della proficua informazione che si basa sui dati necessari ed attinenti, cioè capaci di dare risposte esaustive alle problematiche che si intende indagare, senza appesantire la rappresentazione conoscitiva), che siano però adeguate alle richieste provenienti dal mercato (rappresentato da fornitori, clienti, enti pubblici, associazioni, dipendenti, azionisti, investitori, ecc) che chiede risposte trasparenti e complete sul valore effettivo dell’azienda e sulle sue capacità di creare valore aggiunto.

Questo report permette di utilizzare le diverse informazioni, prima disseminate in diversi documenti tra loro non integrati, e le rende capaci di risposte sinergiche alle problematiche di conoscenza che il mercato si pone. In particolare si presenta come uno strumento di comunicazione che indaga ambiti che permettono di dare una visione complessiva delle scelte strategiche, dei risultati raggiunti (c.d. performance), degli obiettivi futuri e degli eventuali rischi di gestione ad esse connessi. In termini più concreti il report integrato permette una visione generale dell’attività aziendale fornendo notizie su: come si presenta l’azienda al suo interno e rispetto all’ambiente esterno sottolineando eventuali effetti di intersezione e sinergia; i diversi principi e modi di gestione e le procedure adottate per il governo delle società, che generano delle ricadute sociali (la c.d. governance); le diverse strategie ed i modelli di affari (meglio conosciuti come modelli di business) descrivendo in tal modo le logiche organizzative e strategiche attraverso le quali l’impresa crea, distribuisce e utilizza il valore prodotto cercando di ottenere un vantaggio competitivo non solo in termini finanziari ma anche sociali, ambientali e strutturali; le risorse utilizzate (in particolare per risorse si intendono non solo quelle finanziarie e materiali ma anche, e soprattutto quelle relative al capitale umano, intellettuale, sociale e ambientale-ecologico) e le relazioni che tra esse si intrattengono; gli obiettivi raggiunti (c.d. performance) analizzati come risultati non solo economico-finanziari ma anche di impatto ambientale e sociale.

La scelta del report integrato permetterà alle aziende che lo implementano di raggiungere dei vantaggi; infatti fornire notizie in modo trasparente, evidenziando utilizzi efficienti dei capitali e delle risorse a disposizione, consente di aumentare la fiducia degli stakeholders e di sottolineare la capacità dell’azienda di vivere nel tempo. In tale ultimo ambito un’analisi integrata permetterà di offrire strategie per gestire le sfide sui cambiamenti climatici e sulle disuguaglianze sociali, di indirizzare verso le attività più meritorie le risorse finanziarie messe a disposizione dagli investitori, di evidenziare e meglio dividere il valore aggiunto prodotto dall’azienda, di intraprendere strategie di medio lungo termine che consentano all’azienda di durare e svilupparsi nel tempo attraverso una visione complessiva efficiente ed efficace della gestione dei rischi, delle opportunità e dell’organizzazione di governo interno.

Sul fronte dei vantaggi per gli stakeholders si evidenzia che: gli investitori avranno una visione più chiara e consapevole dell’efficienza degli investimenti effettuati; i dipendenti avranno una visione trasparente della stabilità aziendale e ciò contribuirà allo sviluppo della fedeltà e del senso di appartenenza all’azienda; le società avranno una migliore capacità di comprendere l’uso delle risorse nel rispetto della sostenibilità e dell’ambiente sociale in cui operano.

Questo è un processo non di mero assemblaggio di notizie precedentemente racchiuse nei diversi documenti di sintesi, ma è piuttosto il risultato di un’analisi di dati e di informazioni che permette di trovare rapporti biunivoci e di interazione tra informazioni di diversa natura, finanziaria e non, così da offrire un quadro completo e trasparente sull’impegno futuro, sulle reali attività e sui risultati di impatto dell’azienda al suo interno e nell’ambiente circostante, alla ricerca del rispetto delle necessità sociali, di sostenibilità e di creazione di valore.

 

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01 Dicembre 2024

IL REPORT INTEGRATO: LA SINTESI PIU’ RECENTE DELL’ATTIVITA’ DI IMPRESA di Alessandra Di Giovambattista

IL REPORT INTEGRATO: LA SINTESI PIU’ RECENTE DELL’ATTIVITA’ DI IMPRESA

di Alessandra Di Giovambattista

 05-12-2024

Le diverse tipologie di rendicontazione aziendale - dal bilancio di esercizio al bilancio di sostenibilità, passando per il bilancio sociale – finora utilizzate dalla prassi contabile, evidenziano dati ed informazioni numerose ma non forniscono un quadro integrato di sintesi, bensì evidenziano notizie parziali e frammentarie che solo in apparenza sembrano tra loro non collegate. Quindi le strategie relative al cambiamento climatico, alle questioni dello sviluppo nel rispetto dei principi sociali ed umani e in generale alla ricerca delle soluzioni circa le problematiche concernenti la crescita armoniosa dell’azienda rispetto all’ambiente che la circonda non sono mai state trattate in modo complessivo; ciò non ha permesso di fornire una comprensione chiara ed univoca delle strategie aziendali. Tale situazione ovviamente genera disorientamento tra gli interessati alla gestione dell’azienda (c.d. stakeholders) che non riescono ad avere una visione trasparente circa le più concrete capacità dell’azienda di perdurare nel tempo, nel rispetto del principio di economicità, da raggiungere attraverso strategie e pratiche di governo aziendale (c.d. governance).

E’ a causa di questi presupposti che la prassi e la dottrina contabile hanno cercato di ricorrere ad un pensiero e ad una visione integrali che riuscissero a coniugare informazioni finanziarie e non finanziarie, alla ricerca di un modello di governo delle strategie (modello di business) complessivo. Si è arrivati a pensare quindi a tipologie di analisi che esaminassero in modo interdipendente e connesso i diversi fattori produttivi materiali ed immateriali. Nasce dunque il report integrato le cui linee guida sono dettate da un’articolata struttura regolamentare internazionale (il c.d. integrated reporting framework- IRF). Uno dei vantaggi principali di tale tipologia di informazioni mediante indicatori di diversa natura (il c.d. reporting) è la sua capacità di adattabilità ai continui cambiamenti delle normative globali e dei valori normali di riferimento (c.d. standard) che si basano su principi e concetti condivisi. L’obiettivo è comunque univoco e mira a comunicare in modo accurato e sintetico le motivazioni e gli scopi che spingono un’organizzazione ad agire sul mercato nonché le modalità con cui crea, preserva o erode valore nel breve, medio e lungo periodo, per sé stessa e per tutti gli stakeholders. Naturalmente avendo fornito le linee guida di costruzione del report integrato saranno le aziende stesse, in ragione della propria attività, del proprio modello di gestione e degli obiettivi che intendono raggiungere, a creare e a gestire uno specifico sistema di indicatori, che funzioni come un pannello di controllo. In esso sono palesati il modello di business, le strategie, i rischi e le opportunità in modo da fornire un’attenta disamina dei valori che permetteranno agli osservatori di indagare sulla capacità dell’azienda di sopravvivere sul mercato e di rispettare l’ambiente in cui essa opera.

