STORIA DELL’ASIA CONTEMPORANEA
Nel corso dell’Ottocento e del Novecento i paesi asiatici si avvicinarono ai costumi occidentali ma rifuggirono dalla idea di democrazia
di Luciano Atticciati
Nei primi decenni dell’Ottocento l’Inghilterra e l’Olanda iniziarono la colonizzazione dei paesi asiatici, in breve tempo tutti i monarchi asiatici compresero che l’Europa fosse non solo una grande potenza ma che presentava una cultura, un sistema economico e tecnologico di molto superiore a quello dei loro regni. Si formò quindi fra i vertici politici e le classi superiori l’idea di adottare i costumi occidentali anche se in maniera piuttosto superficiale.
Come nei paesi dell’Africa Nera non islamica, la penetrazione europea attraverso la stipula di protettorati non incontrò grosse difficoltà, molti monarchi e nobili locali trovavano preferibile sottoporsi al controllo dei nuovi paesi stranieri piuttosto che subire le aggressioni e il dispotismo delle più potenti nazioni vicine.
Negli anni precedenti la prima guerra mondiale in pratica rimanevano non colonizzati la Turchia (Impero Ottomano), l’Iran, l’Afghanistan, la Thailandia, la Cina e il Giappone. Modernizzazione e riforme divennero elementi importanti per le nazioni asiatiche, ma intesi in una maniera fortemente diversa da quella occidentale. Questi si accompagnarono non a una liberalizzazione della società ma ad un nuovo e più duro dispotismo basato su ceti diversi (soprattutto militari) da quelli tradizionali, che non avevano grandi capacità né senso dello stato. Gli stati asiatici e più in generale le società di quei paesi iniziarono a perdere fiducia nelle loro tradizioni e si misero a seguire le istituzioni occidentali ma fra queste non diedero rilievo all’idea di libertà, di diritti civili e politici, ovvero li intesero in maniera fortemente distorta.
Il primo paese asiatico a realizzare grandi cambiamenti politici ed economici fu il Giappone, tali cambiamenti non investirono la figura dell’imperatore che non solo non ne uscì sminuita ma anzi rafforzata e confermata la sua natura divina. Per molti secoli il Giappone era stato un paese influenzato culturalmente dalla Cina e dalle idee confuciane, la rigida divisione in classi sociali, la responsabilità collettiva per reati commessi da singoli, il senso della sottomissione verso le autorità e un sistema di punizioni durissimo costituivano aspetti fondamentali della società. Il potere effettivo era esercitato dallo Shogun, il capo militare, mentre a livello locale governavano i daimyo simili ai nostri feudatari. A metà dell’Ottocento gli americani e successivamente le altre potenze europee ottennero il diritto a stabilire delle basi commerciali. Tale innovazione provocò dei gravi contrasti nella società, una parte dei samurai (guerrieri legati ai damyo) diedero vita al movimento del sonno-joi (“venerare l’imperatore, respingere i barbari”) fomentando attentati contro gli stranieri e le stesse ambasciate. L’Occidentalizzazione della società procedeva veloce, l’economia progrediva notevolmente, ma all’interno delle nuove aziende, nonostante la presenza di tecnici occidentali, si mantenne uno spirito di disciplina e obbedienza simile ai codici di comportamento samurai. Nel 1889 venne promulgata la costituzione che confermava la sacralità della figura dell’Imperatore, prevedeva come in Austria e Germania la non responsabilità del governo verso il Parlamento ed inoltre rese di fatto l’esercito un potere particolarmente forte, non soggetto ad alcun vincolo se non a quello dell’Imperatore. “Spirito giapponese e Sapere Occidentale” fu il suo elemento caratteristico. Nell’anno successivo venne emanato il “Rescritto Imperiale sull’educazione” che prevedeva “obbedienza filiale” verso le istituzioni, profondo rispetto per la famiglia, il sacrificio del singolo nell’interesse della nazione. I primi capi politici del paese dopo la caduta dello Shogunato erano alti ufficiali o comunque personaggi fortemente legati al mondo militare. Nel 1900 il governo promulgò la prima legge di polizia sulla sicurezza pubblica (chian keisatsu ho) che proibiva molte attività pubbliche comprese quelle sindacali, mentre la censura proibì la traduzione in giapponese di autori occidentali ritenuti pericolosi per i costumi tradizionali. Nel 1906 si ebbe un primo governo liberale presieduto dal principe Saionji, mentre quattro anni più tardi fu costituita a livello di villaggio l’Associazione imperiale dei riservisti, allo scopo di tenere la popolazione costantemente preparata alla guerra e fedele alle direttive dello stato, preservando l’ordine sociale e nel 1911 fu stabilita la “Polizia del Pensiero” incaricata di reprimere anche con la violenza gli estremisti antigovernativi per i soli reati di opinione. La situazione politica migliorò, per quasi venti anni lo stato giapponese si resse sulle istituzioni parlamentari, nel 1918 si ebbe il primo governo diretto da un non militare, il capo del partito conservatore, Hara Takashi. Cinque anni dopo si ebbe un terremoto che distrusse Tokyo e produsse incendi disastrosi dei quali furono considerati responsabili i coreani residenti che vennero massacrati a migliaia. Nel 1932 si ebbe l’ultimo capo di un governo civile, dopo di che tornarono al potere gli alti ufficiali in un contesto politico diverso da quello degli anni precedenti. La crisi economica del ’29 come in altri paesi aveva creato un clima di sfiducia verso la democrazia, gli alti ufficiali riacquisirono la loro indipendenza. Nel 1919 si era formato un partito politico ad opera dello scrittore Kita Ikki vicino al fascismo, nazionalista e fortemente socialista. Tale partito si prefiggeva la abolizione totale delle istituzioni democratiche, l’espropriazione delle terre e delle ricchezze della borghesia, oltre ad una politica di conquista coloniale, la rivalutazione delle comunità rurali e l’avversione per le idee occidentali. Nel 1937 il governo a prevalenza militare emanò un nuovo corso di indottrinamento scolastico incentrato sull’annullamento della persona e l’esaltazione dell’obbedienza filiale verso l’imperatore. L’aggressione alla Cina e successivamente agli Stati Uniti portarono come sappiamo il paese nipponico al disastro.
