Questo figlio del continente africano, cui sono state sempre rivolte le sue attenzioni, ha scritto tutta la sua produzione letteraria in lingua francese, in prosa e in versi. In un articolo pubblicato sulla rivista Esprit nel novembre del 1962 Senghor asseriva:"Je pense en francais; je m'exprime mieux en francais la que dans ma langue maternelle". Ciò non soltanto per i molti anni da lui trascorsi nell’Hexagone, non soltanto per aver insegnato francese e lingue classiche in più di un liceo della Francia, la quale lo ha visto anche deputato all'Assemblea costituente nel 1945 e l'anno dopo all'Assemblea nazionale e l'ha accolto inoltre segretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, ma perché il francese  è "lingua di cultura".Senghor è fiero di costatare che anche dopo l'indipendenza politica o I'autonomia, i territori africani francofoni hanno proclamato questo idioma "langue officielle de l'Etat”. La sua forza ed il suo prestigio non si fermano qui, ma -come asserisce il nostro autore - "il y a mieux après le Ghana, qui, pourtant, n'est pas tendre pour la France, les Etats anglophones, l'un après l'autre, introduisent le francais dans leur enseignement du second degré, allant, parfois, jusqu'à le rendre obligatoire".

La sua risposta alla domanda: "che cosa rappresenta, per uno scrittore negro, l'uso del francese" gli offre lo spunto per innalzare un inno a questa lingua ch'egli non esita a definire "éminemment poétique".La ricchezza del lessico, la musicalità dei vocaboli, l'interesse internazionale, tutto ciò serve a formare quel "merveilleux outil" che è la lingua francese.Il passo verso la Francofonia è ben presto compiuto; la Francofonia che per 'Senghor è quell'“Humanisme - intégrale che si tesse intorno alla terra, quella simbiosi delle energie dormenti di tutti i continenti, di tutte le razze che si risvegliano al loro calore complementare". Il congresso internazionale sulla letteratura africana di espressione francese, inauguratosi a Dakar il 26 marzo 1963, gli permette di riprendere un argomento che gli sta molto a cuore e di esporre le sue idee nel modo più chiaro possibile. Poiché si tratta di letteratura, dice Senghor, si tratta dell'Uomo (con iniziale maiuscola), si tratta di costrure la civilisation de l'universel.  Questa letteratura che va nella direzione dell'Universale, anzi proprio per tale motivo, scritta in francese, lingua degli autori negri che non hanno scelto, ma che hanno trovato nella loro "situation de colonisés"·. Eppure, precisa Senghor, se una lingua si fosse dovuta scegliere, nous aurions choisi le français. Non par sentiment, je dis par raison". Non soltanto - è sempre il pensiero del Senghor – perché "la Négritude est fruit de la Révolution" da cui sono scaturiti gli"immortali princìpi" del 1789, ma anche perché il francese proprio in quel secolo che doveva concludersi con l'avvenimento storico della Rivoluzione è stato proposto "comme langue de culture, à l'Universel, et accepté comme telle ". Senghor sa bene che altre lingue quali il cinese, l'inglese, il russo (e forse anche lo spagnolo) - devono essere collocate prima del francese per il numero delle persone che le parlano, ma egli aggiunge soltanto in base alla quantità bensì alla qualità. ''Mais il n'y a pas que la quantité, il y a la qualité". Precisando però, subito dopo, che questa sua asserzione non significa affatto che il francese speri per bellezza o per ricchezza le lingue prima menzionate. La lingua di Voltaire e di Victor Hugo, di Chateaubriand e di Claudel egli la prende insieme con molti altri scrittori africani perché la considera una lingua di comunicazione per eccellenza, "une langue de gentillesse et d'honneteté", una lingua di cortesia e di estrema chiarezza, senza affatto sottovalutare l'altro elemento fondamentale: per cui si tratta dell'idioma - il secondo - appreso nell'infanzia, curato nell'adolescenza e nella prima giovinezza, padroneggiato nell'età matura.La letteratura negra di espressione francese - ecco il punto saliente e conclusivo del suo discorso inaugurale al congresso tenutosi a Dakar - costituisce "une contribution importante à la littérature généralisée : à la Civilisation de l'Universel. C'est que, communicable par le fait qu'elle est écrite en français,elle fait symbiose deux acts extremes du Géniehuain. Par quoi elle i est humanisme intégral".  Molto spesso nella sua produzione in prosa il Senghor insiste sulla festa dello spirito, festa della cultura, sulla cultura, "esprit de la civilisation'. Tale argomento ricorrente e che gli sta a cuore si trova in molte delle sue conferenze o prefazioni o in parecchi articoli di riviste letterarie; una buona parte di questi suoi scritti sono raccolti nel volume che porta il titolo Liberté, Négritude et Humanisme.  In questo tomo trovasi anche l'allocuzione ch'egli pronunciò il 9 dicembre del 1959 per l’inaugurazione dell'Università di Dakar. Chi avrebbe mai potuto presagire al giovanissimo Senghor in partenza per la Francia nel 1928 che un trentennio più tardi egli avrebbe dato lustro, con la sua presenza di uomo ormai famoso, all'inaugurazione della prima università del Senegal? L'ateneo che veniva inaugurato nella città di Dakar, la quale alla fine degli anni Cinquanta annoverava già quattrocentomila abitanti, avrebbe insegnato " surtout le génie français; la clarté et la rigueur, l'esprit de finesse à coté de l'esprit de géométrie". Era la civiltà europea che si metteva a servizio dell'Africa, un'università francese che, invece di aggiungersi alle altre diciassette esistenti nel 1959 nell'Hexagone, s'impiantava nella capitale del Senegal sull'esempio delle sorelle francesi. Queste avrebbero travasato la loro civiltà, mentre il Paese del continente nero avrebbe fornito l’aspect  négro-africain de la Civilisation. Così facendo, in questo incontro del XX secolo ci sarebbero stati dei doni da entrambe le parti per edificare la sola civiltà umana: "ls. Civilisation de l'Universel". "Je salue, en l'Université de Dakar, - esclama Senghor - le haut lieu africain du donner ·et du recevoir".


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