Dal punto di vista storico si evidenzia che il primo Stato che chiese di utilizzare una rendicontazione integrata fu il Sud Africa nel 2011; nel particolare chiese alle aziende di applicare il nuovo report integrato e per contro, qualora avessero deciso di non accettarne la compilazione, di motivare la scelta di rifiuto. Per quanto riguarda invece le prime aziende che hanno utilizzato dei report integrati di dati finanziari e informazioni di diverso tipo troviamo, in Europa, due aziende danesi, la Novozymes e la Novo Nordisk, mentre nel continente americano la brasiliana Natura. Il loro obiettivo era quello fornire una modalità efficace per comunicare aglistakeholders la propria capacità di raggiungere risultati in grado di garantire lo sviluppo nel lungo periodo dell’attività produttiva in termini non solo economico-finanziari ma anche di sostenibilità e di rispetto dei principi e dei diritti sociali ed umani.

Con riferimento agli organismi che hanno contribuito a costruire il report integrato occorre partire dal Global Reporting Initiative (GRI) che è un’organizzazione internazionale indipendente che ha sviluppato un insieme di norme e regolamenti che le aziende di qualsiasi dimensione e settore possono seguire per la redazione di report sull’economicità aziendale, sulla sostenibilità e sul rispetto dei principi sociali ed umani per fornire una visione complessiva ed olistica dell’attività imprenditoriale. Altre organizzazioni sono: la Susteinabilty Accounting Standards Board (SASB), con sede negli Stati Uniti, che opera come azienda no profit per creare sistemi basati sugli standard di sostenibilità e per condividere con le imprese stesse gli impatti derivanti dalle strategie in ambito economico, sociale ed ambientale; la Climate Disclosure Standards Board (CDSB) organizzazione che nel 2011 presentò delle previsioni sugli eventi riguardanti i cambiamenti climatici, e su come questi avrebbero coinvolto direttamente gli investitori e indirettamente i risultati finanziari delle aziende, che si dimostrarono dei perfetti esempi del modo come le previsioni contenute nel report integrato possano dirigere le strategie aziendali; la Global Initiative for Sustenaibility Ratings (GISR) che ha redatto un insieme di indicatori validi per le aziende che vogliano confrontare politiche e strategie con i risultati attesi e le performance effettivamente sostenibili e raggiungibili; l’Association of Chartered Certified Accountants (ACCA) che, inserendo il report integrato nell’insieme della documentazione da produrre per ottenere la certificazione finale di sostenibilità, ha introdotto il tema della cultura complessiva aziendale e delle ricadute delle scelte attuali rispetto alle generazioni future ed alla loro tutela; ed infine la Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD) un’organizzazione che sotto la guida di Michael Bloomberg si pone come obiettivo di incentivare la rendicontazione oggettiva sull’andamento del clima e delle sue modificazioni così che gli investitori dispongano in modo trasparente di tutti i dati necessari per scegliere consapevolmente come dirigere i propri investimenti a favore delle aziende più meritorie.

Le aziende che, a partire dal 2011/2012, hanno presentato il report integrato hanno individuato quattro benefici riconducibili a questo sistema di indicatori: il primo riguarda l’esplicitazione della relazione tra elementi finanziari ed elementi che riguardano aspetti quali lo sviluppo, la crescita e la continuità nel tempo, la sostenibilità ambientale, il rispetto dei diritti umani e sociali, la possibilità di garantire un lavoro adeguato e duraturo nel tempo ai lavoratori delle aziende; il secondo riguarda la trasparenza e la chiarezza delle strategie implementate in ambito di sostenibilità ambientale. Altro beneficio riconducibile al report integrato riguarda la formazione di un legame con gli stakeholders di qualunque tipo essi siano, sia quelli interessati direttamente alla gestione efficiente dell’impresa (quali ad esempio gli investitori) sia quelli più coinvolti dalla ricaduta positiva delle politiche strategiche sull’ambiente e la collettività (come le associazioni, lo Stato, gli Enti locali, i clienti in generale). In questo senso il report permette di colloquiare in modo unitario con le diverse parti tutte differenti tra di loro, con diversi interessi ma, con un obiettivo comune: la prosperità dell’azienda nel tempo per garantire i legami positivi che si sono costruiti. Infine altro beneficio concerne il fatto che diminuisce il rischio di possibili scandali o di compromissione della reputazione in quanto il report integrato espone diversi indicatori di differente natura, le cui variabili permettono di monitorare costantemente le varie situazioni rendendo quindi più difficile registrare problemi di errata valutazione da parte degli analisti del mercato. In sintesi è possibile evidenziare che un reportintegrato, oltre a fornire differenti modalità di aggregazione dei valori – come fanno il bilancio di esercizio, consolidato, di sostenibilità, sociale - di fatto rende chiara e trasparente la connessione delle informazioni tra loro, in un moto circolare, bidirezionale e di azione e reazione, così da permettere di conoscere, o quantomeno di rendere più esplicito, il percorso che l’azienda intende intraprendere per garantire la formazione di valore nel medio lungo periodo.

Quindi partendo da quanto affermato dalle aziende che hanno presentato il report integrato si può sinteticamente sostenere che tale documento tende a fornire informazioni approfondite sull’ambiente esterno, sulle risorse utilizzate e le relazioni create con tutti i soggetti interessati alla gestione aziendale per poter valutare e validare la missione di lungo periodo che l’impresa cerca di perseguire. In tale ottica l’aspetto più importante è monitorare la creazione di valore che consegue dall’attività aziendale e che genera la variazione del capitale; occorre così valutare il valore creato e che rimane interno all’azienda (che genera autofinanziamento e remunerazione diretta degli investitori) rispetto a quello che viene diretto verso l’esterno (attraverso il pagamento dei lavoratori, dei manager, la vendita di beni e servizi, il consumo ed il riciclo delle materie prime, il tasso di inquinamento, i tributi versati, la variazione socio-ambientale della collettività). Ed in effetti con il termine capitale si individuano diverse tipologie: capitale finanziario (derivante dagli investimenti da parte di terzi esterni o di soci interni all’azienda), produttivo (beni strumentali quali macchinari, edifici, impianti), intellettuale (marchi, brevetti, proprietà intellettuali, software), umano (capacità profuse in azienda dai diversi soggetti che vi lavorano), di relazione sociale e ambientale (l’insieme delle relazioni create all’interno ed all’esterno dell’azienda) e se ne studiano le variazioni dello stock dovute all’attività aziendale. Tali mutazioni sono variabili nel tempo con riferimento alla loro destinazione ed ammontare, nonostante rimangano sicuramente inalterati i flussi verso ciascuna tipologia di capitale.

Alla luce di quanto detto non può che sottolinearsi l’importanza della reportistica, intesa come momento di sintesi espressiva dell’andamento di variabili che governano l’attività e le strategie aziendali; tuttavia manca ancora un momento di rappresentazione sintetica condivisa da tutti i Paesi che consenta la massima comparabilità e la migliore misurabilità di risorse che divengono sempre più limitate. Inoltre bisogna spesso cercare di infrangere l’atteggiamento di diffidenza delle aziende, specialmente quelle di media piccola dimensione (che presentano indubbiamente degli equilibri più vulnerabili rispetto alle grandi aziende, spesso multinazionali) dimostrando invece come il report integrato possa aiutarle nella scelta delle strategie più consone alle proprie possibilità nel rispetto dell’ambiente e della società al fine di garantire la sopravvivenza del sistema produttivo e sociale nel tempo. In una collettività che si basa sempre di più sulla comunicazione, spesso anche falsa e di parte, diviene quindi importante offrire la giusta visibilità alle realtà più meritorie, alle produzioni più rispettose, in modo che tutti gli interessati possano scegliere con consapevolezza verso chi dirigere i propri capitali e le proprie preferenze. Pertanto il report integrato si presenta come uno strumento verso l’affermazione di una cultura aziendale basata sulla responsabilità e la sostenibilità di medio lungo termine (intendendo per lungo termine anche la prospettiva ultraventennale) che, nel contempo, soddisfi le richieste e le attese di tutti gli stakeholders e renda la gestione dell’azienda consapevole degli impatti socio ambientali, creando così i presupposti per il suo continuo miglioramento interno ed esterno, a garanzia delle generazioni future.