Come abbiamo visto la politica in Giappone venne gestita sostanzialmente da gruppi elitari molto ristretti, negli altri paesi asiatici non colonizzati si ebbe una maggiore partecipazione di movimenti popolari anche se il predominio apparteneva sempre ai militari, ufficiali in genere di rango non elevato. In Turchia, in Cina e in Iran in particolare, la rivoluzione fu portata avanti da militari che prima di spodestare i rispettivi monarchi erano stati al loro servizio.
La Cina da molti secoli era retta da un imperatore - il Figlio del Cielo - e al di sotto una piramide di funzionari scelti secondo criteri particolarmente rigorosi, ma nel corso dell’Ottocento il paese oltre che sconvolto da rivolte a sfondo religioso o settario era in crisi sul piano economico e molti iniziarono a perdere fiducia nel pensiero e nelle istituzioni confuciane.
Fra le nazioni che abbiamo preso in esame, la Cina fu l’unica ad esprimere un uomo di cultura di un certo rilievo, Sun Yat Sen, un socialista che intendeva procedere ad una distribuzione egualitaria delle terre, nazionalista e quindi contrario ai privilegi delle potenze straniere sul paese e favorevole alla espulsione dei “barbari manciù”, l’etnia della dinastia imperiale, nonché sostenitore di una democrazia illiberale. Le sue idee ebbero largo seguito fra i militari, ebbe il sostegno dell’Unione Sovietica e ciò lo rese un politico di notevole rilievo.
La dinastia Qing di origine mancese (popolazione del nord della Cina) non era per le loro origini amata dalla popolazione cinese. Ai primi del Novecento ci fu una riforma di governo in senso occidentale ma che non diede grandi risultati. Si ebbero poi nello stesso periodo gravi intrighi di corte ed in particolare la reclusione all’interno del palazzo reale dell’imperatore da parte della imperatrice vedova Cixi.
Dopo la morte anche di Cixi nel 1908, divenne reggente il principe Chun, fratello dell’imperatore che di fatto fu l’ultimo esponente della dinastia a disporre di un potere reale. Quando scoppiò la rivoluzione nel sud del paese la corte imperiale si trovò costretta a richiamare il generale Yuan Shikai come primo ministro ritenuto l’unico in grado di controllare la difficile situazione. Nel giro di brevissimo tempo si ebbero nella antichissima e immobilista Cina sconvolgimenti politici che portarono alla repubblica.
La rivoluzione era scoppiata a Wuchang nel sud del paese il 10 ottobre 1911 per una causa non particolarmente rilevante dal punto di vista storico, la nazionalizzazione di alcune ferrovie che danneggiava un gruppo di investitori cinesi. La città venne presidiata dai capi militari del luogo e nel corso della rapida espansione della rivolta vennero massacrati gli abitanti manciù della regione. I militari richiamarono Sun Yat Sen in esilio che divenne presidente nel gennaio successivo. Il nuovo governo fu anch’esso molto breve, tentò un accordo con Yuan Shikai ma questi, dopo aver imposto l’abdicazione di Chun si impadronì di tutto il potere. Yuan Shikai, uomo di nobili origini, governò prima come presidente, poi si autonominò imperatore e governò con metodi autoritari ma senza introdurre sovvertimenti nella società cinese. Quando nel 1916 l’anziano generale morì, Sun Yat Sen riprese il potere a Canton ma il nord del paese si disgregò in un gran numero di regioni governate dai cosiddetti Signori della Guerra.
Nel 1919 si ebbe il cosiddetto movimento del 4 maggio che costituì un momento importante per i moti studenteschi nazionalisti contrari alla presenza invadente degli stranieri. Anche in seguito ad essi si rafforzò il potere del Kuomintang (partito nazionale del popolo) il movimento politico fondato da Sun. Dopo la morte del leader nel 1925 gli successe il generale Chiang Kay Shek che iniziò la riconquista del nord della Cina dominata dai suddetti signori della guerra e ruppe i rapporti con i comunisti che controllavano la città di Shangai e furono costretti alla fuga. Sia Sun che Chiang dovettero rinunciare al loro programma socialista pur cercando di mantenere buoni rapporti con l’Unione Sovietica che manteneva i suoi antichi privilegi su territori e infrastrutture del paese.