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05 Dicembre 2024

Kathe Kollwitz la pittrice del dolore di Alessandra Di Giovambattista

Kathe Kollwitz la pittrice del dolore

di Alessandra Di Giovambattista

 

10-12-2024

Copenaghen 5 dicembre 2024, mattinata grigia, fredda ed umida come nella maggioranza dei giorni di autunno e inverno danesi dove il periodo di luce è inferiore al nostro di circa due ore complessive: 45 minuti circa la mattina e più di un’ora nel pomeriggio. La strategia dei giorni uggiosi e freddi del turista solitario è di vagare per musei; e la scelta è caduta sulla Galleria Nazione della Danimarca. Il primo impatto positivo ha riguardato l’affluenza e la tipologia delle persone: adulti e molti giovani studenti e non. La Galleria offre in visione permanente dipinti e sculture a partire dal 1300 con diverse opere di artisti fiamminghi, olandesi (massimo esponente nella mostra è Rembrandt), francesi (presenti anche con diverse tele di Matisse), scandinavi, spagnoli (alcune tele di Pablo Picasso) e alcune opere di artisti italiani - la maggior parte dei quali di minore fama - tra le quali però spiccano una tela del Parmigianino, del Tiepolo, del Tintoretto, un busto di bronzo scolpito da Gianlorenzo Bernini, alcune tele di Salvator Rosa, e due tele di Amedeo Modigliani.

Ma la sorpresa maggiore sono state due mostre temporanee ospitate dalla Galleria, la prima dal titolo “Against all odds” tradotto in “Contro ogni aspettativa” che ha portato all’attenzione dei visitatori diversi quadri di 24 artiste femminili nordiche che durante un quarantennio, dal 1870 al 1910, hanno dipinto opere ed avuto successo, appunto al di là di ogni aspettativa, considerando il clima ancora fortemente maschile e maschilista presente nel settore dell’arte pittorica. Il successo nella loro epoca è legato come ad un filo rosso che le ha condotte tutte lontano dalla propria patria, alla ricerca di miglioramento e di riconoscimento artistico, portandole dal freddo nord Europa verso paesi come la Germania, la Francia, l’Italia, la Grecia. In tali ambienti, sicuramente all’epoca più vivaci dal punto di vista culturale, hanno avuto modo di confrontarsi con altre artiste che vivevano la loro stessa condizione di emarginazione professionale. Ma come il più delle volte accade le donne - che hanno una naturale inclinazione verso l’accoglienza, la condivisione, l’attenzione verso l’altro e la capacità di riuscire a conciliare problematiche diverse offrendo soluzioni originali e rispettose dei diritti delle persone – sono capaci di darsi solidarietà e di andare oltre ogni aspettativa; all’epoca hanno fatto rete tra di loro e uscendo dalle loro zone di origine hanno potuto migliorare e lavorare come artiste riconosciute nel mondo dell’arte pittorica. Nonostante la fama riscossa nel loro tempo le 24 artiste sono poi però state tutte dimenticate dalla storia in una sorta di oblio non facilmente giustificabile. Probabilmente dopo la prima guerra mondiale, si assiste ad una reazione conservatrice verso le donne, particolarmente le artiste, di cui non è facile comprendere le ragioni. Ed è su questa incapacità di dare risposte che all’interno della mostra si vive un colpo di scena inatteso, almeno per me: la scelta di cercare attraverso l’intelligenza artificiale di dare immortalità artistica alle opere ed alle vite delle 24 donne pittrici utilizzando le nuove frontiere dell’informatica. La sfida riguarda non tanto la possibilità di restituire loro il giusto peso nell’ambito della storia dell’arte pittorica, quanto quello di dar loro vita nella storia pittorica del futuro, attraverso modi differenti di riscrivere gli eventi passati. È così che le opere d’arte, attraverso il linguaggio informatico, vengono destrutturate e ricondotte a punti di colore che si uniscono tra loro in reti neurali, quasi a formare delle sinapsi, che assumono forme astratte e che circondano il visitatore e reagiscono ai suoi movimenti (se si è interessati si può visitare il sito di Ix Shells, l’artista che ha curato la rappresentazione informatica).

Siamo poi passate nel salone dove era allestita la seconda mostra temporanea, dedicata sempre ad una donna; l’artista tedesca Kathe Kollwitz (1867 – 1945). È su di lei che intendo soffermarmi non perché ne conosca vita ed opere, anzi era per me una perfetta sconosciuta, ma perché i suoi lavori hanno fatto vibrare nel profondo la mia anima e hanno suscitato un sentimento di compassione mai provato fino ad ora. Le sue opere, per la maggior parte quadri in bianco e nero, litografie e sculture in metallo, generano nel cuore dell’osservatore un sentimento di grande tristezza e di sbigottimento nel vedere rappresentato in modo magistrale e diretto il dolore di persone, spesso genitori ma soprattutto madri, che perdono per sempre i loro affetti più grandi: i figli. L’autrice disegna la sofferenza quotidiana, lo strazio della perdita, del distacco, del lutto in una Germania prima dell’avvento del partito nazional socialista. Racconta la situazione delle classi più povere e la loro miseria che porta uomini e donne spesso a somigliare a degli animali, abbrutiti da una vita senza speranza e senza gioie. La quasi totale assenza di colore nelle sue opere rende ancora più aspra la realtà di miseria che vivevano i tedeschi all’inizio del secolo XX. Il suo messaggio lo affida essenzialmente ai tratti della matita giocando su contrasti di nero e sfumature di grigio, senza però escludere la luminosità del colore bianco che spesso viene utilizzato per mettere in evidenza i corpi ormai esanimi delle vittime. Vittime di un periodo storico dove la rivoluzione industriale, l’accentramento dei lavoratori nei grandi agglomerati urbani, l’anonimato e l’egoismo, dettato dalla necessità di sopravvivenza, di ciascuno nei confronti dell’altro rendono la vita difficile e distaccata da qualsiasi sentimento umano.

Lei poteva rappresentare bene la tristezza ed i volti privi di speranza di persone immerse nel quotidiano sconforto perché aveva sposato un medico che lavorava a Berlino e aiutava, per quanto poteva, le persone in stato di totale indigenza e vedeva quindi scorrere davanti ai suoi occhi, ogni giorno, le più diverse forme di strazio che la maggior parte delle volte era inconsolabile per l’impossibilità di fornire cure sia mediche sia affettive. Ma arriva il giorno in cui anche lei, pur facendo parte della Germania borghese, incontra il lutto, la disperazione, la depressione per la perdita di uno dei suoi figli nella prima guerra mondiale. In un periodo storico dove si sviluppano le correnti pittoriche dell’astrattismo lei sceglie la strada dell’arte cruda raffigurativa e realista, cercando, e secondo me cogliendo in pieno l’obiettivo, di far immergere e comunicare allo spettatore il dolore dell’essere umano, specialmente quello femminile, e della classe operaia. I suoi ritratti di donna sono spesso autoritratti dove le linee del nero ed i suoi chiaroscuri irrompono negli occhi e passano immediatamente al cuore generando un sentimento di forte coinvolgimento nella vita di persone disperate, anonime ma tra le quali potremmo riconoscere ognuno di noi. La sua produzione artistica è un contributo significativo per l’impegno a favore degli ultimi e contro ogni totalitarismo. Coinvolta anche in tal ultimo senso poiché il marito, prima della vittoria del nazional socialismo, aveva scritto una lettera aperta sottoscritta da altre 33 autorevoli firme, tra cui anche Albert Einstein, nella quale si evidenziava il pericolo dell’ascesa dei governi estremisti e dittatoriali; per tale aperto contrasto e per le sue idee solidali e di difesa della classe operaia, Kathe perderà il suo lavoro di insegnante presso l’accademia femminile dell’Associazione delle artiste di Berlino. Il suo è soprattutto un messaggio di pace e di solidarietà che non può che passare attraverso il dolore e la sofferenza perché l’uomo (che creatura strana!) si rende prossimo all’altro solo nelle condizioni più estreme perdendo di vista la bellezza e l’appagamento della condivisione e della solidarietà in tutti i momenti della propria esistenza.

Di fronte alla sue opere le mie percezioni più profonde sono state quelle di voler essere lì, provare a sentire la stretta ultima di una madre disperata, provare a condividere quell’immenso dolore cercando di consolare con la presenza silenziosa ma carica di compassione: vivere un dolore attraverso interposte persone è forse il modo migliore per cercare di non volerlo mai provare o provocare! Indubbiamente per me l’opera più coinvolgente è stata quella della “donna con il figlio morto” (rappresentato qui sotto) in cui la protagonista stringe con intensità straziante il corpicino del bimbo e ne annusa l’odore che è rimasto sul suo collo, un ultimo gesto per cercare di trattenere i ricordi non solo visivi e tattili, ma anche olfattivi, in un modo molto istintivo così come usano fare anche gli animali per riconoscere i propri cuccioli. Vedere questi spaccati di dolore attraverso il ricordo di giorni neri e bui, per ora passati almeno nella gran parte dell’Europa, dovrebbe servire come monito per cercare di comprendere quanto il male faccia male, quanto ogni azione che genera dolore nella propria e nell’altrui vita non produce luce ma tenebra e cattiveria e che ognuno di noi non dovrebbe volerla né per sé né per gli altri. La solidarietà, la generosità, l’altruismo sono atteggiamenti che creano una condizione di benessere che forse l’autrice prova a far passare attraverso le tinte chiare; ed in effetti una mia personalissima lettura del messaggio che ho percepito nell’intensità pittorica delle sue opere sta proprio nell’analisi delle tinte più chiare in alcuni casi anche sfolgoranti. Nella tristezza c’è sempre speranza; la mia speranza l’ho trovata in quelle tinte più luminose dove i corpi, ormai privi di vita, si rivestono come di una veste bianca sfolgorante, in un passaggio verso un aldilà, una vita ultraterrena che distacca dal peso della tristezza e del dolore più profondo. In definitiva un bellissimo e luminoso messaggio di sintesi tra istinto e soprannaturalità divina che ben rappresenta la vera essenza dell’uomo!

 

 

 

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10 Dicembre 2024

LE NUOVE NORME ANTIRICICLAGGIO di Alessandra Di Giovambattista

LE NUOVE NORME ANTIRICICLAGGIO

di Alessandra Di Giovambattista

 11-12-2024

Lo scorso 30 maggio 2024 il Consiglio Europeo ha adottato un insieme di nuove norme antiriciclaggio che hanno lo scopo di contrastare il reimpiego di denaro proveniente da attività illecite ed il finanziamento del terrorismo; detto pacchetto è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea il 19 giugno 2024.

Le nuove disposizioni contengono: la VI Direttiva antiriciclaggio (UE 2024/1640 del 31 maggio 2024) - che va a modificare la precedente Direttiva 2019/1937 e ad abrogare definitivamente la più remota direttiva del 2015/849 – contenente i meccanismi che gli Stati dell’Unione Europea devono introdurre al fine di escludere che nel sistema finanziario transitino operazioni di riciclaggio di denaro derivante da attività malavitose o di finanziamento del terrorismo; il regolamento antiriciclaggio (UE 2024/1624 del 31 maggio 2024) relativo alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario per i medesimi fini illeciti (regolamento antiriciclaggio single rulebook); il regolamento (UE 2024/1620 del 31 maggio 2024) istitutivo dell’Autorità per la Lotta al Riciclaggio ed al Finanziamento del Terrorismo (AMLA - Anti Money Laundering Authority).

Di fatto già dal 20 luglio del 2021 la Commissione europea aveva presentato un pacchetto di proposte legislative volte a rendere più stringenti le disposizioni comunitarie in tale ambito. Le indicazioni consistevano in: un regolamento che avrebbe istituito l’AMLA con poteri sanzionatori; un regolamento che doveva prevedere controlli sui trasferimenti di cripto attività in modo da renderne trasparenti i passaggi e completamente tracciabili i movimenti (è stato adottato nel maggio 2023); un regolamento sugli obblighi da rispettare in tema di lotta al riciclaggio in ambito privato; ed infine una direttiva che si sarebbe occupata dei meccanismi antiriciclaggio da far applicare a livello nazionale dai diversi Stati membri.

Secondo il Consiglio europeo il recente pacchetto di disposizioni varato il 30 maggio di quest’anno, armonizzerà tra loro tutte le esistenti norme antiriciclaggio che oggi si differenziano da Paese a Paese nel tentativo di eliminare scappatoie che generano ed incentivano le frodi. In particolare la VI direttiva antiriciclaggio renderà più efficienti i sistemi nazionali normativi prevedendo disposizioni più chiare e stringenti e organizzando delle modalità di collaborazione tra le autorità di vigilanza e gli organismi nazionali che raccolgono e analizzano attività finanziarie sospette tra Stati membri. I contenuti della Direttiva entrano in vigore venti giorni dopo la sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale, pertanto a decorrere dal 10 luglio 2024 gli Stati membri avranno tre anni - quindi entro il 10 luglio 2027 - per recepire le norme in essa previste.