Nel 1928 Chiag Kay Shek con il suo esercito riuscì a sottomettere i riottosi signori della guerra, a ridimensionare notevolmente i privilegi stranieri e a ripristinare l’unità della Cina. Seguì un periodo di stabilità e di maggiore benessere economico grazie alla introduzione di un’economia con minori vincoli, oltre alla eliminazione delle usanze più antiquate come la fasciatura dei piedi delle donne. Dopo la fine della seconda guerra mondiale la Cina venne considerata una delle quattro potenze vincitrici ma nel 1949 come sappiamo i comunisti forti nelle campagne riuscirono a prevalere.
La Thailandia fu uno dei paesi relativamente più stabili fra quelli che mantennero l’indipendenza. Già ai primi dell’Ottocento Rama I introdusse dei cambiamenti economici in senso moderno e favorì l’immigrazione di commercianti cinesi. Un suo successore, Rama IV migliorò i rapporti con i britannici con conseguenze positive sul piano economico. Rama V accentrò su di sé il potere, con l'aiuto dei molti fratelli, mettendo in disparte l'aristocrazia. Rama VI riuscì a ridimensionare i privilegi stranieri sul paese ma le enormi spese di stato portarono il paese ad una difficile situazione economica, aggravatasi dopo la sua morte dalla crisi internazionale del 1929. Si ebbe così nel 1932 un colpo di stato incruento portato avanti da studenti e ufficiali in parte di tendenze socialiste che introdusse la monarchia costituzionale ma pochi anni dopo venne respinta la redistribuzione delle terre e i capi militari sebbene in continuo contrasto fra loro presero il predominio. Il nuovo capo Phibun si ispirò ai regimi totalitari italiano e tedesco e fu oggetto di culto della personalità.
Nel 1889 nasceva in Turchia l’associazione dei Giovani Turchi conosciuta anche come Comitato Unione e Progresso, l’organizzazione aveva in parte i caratteri della società segreta ed era formata da studenti ma soprattutto da militari. Ad essa aderì anche Mustafa Kemal futuro grande leader del paese che entrato nell’esercito come semplice soldato scalò ben presto le gerarchie.
Nel 1908 una insurrezione militare guidata da questo gruppo impose al sultano, ridotto ad una figura simbolica, il proprio governo. Il nuovo regime realizzò una maggiore centralizzazione dello stato retto da una dittatura militare, ma non riuscì a controllare le tendenze separatiste nei Balcani né la guerra con l’Italia per la questione libica. Durante la Prima Guerra Mondiale il governo diretto da Enver Pascià decise una politica di annientamento dei popoli non turchi e fu responsabile di spaventosi eccidi verso gli armeni, gli aramei e i greci. L’Impero Ottomano venne sconfitto, ciò portò alla sua dissoluzione e alla fuga dei membri del governo. Si ebbe per un breve periodo un governo moderato che accettò le dure condizioni dell’armistizio e lo smembramento dell’Impero.
I paesi vincitori occuparono alcune parti dell’Impero Ottomano, occupazione che venne considerata dalla popolazione una umiliazione, ma l’evento più grave fu la guerra con la Grecia, in una situazione confusa essendoci pesanti contrasti all’interno dei due stati contendenti. Nel maggio 1919 i greci sbarcarono a Smirne che come tutta la costa anatolica era abitata da popolazioni greche e successivamente si diressero nelle zone centrali abitate da turchi compiendo numerosi massacri. Nel corso dell’offensiva greca il generale Kemal riuscì a prendere il comando di gran parte dell’esercito e con il sostegno della Russia sovietica combatté le truppe del governo turco e quelle greche ottenendo importanti successi e diventando capo di governo nel maggio 1920. Si ebbero massacri di greci e l’incendio della città di Smirne, nonché un duro accordo con il quale vennero espulsi i greci dall’Anatolia e i turchi nella zona europea della Turchia. Il capo del nuovo governo che liberò il paese dalla presenza straniera venne considerato un personaggio eccezionale oggetto di un culto della personalità. Pur continuando la politica del predecessore Enver introdusse cambiamenti politici maggiori. Il sultanato venne completamente abolito, si ebbe l’occidentalizzazione non solo delle istituzioni ma anche della vita privata delle persone, un forte ridimensionamento del clero mussulmano, nonché violenze contro i curdi l’ultima etnia straniera presente nel paese. Kemal assunse il nuovo nome di Ataturk (padre dei turchi) e divenne il presidente della repubblica nonché dittatore a vita. Nonostante alcune questioni territoriali Kemal mantenne buoni rapporti con l’Unione Sovietica e cercò di realizzare nuove strutture economiche senza l’apporto di capitali occidentali.