Per quanto attiene l’Autorità per la lotta al riciclaggio ed al terrorismo (AMLA) si prevede che inizierà ad operare a metà dell’anno 2025 con sede a Francoforte; essa avrà poteri di supervisione diretta ed indiretta sui soggetti obbligati a fornire informazioni. In particolare sono stati estesi i destinatari assoggettati alle norme di controllo includendo: coloro che sono all’interno del settore delle cripto-valute; le piattaforme di raccolta di denaro per finanziare collettivamente progetti innovativi o lo sviluppo di imprese (il c.d. crowdfunding); le società e gli agenti del settore del calcio professionistico; i soggetti che commerciano in beni di lusso. Nello specifico rientrano nel novero di questi beni gli articoli di oreficeria, i gioielli e gli orologi di valore superiore a 10.000 euro, i veicoli a motore di importo superiore a 250.000 euro e gli aerei ed i natanti con valore superiore a 7,5 milioni di euro. Anche la definizione di persona politicamente esposta (c.d. PEP) viene modificata ampliandola: ai rappresentanti di autorità regionali e locali con almeno 50 mila abitanti; ai familiari delle persone politicamente esposte comprendendo anche fratelli e sorelle di Capi di stato, Capi di governo, Ministri, Sottosegretari e Viceministri; ad altre cariche pubbliche che sono di rilievo nei diversi Stati membri. È previsto inoltre un inasprimento delle norme in materia di adeguata verifica della clientela qualora gli scambi avvengano con persone molto facoltose (con patrimoni di oltre 50 milioni di euro). Viene disciplinata la titolarità effettiva (in particolare devono essere comunicati i titolari effettivi delle società a cui è riconducibile l’attività d’impresa a fini antiriciclaggio) e viene fissato a 10.000 euro il limite di contanti per i pagamenti, con la finalità di limitare i rischi derivanti dall’uso illegale di somme di denaro ingenti. Si chiederà pertanto più efficienza ai soggetti operanti sul mercato finanziario e la AMLA creerà un meccanismo integrato tra supervisori delle diverse nazioni affinché sia verificato il rispetto delle norme nel settore finanziario per evitare attività di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo. Ciò si rende indispensabile in quanto gli studi hanno evidenziato la natura transfrontaliera della criminalità finanziaria e pertanto all’Autorità sarà richiesto di coordinare le indagini internazionali per contrastare le attività illecite e per rendere l’attività repressiva la più rapida ed efficace possibile. Per conferire massima incisività a questi obiettivi è previsto che l’AMLA possa anche imporre sanzioni pecuniarie ai soggetti obbligati a fornire le informazioni per il controllo e la verifica delle attività che risultano sistematiche o ripetute e che pertanto inducono a ritenere che siano in atto delle violazioni gravi. L’autorità avrà anche un ruolo di sostegno in relazione al settore non finanziario e coordinerà e supporterà le unità di informazione finanziaria (UIF, in inglese Financial intelligence Units - FIU), già esistenti nei diversi Paesi, (in Italia sono presso la Banca d’Italia) che operano in modo indipendente ed autonomo, e sono specializzate nelle analisi finanziarie e nello scambio di informazioni. Per cogliere efficacemente questo obiettivo di supporto l’Autorità avrà anche il compito di contribuire ad armonizzare le prassi di collaborazione esistenti tra i diversi attori oggi operanti sul fronte del contrasto delle attività illecite e del finanziamento del terrorismo (le diverse UIF – FIU); in particolare l’armonizzazione cercherà di ridurre le divergenze esistenti nelle differenti legislazioni nazionali per rendere più sicuro e trasparente il mercato.

Le disposizioni prevedono anche delle modifiche del “Registro della titolarità effettiva” che dovranno essere recepite entro il 10 luglio del 2026, pertanto un anno prima rispetto alla direttiva nel suo complesso. Per tale registro, peraltro già previsto nella V direttiva antiriciclaggio, le nuove disposizioni hanno ampliato la tipologia di soggetti che possono accedere alle informazioni in esso contenute, includendo persone fisiche o giuridiche portatrici di un interesse legittimo, includendo anche la stampa e le organizzazioni che tutelano interessi collettivi o diffusi, con accesso immediato, non filtrato, diretto e gratuito. Tuttavia in Italia si è registrata un’impasse per tale registro che prevede l’obbligo per le società, fondazioni associazioni e trust di inviare alle Camere di commercio le informazioni sui soggetti a cui è realmente riconducibile l’attività degli enti citati, a fini di antiriciclaggio. È stato prima intrapreso un ricorso presso il Tribunale Amministrativo (TAR) con motivazioni di lesione della privacy a causa della comunicazione degli effettivi titolari delle imprese costituite in qualunque forma giuridica; tale ricorso è poi approdato al Consiglio di Stato che prima, con ordinanza del 15 ottobre 2024, ha sospeso le comunicazioni poi ha chiesto alla Corte di Giustizia di valutare la compatibilità della norma con i principi comunitari. Così è arrivata pochi giorni fa, il 6 dicembre 2024, la comunicazione della Corte di Giustizia europea che ha sospeso l’obbligo di comunicazione del titolare effettivo in attesa del proprio parere.

Invece il perfezionamento del “Punto unico di accesso” alle informazioni sui beni immobili slitterà di un anno ed il termine finale sarà quindi il 10 luglio 2029. Il punto unico di accesso sarà un luogo fisico da istituire in ciascuno Stato membro affinché le autorità competenti abbiano accesso immediato e diretto alle informazioni sui registri immobiliari che permetteranno l’identificazione di qualunque bene immobile e delle persone, sia fisiche che giuridiche, che lo possiedono nonché di ottenere tutte le indicazioni che consentiranno di monitorare ed analizzare le operazioni relative a detti beni. Dovranno essere istituiti anche dei meccanismi automatici centralizzati che permettano di identificare il luogo di residenza e le persone, fisiche o giuridiche, effettivamente intestatarie di conti bancari, identificati con IBAN o IBAN virtuali, compresi i conti titoli, i conti in cripto attività e le cassette di sicurezza che i soggetti residenti detengono presso un istituto di credito o altro istituto finanziario presente sul territorio. L’accesso al punto unico sarà consentito solo alle autorità di contrasto nazionali al riciclaggio e per rendere efficaci i controlli e confiscare eventuali proventi derivanti da reati la direttiva prevede anche di rendere uniforme il formato degli estratti conto al fine di agevolarne la lettura.

Alla luce di quanto esposto può sottolinearsi da una parte la necessità della emanazione di normative stringenti per rendere sicuro e trasparente il sistema finanziario, in continua evoluzione ed ormai governato da processi e strategie guidate il più delle volte dalla tecnologia informatica dell’intelligenza artificiale e dellablockchain (registro digitale che rende sicuri, verificabili e permanenti i dati in esso contenuti). Mediante normative rigorose ed armonizzate e la collaborazione tra uffici di vigilanza, il controllo sui flussi finanziari sarà più efficiente e i benefici si vedranno anche nel miglioramento della fiducia e della responsabilità tra investitori, finanziatori e mercato. Tuttavia il rovescio della medaglia evidenzia diversi aspetti: si va dall’eccessivo appesantimento di tutto il sistema, che peraltro ha mostrato delle falle come ad esempio per il problema della privacy sollevato dal Consiglio di Stato italiano, all’oggettiva esistenza di sistemi di sicurezza applicati in misura differente dai diversi Stati membri. In tal senso è risaputo che mentre alcuni Paesi, come l’Italia, applicano rigorosamente la normativa antiriciclaggio, altri Stati sono molto più blandi nel livello di accuratezza applicativa (come ad esempio il Lussemburgo o l’Irlanda dove si applicano dei regimi fiscali vantaggiosi e si ha un atteggiamento molto più permissivo sulle normative antiriciclaggio tanto da creare posizioni di vantaggio delle imprese localizzate in quei territori rispetto a quelle domestiche). Il rigore eccessivo presente in Italia di fatto costituisce un peso a svantaggio dei singoli e delle aziende italiane che si trovano invischiate in pesanti obblighi burocratici e così penalizzate in termini di competitività. Ad esempio l’obbligo di segnalare tutte gli scambi di valore ingente può creare problematiche di efficienza, soprattutto nel settore immobiliare, che possono concretizzarsi in ritardi o blocchi delle transazioni. Inoltre le aziende per rispondere alla normativa devono investire risorse in consulenze legali per il rispetto delle regole (c.d. compliance) e questo nuoce soprattutto le piccole medie imprese (PMI) che rappresentano il fulcro del tessuto economico e sociale italiano. In Germania o nei Paesi Bassi la flessibilità normativa è maggiore ed è orientata su una posizione di tutela delle imprese e dei singoli che va ben al di là della rigida applicazione delle norme antiriciclaggio in quanto le autorità di vigilanza cercano di creare meno intralcio possibile alle attività economiche. È per questo che si auspica una concreta e reale attività di coordinamento da parte dell’Autorità che non penalizzi nessuno ma che anzi applichi la normativa con il dovuto grado di buon senso, necessario in ambito economico, che non appesantisca il sistema ma lo renda flessibile e davvero sicuro e non faccia sentire i soggetti sotto accusa anche perché, soprattutto in Italia, si “bloccano i moscerini e si lasciano passare gli elefanti” mancando così l’obiettivo di sventare gli effettivi responsabili degli illeciti!

 



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11 Dicembre 2024

ALCUNI CASI DI SPIN OFF UNIVERSITARI IN ITALIA di Alessandra Di Giovambattista

ALCUNI CASI DI SPIN OFF UNIVERSITARI IN ITALIA

di Alessandra Di Giovambattista

 20-12-2024

Il crescente processo innovativo e di ricerca ha portato un incremento nella costituzione di aziende private e pubbliche che producono beni o servizi altamente tecnologici ed innovativi specialmente in ambito informatico e dell’intelligenza artificiale. Quindi il mercato presenta realtà nuove, dinamiche, spesso provenienti da spin offaziendali (sono operazioni di separazione di un settore aziendale, che si rende totalmente autonomo ed indipendente, dalla azienda madre ma ne può anche rimanere collegato in modo diretto o indiretto) o da start up(imprese nuove, in via di sviluppo fortemente innovative che necessitano di finanziamenti da soggetti esterni che credono nell’innovazione presentata), create da giovani ma anche nate dagli studi e dalla ricerca universitaria. Infatti è proprio in tale ambito che nascono idee e progetti sperimentali che partono dai centri di ricerca degli atenei ed approdano sul mercato produttivo imprenditoriale. Si crea in tal modo un effetto sinergia tra soggetti tecnicamente e culturalmente diversi, con poliedriche conoscenze e competenze maturate su campi differenti e pronti a realizzare prodotti innovativi.

Ed è così che nell’ultimo ventennio sono decollate le nuove strutture degli spin off universitari nati dalla fusione delle conoscenze di ricercatori, docenti, dottorandi ma soprattutto studenti dei diversi atenei italiani. Il panorama è ricco di esperienze e, secondo un report pubblicato nel 2023 da Netval (associazione che nasce come rete tra Università nel 2002 ma che nel 2007 si apre anche a soggetti non universitari, finalizzata a valorizzare la ricerca pubblica e a dirigerla verso l’industria) ma relativo al 2021, se ne contano 1.930 su tutto il territorio nazionale. Gli spin off universitari sono in espansione soprattutto negli atenei del Mezzogiorno, tuttavia circa la metà delle realtà innovative si posiziona nel Nord Italia. Tuttavia la partita si gioca sulla necessità di superare la divisione culturale tra approccio accademico e approccio di mercato; è un problema che è stato posto in luce anche nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che ha stanziato 350 milioni di euro per creare 50 centri di competenza dedicati al trasferimento tecnologico. I finanziamenti previsti dovranno essere erogati in ragione dell’effettivo impatto in termini di passaggio di competenze tecnologiche tra università e mondo produttivo, predisponendo anche dei meccanismi premiali, per i professionisti impegnati nelle attività di studio e ricerca, anche attraverso sgravi e contributi fiscali.

Ma il settore della ricerca e dello sviluppo veicolato attraverso gli spin off universitari è una realtà in crescita; spesso l’evoluzione è la creazione di start up che vanno adeguatamente supportate con finanziamenti dedicati. Sono aziende che nascono dagli studi e dalle ricerche svolte dai docenti, dagli studenti, dai ricercatori in diversi settori all’interno dei centri di ricerca degli atenei; ed infatti per avviare uno spin off è necessario uno stretto collegamento con l’attività universitaria che conferisce valore ed approvazione al bene o al servizio innovativo prodotto. Ma occorre guardare anche al flusso di valore nel senso opposto: infatti è indispensabile che l’innovazione trovi uno sbocco nei settori produttivi altrimenti molte delle intuizioni e delle novità cadrebbero nell’oblio. Il mondo imprenditoriale ha bisogno di innovazione e indubbiamente gli ambienti universitari sono delle ottime fucine di idee dove menti giovani, fantasiose, che sanno sfruttare a pieno le sinergie, possono rappresentare un legame con il mercato che necessita di talento, dedizione ed anche di un atteggiamento coraggioso che si può sicuramente ritrovare nel mondo giovanile.

Un supporto all’instaurazione di contatti tra mondo accademico, rappresentato da giovani studenti talentuosi, ed imprese può essere facilitato anche da soggetti terzi; ci sono aziende che utilizzando il marketingdigitale - ossia l’analisi del mercato attraverso le tecnologie digitali e la predisposizione di strategie cercando di promuovere marchi, servizi e prodotti attraverso internet – pongono in contatto, attraverso rubriche dedicate per i vari settori produttivi, le aziende con gli spin off universitari che ormai rappresentano, per diversi atenei, il modo per applicare la ricerca e l’innovazione sviluppata nei propri laboratori.

Le attuali realtà di spicco nel mondo degli spin off universitari, trasformati in alcuni casi anche in start up, le troviamo in diversi atenei, tra i quali:

  • l’università di Torino con il progetto INFLANT, vincitore del primo premio nazionale per l’innovazione (PNI) nell’ambito del miglioramento della salute delle persone (Life sciences-Medtech) consegnato il 6 dicembre di quest’anno, che rappresenta una nuova frontiera per il trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali, come ad esempio il morbo di Crohn o la colite ulcerosa che sono peraltro causa di ulteriori patologie. Il progetto nasce da una collaborazione tra l’università di Torino e quella di Pisa ed è supportata dall’incubatore di aziende 2i3T dell’università torinese. L’innovazione concerne lo sviluppo di una nuova molecola in grado di bloccare direttamente nell’intestino la proteina infiammatoria, che genera le patologie intestinali, evitando così gli effetti collaterali degli attuali farmaci utilizzati come terapia. In questo modo lo spin off riceve la giusta pubblicità e visibilità ed avvicina nuovi investitori che credono ed intendono partecipare allo sviluppo della nuova cura.

  • Il politecnico di Torino supporta, attraverso l’incubatore I3P, il progetto IDRA -della start up Deplotic - che rappresenta una rivoluzionaria metodica di manutenzione satellitare in orbita che utilizza dei bracci robotici comprimibili, dispiegabili mediante gonfiaggio e retrattili. Il nuovo prodotto si pone all’interno di un settore in crescita e che riguarda i servizi satellitari innovativi, con un’attenzione particolare alla loro sostenibilità.

  • L’università di Pisa, con lo spin-off CERNAIS, presenta un prodotto che utilizza l’intelligenza artificiale per migliorare ed innovare le terapie di contrasto delle mattie rare. Così i metodi tradizionali di ricerca vengono affiancati dal potenziale dell’intelligenza artificiale per scoprire nuove molecole che possono diventare delle innovazioni di cura di patologie neurologiche rare.

  • La scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha predisposto una mano robotica a controllo magnetico che si muove con il pensiero. L’innovazione è nata nell’istituto di biorobotica della Scuota Superiore ed è in grado di riprodurre i movimenti pensati da colui che indossa la protesi grazie a dei magneti collegati ai muscoli dell’avambraccio.

  • L’università di Firenze coordina un progetto di ricerca europeo chiamato FAMOS che sviluppa una tecnologia eco sostenibile di costruzione di isole galleggianti modulari per poter sfruttare le zone marine e affrontare il problema della crescita della popolazione mondiale.