Gli eventi in Iran sembravano molto simili a quelli della vicina Turchia. Come Ataturk, Reza Pahlavi proveniente da una famiglia di non alto rango ebbe una brillante carriera militare. In un paese arretrato con deboli istituzioni, nel 1923 il futuro shah divenne capo del governo (con il sostegno militare e quello della assemblea rappresentativa) e successivamente monarca egli stesso. Introdusse importanti riforme sul modello turco tese a modernizzare il paese, sottomettere allo stato il clero e i capi tribù e realizzò alcune importanti infrastrutture economiche. I suoi metodi poteri erano considerati molto duri e violenti anche dai componenti del suo entourage, per la sua contrarietà ai britannici sulla questione del petrolio negli anni Trenta e durante la seconda guerra mondiale fu costretto da russi e inglesi ad abdicare.
L’Afghanistan fu nel corso dell’Ottocento conteso fra Russia e Gran Bretagna, nel 1919 salì al trono re Amanullah che introdusse successivamente delle riforme sul modello turco, inimicandosi molte tribù e il clero mussulmano. Nel 1929 di fronte ad una potente opposizione militare fu costretto ad abdicare, il suo successore non ebbe fortuna, nel 1933 venne assassinato da uno studente di Kabul.
Come abbiamo visto, il forte peso dei capi militari in tutti i paesi asiatici di questo periodo faceva pensare più a una crisi etico politica interna che all’acquisizione dei nuovi valori occidentali.
Tag: Giappone, Cina, Thailandia, Turchia, Iran, Afghanistan, Yuan Shikai, Sun Yat Sen, Chiang Kay Shek, Kemal Pascià, Ataturk, Reza Pahlavi, Enver pascià, occidentalizzazione
Come sappiamo i paesi afroasiatici hanno avuto una storia difficile
Colonizzazione senza battaglie
Inghilterra e Olanda iniziarono nei primi decenni dell’800
L’Europa non solo una potenza ma superiore in molti campi
Paesi non colonizzati
Modernizzazione e riforme
Crisi di valori, militari
Primo paese Giappone, confuciano, rigida divisione in classi, sottomissione,
shogun, daimyo, samurai
metà 800 basi commerciali
sonno joi venerare l’imperatore respingere i barbari, attacchi a occidentali e ambasciate
1889 costituzione tipo Prussia, esercito indipendente
I primi capi politici del paese dopo la caduta dello Shogunato erano alti ufficiali
1900 “Rescritto Imperiale sull’educazione” che prevedeva “obbedienza filiale” verso le istituzioni, profondo rispetto per la famiglia, il sacrificio del singolo nell’interesse della nazione.
nel 1918 si ebbe il primo governo diretto da un non militare, il capo del partito conservatore, Hara Takashi
Cinque anni dopo si ebbe un terremoto che distrusse Tokyo e produsse incendi disastrosi dei quali furono considerati responsabili i coreani residenti che vennero massacrati a migliaia
Dopo il 29, nel 1932 si ebbe l’ultimo capo di un governo civile
Come abbiamo visto la politica in Giappone venne gestita sostanzialmente da gruppi elitari molto ristretti, negli altri paesi asiatici non colonizzati si ebbe una maggiore partecipazione di movimenti popolari anche se il predominio apparteneva sempre ai militari, ufficiali in genere di rango non elevato. In Turchia, in Cina e in Iran in particolare, la rivoluzione fu portata avanti da militari che prima di spodestare i rispettivi monarchi erano stati al loro servizio.
La Cina da molti secoli era retta da un imperatore - il Figlio del Cielo - e al di sotto una piramide di funzionari
gravi intrighi di corte ed in particolare la reclusione all’interno del palazzo reale dell’imperatore da parte della imperatrice vedova Cixi.
la Cina fu l’unica ad esprimere un uomo di cultura, Sun Yat Sen, un socialista che intendeva procedere ad una distribuzione egualitaria delle terre, nazionalista e quindi contrario ai privilegi delle potenze straniere sul paese e favorevole alla espulsione dei “barbari manciù”. Le sue idee ebbero largo seguito fra i militari
rivoluzione nel sud costretti a richiamare il generale Yuan Shikai
La rivoluzione era scoppiata a Wuchang nel sud del paese ottobre 1911 per la nazionalizzazione di ferrovie. La città presidiata dai capi militari massacrati i manciù. I militari richiamarono Sun Yat Sen
Yuan Shikai imposto l’abdicazione di Chun si impadronì di tutto il potere. Shikai, uomo di nobili origini, governò prima come presidente, poi si autonominò imperatore e governò con metodi autoritari ma senza introdurre sovvertimenti nella società cinese. Quando nel 1916 l’anziano generale morì, Sun Yat Sen riprese il potere a Canton ma il nord del paese si disgregò Signori della Guerra.
Nel 1919 si ebbe il cosiddetto movimento del 4 maggio
Dopo la morte Sun 1925 gli successe il generale Chiang Kay Shek riconquista della Cina dominata dai signori della guerra e ruppe con i comunisti Shangai
Nel 1889 nasceva in Turchia l’associazione dei Giovani Turchi anche come Comitato Unione e Progresso, società segreta formata da studenti ma soprattutto da militari. Aderì anche Mustafa Kemal semplice soldato scalò ben presto le gerarchie.