  • L’università di Sassari ha collaborato per la messa a punto di un dispositivo che permette di misurare il grado di contrazione neuromuscolare nei soggetti affetti da spasticità: il SAS che offre una valutazione intelligente della spasticità (cioè the Smart Assesment of Spasticity). Il progetto è stato vincitore del premio Venture di Cassa Depositi e Prestiti e del premio speciale del Fondo per l’innovazione (Fund to innovate Limited) ambedue con la finalità di incentivare la crescita e lo sviluppo dell’innovazione presentata.

  • L’università di Bari ha presentato il progetto AGRIDATALOG con il quale intende creare e sviluppare un’agricoltura digitale e sostenibile. Un esempio è fornito dall’utilizzo di droni e sensori avanzati monitorati e manovrati attraverso applicazioni informatiche (c.d. App).

  • L’università di Padova ha presentato la start up FINAPP nata da uno spin off accademico che ha sviluppato una tecnologia basata sui raggi cosmici per misurare costantemente la quantità di acqua immagazzinata in profondità su grandi superfici di terreno. Questa applicazione può rivelarsi utile per l’attività produttiva di diverse industrie in quanto offre soluzioni per l’agricoltura di precisione, per l’industria idroelettrica e la gestione delle risorse idriche, per la localizzazione delle perdite d’acqua nelle reti comunali, per il monitoraggio del rischio idrogeologico e per la ricerca scientifica e metereologica che necessiti di conoscenze e sviluppi nel settore. Dal punto di vista più generale si sottolinea che l’università patavina si presenta come una realtà che collabora e dialoga con i soggetti che intendono fare impresa in quanto mette a disposizione dei futuri imprenditori il know how e le conoscenze del “Settore trasferimento di tecnologia” per poter ben iniziare nel mondo imprenditoriale. Inoltre gli imprenditori innovativi possono godere anche delle competenze fornite dall’incubatore universitario d’impresa chiamato “Start Cube”.

Alla luce della rapida carrellata di poche e sicuramente non esaustive innovazioni nascenti dalla ricerca presso gli atenei italiani, si osserva che di fatto gli spin off universitari sono uno strumento che premia e incentiva tutti i soggetti che vi partecipano: le università che aumentano il proprio prestigio ma anche le proprie risorse attraverso la pubblicazione degli studi e la vendita dei brevetti sviluppati nei centri di ricerca, i professori che possono diventare imprenditori, gli studenti che potrebbero già cogliere delle opportunità lavorative dopo la laurea. Inoltre queste realtà consentono di recuperare credibilità e fiducia nell’innovazione e di incentivare attività produttive di elevato spessore tecnologico sul territorio nazionale che per decenni ha sofferto di una lenta ma costante perdita di competitività industriale e di un allontanamento della forza lavorativa giovane, intelligente, capace di creare futuro e speranza.

 

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20 Dicembre 2024

GLI SPIN OFF UNIVERSITARI UN NUOVO MODO DI FARE IMPRESA di Alessandra Di Giovambattista

GLI SPIN OFF UNIVERSITARI UN NUOVO MODO DI FARE IMPRESA

di Alessandra Di Giovambattista

19-12-2024

Il termine spin off, di chiara origine anglosassone, può essere tradotto nella nostra lingua in derivato o derivativo, cioè un qualcosa che nasce da un’entità originaria e se ne distacca; ed in effetti in ambito economico-finanziario la traduzione descrive bene la situazione sottostante allo spin off la cui sostanza ci avvicina alla scissione o scorporazione di ramo o settore aziendale. Infatti quando un’organizzazione, una sezione, un ramo d’azienda si separa dall’azienda madre, si crea un realtà nuova, autonoma ed indipendente capace di camminare da sola ed avere prospettive di successo, pur potendo mantenere un legame ed una connessione con la società originaria non solo dal punto di vista produttivo ma anche dal punto di vista della proprietà, attraverso le partecipazioni azionarie. Da quanto detto appare superfluo sottolineare che questa operazione straordinaria di riorganizzazione aziendale richiede attenta valutazione e pianificazione al fine di permettere alla neo struttura di poter operare con economicità, quindi con efficienza ed efficacia, per presentarsi solida sul mercato ed essere competitiva rispetto alle altre realtà presenti nel settore di attività. La scissione può essere regolata in diversi modi: o attraverso la distribuzione ai precedenti azionisti di azioni dell’azienda di nuova costituzione, in modo da diversificare il loro investimento ed ampliare le possibilità di guadagno, oppure mediante la vendita delle azioni della nuova impresa, oppure attraverso la vendita ad un acquirente esterno all’azienda stessa.

Le motivazioni che inducono ad una tale operazione straordinaria sono diverse e si va dall’ottimizzazione delle risorse utilizzate alla creazione di maggior valore a favore degli azionisti, dal desiderio di volersi concentrare in uno specifico settore al voler penetrare un mercato estero con beni e/o servizi innovativi. È tuttavia indubbio che gli obiettivi cardine riguardino la volontà di aumentare il valore delle quote di proprietà degli azionisti, nonché la diversificazione del portafoglio posseduto, attraverso la creazione di un’azienda che svolga attività specifica con un elevato potenziale di crescita e di remunerazione rispetto all’azienda madre; in tal modo attraverso un’unica operazione si dà più respiro e possibilità di sviluppo ad un’azienda nuova, mentre alla casa madre si dà l’opportunità di concentrarsi di più sulle attività originarie, diminuendo la propria esposizione debitoria e recuperando in termini di economicità aziendale. Questo lo si può meglio comprendere con un esempio che può calzare bene per le aziende farmaceutiche (in tale settore diversi sono stati i casi di spin off, tra tutti ricordiamo la separazione di Sandoz da Novartis o di Opella da Sanofi) in cui il settore è assoggettato a forte e costosa innovazione tecnologica e scientifica e dove un processo di scissione conferisce alla nuova entità maggiore flessibilità e focalizzazione rispetto alle soluzioni e ai prodotti fortemente innovativi presenti nel settore farmaceutico e derivanti da attività di ricerca e sviluppo i cui costi sono notevoli e dove si registrano pressioni anche da parte dei rappresentanti politici e delle potenti lobby farmaceutiche.

Tuttavia le operazioni di spin off possono anche essere rischiose; in particolare sempre guardando dal lato dei soggetti finanziatori la scissione potrebbe comportare una diminuzione del valore delle azioni dell’azienda madre, che potrebbe non riuscire a garantire gli stessi risultati registrati prima della separazione - potrebbero ad esempio venire a mancare delle sinergie - oppure la nuova azienda nata dalla scorporazione potrebbe non raggiungere gli obiettivi prefissati. In ambedue i casi il valore complessivo della proprietà aziendale in mano agli azionisti diminuirebbe.