Nel 1908 una insurrezione militare guidata da questo gruppo impose al sultano, il proprio governo
spaventosi eccidi verso gli armeni, gli aramei e i greci. L’Impero Ottomano sconfitto, dissoluzione e fuga dei membri del governo. Breve periodo governo moderato
guerra con la Grecia. Ataturk liberò il paese dalla presenza straniera oggetto di un culto della personalità. violenze contro i curdi
Gli eventi in Iran simili a Turchia. Come Ataturk, Reza Pahlavi proveniente da una famiglia di non alto rango ebbe una brillante carriera militare
nel 1923 il futuro shah divenne capo del governo (con il sostegno militare e quello della assemblea rappresentativa) e successivamente monarca egli stesso
Luciano Atticciati
La via della seta ed i suoi effetti in Italia
L’arte della seta, una storia millenaria. Ha radici antichissime dovute alle relazioni dell’Impero romano con la Cina.
L’arte serica ha due riferimenti: i filamenti del baco e l’estro dell’uomo.
Il termine “la via della seta” è di recente acquisizione e si attribuisce a F. Richthfen, geologo tedesco. Nel 1877, in un volume pubblicato sulla Cina, descrisse gli itinerari terrestri e marittimi che nel tempo hanno tracciato il collegamento tra Oriente ed Occidente.
La vita della seta è il significato di un mondo esteso, segnato dagli scambi culturali e commerciali. Fra montagne ed altipiani per il cammino di uomini, spezie e seta.
Alessandria, Chang’an, Samarcanda, Bukhara, Bagdad, Istanbul:
città principali del viaggio e le oasi lungo la via per riposare e riprendere il cammino dal passato al presente.
Marco Polo nato da famiglia di mercanti veneziani, molto giovane partì con il padre, percorse la via della seta e raggiunse la Cina nel 1271. Ad egli si attribuisce la data di inizio della via della seta dall’Oriente in Italia
Nel periodo del Medioevo le Repubbliche marinare ebbero prosperità economica, grazie alle loro attività marittime.
La seta approda nei porti italiani. Un intreccio di percorsi di uomini, viaggiatori, scrittori, mercanti che fecero conoscenza con stranieri di diversa appartenenza e fede religiosa.
I cui effetti ebbero forti influenze nel commercio e non solo nella letteratura, nell’arte, origine di inaspettate fortune. Risonanza internazionale nell’ispirazione dell’opera teatrale di William Shakespeare, ambientata a Venezia.
Un incontro di uomini e merci nel corso dei secoli di cui restano tracce di frammenti di tessuti pregiati custoditi nei musei.
A metà circa del 1300 si diffuse la peste dalla Cina che dalla Siria, la Turchia, la Grecia, l’Egitto dai Balcani raggiunse le città della Sicilia ed entrò nel porto di Genova recando scarsezza di alimenti.
Gli itinerari di provenienza non erano sempre gli stessi, ed era Roma la città, a cui era destinata la seta.
Drappi pregiati provenienti dai mercanti veneziani e genovesi, abbellirono
le vesti.
La relazione tra seta e potere non si limitava alla preziosità dei tessuti e si esprimeva in simboli e segni.
Il primo era il messaggio della luminosità della veste serica, simbolo di rinascita e rivelazione divina.
La seta portò con sé un incremento alla distinzione sociale.
A Palermo superbi drappi vennero lavorati nei laboratori reali, pregiati damaschi e broccati di Catanzaro e della Colonia di S. Leucio nel casertano divennero l’inizio della tradizione.
A seguito delle dominazioni bizantine e musulmane nell’isola siciliana ed in Calabria si diffusero i segreti dell’arte serica.
Dalla filiera della seta alla produzione del nobile tessuto.
La sericoltura e la produzione tessile ebbe un rigoglioso sviluppo nel sud.
Per l’effetto indiretto delle due diverse culture, favorita dall’insediamento dei normanni e dal decadimento dei principali centri manufatturieri in Persia ed in Siria a causa delle invasioni del popolo della Mongolia.
La forte tendenza alla qualità serica divenne in voga nei secoli XV e XVI, dove la vita di corte conobbe il suo massimo splendore.
La cultura serica in Lombardia risale al 1400, quando Ludovico Sforza, volle la coltivazione dei gelsi, nutrimento con le foglie per gli allevamenti dei bachi da seta.
Nel Rinascimento venne apprezzata nei castelli dell’Italia Centrale e Settentrionale, testimonianza per l’attrazione dei beni di lusso.
La seta divenne uno status symbol nelle città e nelle regge dei principi.
I ricchi mercanti durante questo periodo, accanto ai quadri, agli affreschi indossavano abiti in seta.
La tessitura della seta venne impreziosita dall’impiego di fili d’oro e di argento esempio della vita raffinata in nome dell’arte e delle lettere.
L’abito in seta divenne un simbolo anche per l’espletamento di alcune funzioni pubbliche.
Nel ‘400 genovese ci fu la produzione dei tessuti a tinta unita, richiesta in tutta l’Europa.
I commercianti lucchesi si imposero su varie piazze straniere con la produzione serica del lampasso.