Con riferimento invece alla tipologia di soggetti che intendono effettuare un’operazione di scissione si possono individuare gli spin off aziendali (riguardanti propriamente le aziende pubbliche o private) e gli spin offaccademici (così definiti se fra i soci della nuova realtà produttiva partecipa un ente universitario anche conferendo beni in natura), o anche universitari (così individuati qualora l’università non parteci in qualità di socio all’interno della proprietà). Nel caso delle scissioni aziendali sono coinvolte realtà imprenditoriali, pubbliche o private, mentre nelle operazioni di scorporo accademico o universitario le nuove iniziative produttive nascono negli atenei e negli istituti di ricerca in essi presenti. In tale ultimo caso si creano aziende che provengono dagli studi e dalle conoscenze prodotte nel mondo universitario ed i cui fini sono quelli di valorizzare i ricercatori stessi ed i risultati delle loro analisi, dare delle possibilità ai giovani di inserirsi nel mondo del lavoro e perfezionarsi nella formazione, favorire i contatti tra il mondo della ricerca e della didattica ed il mondo produttivo per sostenere e potenziare i settori che si basano sullo sviluppo e l’innovazione. Il capitale degli spin off universitari è costituito essenzialmente da professori e ricercatori (capitale umano e professionale), dai contributi conferiti da personale tecnico-amministrativo degli atenei, dai collaboratori e anche dagli studenti che intendono parteciparvi e non ultimo dai finanziamenti che l’Unione Europea mette a disposizione attraverso programmi e bandi dedicati. Pertanto i nuovi prodotti e servizi che possono nascere dai risultati della ricerca all’interno del mondo accademico provengono da lavori collettivi svolti da professori, ricercatori universitari, dottorandi di ricerca e titolari di assegni di ricerca.

Possono poi acquisire la caratteristica di spin off anche le società definibili come start up innovative presentandone le caratteristiche e solo qualora prevedano che possano far parte della compagine sociale anche i professori, i ricercatori universitari o l’università stessa. In ogni caso le relazioni istituzionali e commerciali tra le Università e le imprese nate da spin off sono regolate da apposite convenzioni che disciplinano l’uso di eventuali spazi ed attrezzature, la richiesta di collaborazione del personale universitario, il trasferimento di rischi e le modalità per fronteggiarli attraverso la sottoscrizione di apposite clausole o assicurazioni, il diritto di utilizzo o di trasferimento di tecnologie, ed eventuali compensi per il supporto di personale e l’uso di beni universitari. Naturalmente tutto questo nel rispetto della trasparenza e dei diritti di natura commerciale (come il diritto all’uso delle opere dell’ingegno, dei brevetti, degli spazi), escludendo conflitti di interesse o posizioni di vantaggio, dirette o indirette, di alcuni soci rispetto agli altri.

Negli ultimi anni si è assistito ad un sempre crescente livello di innovazione e ricerca che ha portato all’aumento delle invenzioni, specialmente in ambito tecnologico, provenienti dagli studi scientifici prodotti nelle università che hanno poi trovato sbocco direttamente sul mercato produttivo. Pertanto lo spin off universitario si presenta come un prodotto della ricerca scientifica accademica che compie un passo verso il mercato, creando impresa sotto una forma giuridica indipendente dall’ateneo. Tuttavia è stato il decreto legislativo n. 297 del 1999 a definire i soggetti, le modalità, gli strumenti, e le tipologie di attività che possono essere finanziate con la finalità di sostenere l’utilizzo in ambito industriale di ricerche e studi accademici condotti da professori e ricercatori universitari, da dottorandi, e da soggetti beneficiari di assegni per la ricerca. È così che ogni università ha potuto dotarsi di appositi regolamenti atti a disciplinare i rapporti di natura soggettiva o oggettiva che possono instaurarsi tra enti universitari e gruppi di studiosi, incentivando così la creazione di aziende spin off che si staccano dalla casa madre ma che comunque mantengono una stretta collaborazione con il mondo accademico. Al decreto legislativo che ha creato una cornice di norme a supporto degli spin off universitari si sono aggiunti dei provvedimenti applicativi quali il decreto del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca n. 593 del 2000 che provvede a rendere operative le modalità di concessione delle agevolazioni finanziarie previste per queste tipologie di operazioni straordinarie; lo strumento scelto dal legislatore è stata l’emanazione di un testo unico che ha riunito tutte le disposizioni già esistenti (legge n. 46 del 1982, legge n. 488 del 1992, legge n. 488 del 1992, legge n. 346 del 1988, legge n. 196 del 1997, legge n. 449 del 1997) in tema di agevolazioni dirette alle imprese che investono in ricerca e sviluppo. E’ poi seguita la legge n. 240 del 2010, in materia di organizzazione delle università, del personale accademico e del suo reclutamento e contiene al suo interno anche la delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario, ed il decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca n. 168 del 2011 che definisce i modi attraverso i quali i professori universitari ed i ricercatori possono assumere responsabilità nell’ambito di società che hanno le caratteristiche di spin off o start up.

Dal punto di vista operativo occorre prima di tutto costruire un piano previsionale di lavoro (c.d. business plan) che definisca obiettivi, modalità, investimenti, finanziamenti, mercato, personale, in pratica è uno strumento che illustra l’attività imprenditoriale che si intende intraprendere. Il Consiglio di amministrazione dell’ateneo porrà all’esame il piano preventivo che dovrà essere autorizzato dal Senato accademico; l’analisi del progetto pone particolare attenzione all’assunzione ed alla limitazione del rischio di impresa da parte dell’università mediante l’apposizione di specifiche clausole. Una clausola generale è quella che pone un vincolo alla partecipazione al capitale da parte dell’Ateneo che non può essere superiore al 10% - peraltro il capitale non è rappresentato quasi mai dal denaro, bensì dal conferimento di beni in natura, quali locali, attrezzature, conoscenze - che però può essere derogato qualora il progetto si presenti particolarmente proficuo e conveniente; in più l’ente universitario delibera anche in merito alla distribuzione di eventuali perdite derivanti dal rischio imprenditoriale tutelandosi sia nel caso di riduzione del capitale sia nel caso di liquidazione dell’azienda. A maggior tutela le università mantengono anche parte della proprietà delle conoscenze acquisite (know how) e dispongono di un diritto di prelazione e di gradimento nei casi di trasferimento della partecipazione ad altri soci; in tal modo l’ateneo rimane agganciato alle attività di ricerca ed innovazione garantendosi un posto di preferenza rispetto a soggetti terzi. Infine un aspetto interessante, ma se vogliamo anche logico, riguarda l’obbligo che le attività svolte dagli spin offuniversitari non siano in conflitto di interessi con l’ateneo che partecipa al capitale; è in tal caso che i rappresentanti universitari si appelleranno al diritto di veto in tutte le delibere che presenteranno aspetti rischiosi o problematiche di sovrapposizione o di sostituzione di interessi pubblici con quelli di altri soggetti privati.

Queste nuove vivaci realtà produttive che coniugano ricerca universitaria e mercato si sono sviluppate di fatto a partire dall’inizio del secolo XXI, nonostante le prime normative possano ricondursi all’inizio del 1980; pertanto si è assistito ad un ritardo applicativo di circa 20 anni, con conseguente perdita di finanziamenti messi a disposizione dall’Europa e dispendio di energie ed opportunità lavorative. Pertanto una riflessione è necessaria: perché è stata sottovalutata per tanto tempo questa opportunità? Una prima ragione sembra ritrovarsi nel timore da parte degli atenei che queste iniziative produttive di tipo privatistico avrebbero potuto distrarre il personale docente e scientifico dai propri incarichi istituzionali trascurando così la didattica. Tuttavia solo all’inizio del nuovo millennio si è vista la svolta di impostazione, soprattutto culturale: le idee innovative create in ambito accademico possono competere sul mercato ed anzi esserne fattore trainante producendo risultati positivi per la collettività tutta, a partire dai giovani studiosi e ricercatori che, se ben incentivati, potrebbero decidere di rimanere nel nostro Paese arginando il fenomeno, ormai drammatico, della c.d. fuga dei cervelli!

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