Nelle città italiane la diffusione dei drappi serici a fasce sempre più estese del ceto borghese portò, a seguito dell’età moderna a cambiamenti nella produzione dei motivi artistici intessuti nelle forme delle vesti.
Nel 400 si cercò di introdurre l’arte della seta a Torino con capitale forestiero. La diffusione della gelsicoltura, fu voluta da Emanuele Filiberto.
Successivamente il Piemonte curò l’aspetto delle sete lavorate nella produzione serica del velluto ed organzino. Nascita di una futura industria trainante
A Napoli nel ’500 con i rasi, i dobretti e gli armesini nacque la produzione delle stoffe leggere in seta. Sollecitati dalla domanda di espansione del mercato cittadino per la produzione a basso costo dei filati serici, dalla tessitura dei fiori della ginestra e del gelsomino.
Nel secolo XVI iniziarono a far parte del corredo delle giovani donne, appartenenti a ceti non privilegiati, anche scialli più raramente coperte, con fibra meno pregiata ed ottenuta dai cascami della seta.
La produzione tessile si ispirò nel ‘500 bolognese alla tessitura degli antichi filatoi della città di Lucca.
Nel XVIII secolo in particolare a Como “Città della seta” viene coltivata la produzione serica con l’uso di filande fino al 1843. Resta una traccia ben precisa dell’attività del nobile filato nel Museo della didattica della seta.
Per tutto il settecento l’abito in seta fu un lusso.
Con l’inizio del secolo XIX la seta, divenne parte in tutte le classi sociali.
La seta nell’ottocento vive momenti di fulgore nei Municipi e nella finanza dei banchieri torinesi fino a tutta la seconda metà dell’ottocento.
Occasione di studio dei primi casi di spionaggio industriale, suggestioni ed influenze nel costume e nel gusto.
Il novecento caratterizzò gli abiti da sera eleganti in certi casi come vere e proprie opere d’arte, dove gli stilisti espressero il meglio della loro creatività.
Restano testimonianze di abiti come il manto di corte di donna Franca Florio, già esposto nella Sala da ballo nel Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti.
Molti riflessi e cambiamenti segnarono il corso della storia della via della seta in Italia.
In particolare in Calabria
La lavorazione serica la coltivazione dei gelsi, durante il Medio Evo contribuì in maniera importante all’economia calabrese, dando sollievo alla povertà dell’epoca.
In seguito nell’era moderna si ebbe un decadimento che per errori e manchevolezze portò all’abbandono di questa attività. Non si esclude per l’imposizione di tributi.
Restano documenti scritti nel museo dell’artigianato tessile della seta di Reggio Calabria, sulle tecniche storiche dell’allevamento dei bachi ancora usate, per produrre il pregiato filato. La seta, il suo radicamento nell’arco millenario in terra di Calabria.
Nel museo della seta e della ruralità è possibile visitare e vedere gli strumenti di lavorazione ed i macchinari per la lavorazione tessile e delle fibre naturali.
La sericoltura oggi si trova della città di Floro, poco distante dal Golfo di Squillace.
Il dato più sensibile alla flessione dell’arte della seta in Italia certamente è nella moda che cede il passo alla praticità di fibre meno costose che hanno negli abiti più vestibilità e movimento sia nel quotidiano che in viaggio.
Resta immutata la vestibilità degli abiti in seta, resistenti e belli solo per determinate occasioni.
Le opportunità occupazionali che offre la seta in Italia sono:
l’insegnamento e conoscenza dell’arte serica, le ricerche storiche negli Archivi di alcune città, la consultazione dei testi degli autori, la redazione delle collezioni di atelier privati e museali ed infine l’impiego della ricostruzione, ancora in via sperimentale, di tessuti biologici.
La via della seta è una importante relazione.
Claudia Polveroni
ITALIA – ENRICO MORBELLI È LA “FAMIGLIA PIEMONTEISA”
ROMA - IL PRESIDENTE SEMPRE CON I SUOI CONCITTADINI
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Intervista di Paola Pacifici
Presidente Morbelli, da quanto tempo la “Famija Piemontèisa” è presente a Roma?
Da alcuni ritagli di giornale pare che nel 1871, quando Roma divenne ufficialmente Capitale del Regno d’Italia, un gruppo di funzionari statali costituì un’associazione piemontese. Erano orfani di Torino Capitale e molto delusi dal biennio di Firenze Capitale. Ma altre notizie non abbiamo trovato. La nostra è – si fa per dire – molto più recente: è sorta nel 1944 ad opera di Renzo Gandolfo, un dirigente industriale legato al ministro Marcello Soleri, liberale. Tant’è che per la riunione fondativa della Famija si chiese ospitalità al PLI nella sede appena aperta di via Frattina 89. Soleri fu il primo presidente, poi venne Einaudi che lasciò non appena divenne presidente della Repubblica. Fu poi la volta di Pella, quindi di Sarti e infine di Altissimo. Dopo una lunga parentesi in cui abbiamo assunto la denominazione di “Piemontesi a Roma” (e della quale fu presidente l’ex ministro e sindaco di Torino Valerio Zanone), abbiamo riassunto il nome originario di “Famija Piemontèisa”.
Le attività della tua Associazione?
Nulla di politico, nonostante la sfilza appena elencata di illustri personaggi legati alle istituzioni. L’attività è tutta volta a promuovere l’immagine del Piemonte nella Capitale e soprattutto a rinsaldare i vincoli tra i piemontesi trapiantati a Roma e la loro regione. Letteratura e cultura, musica e spettacoli e tanta buona cucina (debitamente innaffiata) sono i cardini dell’associazione.
I piemontesi “romani” sono un po’ “diversi” dai “piemontesi- piemontesi”?
Molto ma molto diversi. Intanto – a differenza della maggior parte dei settentrionali – non parlano male di Roma. Ci vivono benissimo e non hanno alcuna intenzione di tornare nella terra di origine, che ormai si è trasformata nel loro paese delle vacanze. A lungo andare hanno anche perso la cadenza dialettale senza scivolare in quella romanesca.
Quali le tradizioni più sentite dai tuoi corregionali?
Le tradizioni più consolidate (m il discorso vale per tutti gli italiani) sono quelle gastronomiche. I piemontesi si dividono in due tribù: quella dei mangiatori di aglio e quelli ai quale l’aglio fa schifo. I primi ci vanno giù pesante: bagna càuda e barbera a profusione. Oppure fonduta di formaggio nel quale galleggiano teste d’aglio. Gli altri – dallo stomaco più delicato – amano i ravioli al plin con burro e salvia o i tajerin (tagliolini) al Castelmagno. E poi… potrei continuare all’infinito…
Roma e Torino, due città diverse, quali sono le caratteristiche di ognuna?
Sono molto meno diverse da un tempo, quando Roma era quella della “dolce vita” e Torino era quella della Fiat. La Dolce Vita non si fa più e anche la Fiat (FCA, per essere più esatti) produce di più in Abruzzo, Lazio e Basilicata che sotto la Mole. Torino – grazie al successo delle Olimpiadi invernali d’una decina d’anni fa – si è trasformata in città turistica. Si è rifatta il trucco, ha rivoluzionato il suo sistema museale e gioca a fare la Vecchia Capitale senza la rogna di esserlo. E ci riesce. Nel 150esimo anniversario della proclamazione del Regno d’Italia mi trovavo a Palermo; un nipotino di mia moglie era in partenza per la gita scolastica pasquale. “Andiamo nella nostra antica Capitale”, mi disse. Mi venne spontaneo rispondere: Napoli”. “Ma che stai dicendo? – mi gelò – Andiamo a Torino”. Insomma: dal Brennero a Lampedusa, Torino è la nostra prima Capitale.
Torino è famosa in tutto il mondo per la “Sacra Sindone”. Quanto vi sentite orgogliosi di rappresentare il più importante simbolo religioso?
Ecco un altro collegamento tra Roma e Torino: l’Urbe, Caput Mundi, è il centro della cristianità. Ma la Sacra Sindone (che re Umberto II ha lasciato in eredità al Vaticano) sta a Torino. Se poi aggiungiamo il Santuario della Consolata, il Cottolengo, l’Opera di don Giovanni Bosco e la catena di Sacri Monti prealpini, scopriamo che nel laicissimo Piemonte sabaudo (“Libera Chiesa in libero Stato”, predicava Cavour) ci fu ed è tuttora un fiorire di iniziative religiose. E non solo cattoliche: ricordiamo lo storico insediamento dei Valdesi in Val Pellice e ricordiamo anche che la Mole Antonelliana fu costruita per essere la sinagoga della fiorentissima comunità ebraica.
Presidente, Enrico Morbelli, famoso giornalista del Giornale Radio RAI che ci ha accompagnato per tantissimi anni con i suoi programmi. A questo proposito quale messaggio vuoi mandare ai tuoi piemontesi, non solo romani ma anche nel mondo?
Di trovarsi più spesso tra di loro e di tornare più spesso nella terra degli avi. Sul viaggio in patria non ho suggerimenti da dare. Ma sul “trovarsi” sì: l’appuntamento è quello fissato da “Astigiani” – rivista su “storia e storie di Monferrato, Langa e Roero” – per il Bagna Càuda Day dei prossimi 27, 28 e 29 novembre. Per chi all’inglese preferisce il piemontese, basta cambiare “day” in “d’aj”, che vuol dire “d’aglio” e rende meglio l’idea di ciò che troverà nella scodellina dove intingere le verdure di stagione, calde e fredde. In quei tre giorni i piemontesi e i loro amici si ritrovano a cena in tutto il mondo. Nel 2019 furono imbandite tavole persino a Tonga, Mosca, Belo Horizonte, Costa Rica e in tre ristoranti peruviani. Noi “piemontesi-romanizzati” eravamo in 200 in un mega albergo sull’Aurelia Antica: è la vecchia strada che porta a Ventimiglia e oltre. Dopo Genova, per il Piemonte basta girare a destra
Jean-Léonard Touadi - Festa Unità Roma 2012.JPG
Deputato della Repubblica Italiana
Legislature XVI
Gruppo
parlamentare - Italia dei Valori
(fino a luglio 2008)
- Partito Democratico
(da luglio 2008)
Coalizione PD-IdV
Circoscrizione Lazio 1
Dati generali
Partito politico Italia dei Valori e Partito Democratico
Titolo di studio Laurea in Filosofia, Giornalismo e Scienze Politiche
Università
Pontificia Università Gregoriana
LUISS Guido Carli
Professione Docente universitario
Jean-Léonard Touadi (Brazzaville, 25 gennaio 1959) è un politico, accademico, scrittore e giornalista italiano, originario della Repubblica del Congo.
Laureato in filosofia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, e in giornalismo e scienze politiche alla LUISS. Dopo aver insegnato Filosofia e Religione in vari istituti secondari di Roma, ha insegnato all'Università di Bologna, all'Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Roma "Tor Vergata" ed ora all'Università di Roma La Sapienza nel corso di laurea "Global Humanities" dove cura l'insegnamento su "Emerging Africa in the Framework of the Sustainable Development Goals".
Dal 1997 ha collaborato con la Rai come autore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi: Permesso di soggiorno (Radio Uno); Un mondo a colori (Rai Educational-Raidue) e C'era una volta (Rai Tre).[1] Insieme alla collaborazione con la Rai, è autore di numerosi articoli e monografie sui temi dei rapporti Nord-Sud, dell'Africa, dell'immigrazione e dell'intercultura. Collabora con la storica rivista dei Padri Comboniani specializzata in questioni africane "Nigrizia"; ha scritto per la Rivista "Limes" e "Aspenia" su questioni riguardanti la storia, la geopolitica e l'economia africana. Collabora con ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). Cura la Rassegna Stampa Africana di Radio Radicale.
Carriera politica
Jean-Léonard Touadi nel 2010
Entrato in politica nel 2006, è stato assessore alla sicurezza, alle politiche giovanili e ai rapporti con le università del Comune di Roma, nella giunta di Walter Veltroni. Durante il mandato al Comune di Roma è eletto vicepresidente del Forum Europeo per la Sicurezza Urbana, carica che esercita fino al 2008.
Viene eletto come indipendente del PD nella lista dell'Italia dei Valori nelle elezioni politiche del 2008[2]. Come parlamentare ha fatto parte delle Commissioni Politiche Comunitarie, Giustizia ed Esteri. È stato membro attivo dell'Osservatorio della Camera dei deputati contro il razzismo. Insieme ad altri colleghi ha contribuito a lanciare la Campagna di sensibilizzazione contro le condizioni di retenzione per immigrati "Cie" dal titolo "Lasciatecientrare".
L'11 luglio 2008, in una lettera aperta ad Antonio Di Pietro, comunica la sua uscita dal gruppo parlamentare di elezione e il suo ritorno al gruppo del Partito Democratico[3], esprimendo dissenso nei confronti di una manifestazione di piazza, organizzata da MicroMega e sostenuta dall'Italia dei Valori, nella quale erano stati mossi attacchi nei confronti del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del papa.
Il 23 giugno 2009 è stato protagonista, assieme alla parlamentare PD Anna Paola Concia, di una campagna ARCI contro le discriminazioni e il razzismo.[4] Il 22 ottobre dello stesso anno il segretario del PD Dario Franceschini annunciò che, in caso di una sua rielezione alle elezioni primarie del 2009, avrebbe nominato Touadi quale suo vicesegretario.
Nel 2013 assume l'incarico di consigliere politico del vice ministro agli Affari esteri Lapo Pistelli. Nell'agosto del 2014 il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti lo nomina presidente del consiglio di amministrazione dell'IPAB Istituto Sacra Famiglia di Roma. Si è dimesso da questa carica nell'ottobre del 2017.
Attualmente svolge l'attività di consulente internazionale presso la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura). In qualita' di Special Coordinator of FAO Parliamentary Networks (Partnership and UN Collaboration Division) collabora con i Parlamenti dei paesei membri per il diritto al cibo, il contrasto alla fame e alla malnutrizione e il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibili (SDGs).
E' Presidente in carica del CRA-SGI (Centro Relazioni con l'Africa della Societa' Geografica Italiana.)
Nel 2018 Touadi si candida come presidente della Giunta regionale del Lazio per le elezioni regionali con il sostegno della lista Civica Popolare[5][6][7] . Otterrà 7819 voti pari allo 0,25%.
Opere
Disegni di Guerra. La guerra civile in Sierra Leone raccontata dagli ex bambini soldato (AAVV - Jean Leonard Touadi-Giuseppe Berton-Ian Clifton Everest-Giacomo Franceschini-Paola Giroldini-Antonella Mariani- Luciano scalettari. A cura di Angelo Ferrari), EMI, 2000.
Africa. La pentola che bolle, EMI, 2003
Congo. Ruanda. Burundi. Le parole per conoscere, Editori Riuniti, 2004
L'Africa in pista, Società Editrice Internazionale, 2006
Il problema dell'altro. Con Raimon Panikkar e Massimo Cacciari, Cooperativa l'Altra Pagina, 2007
Prefazione al romanzo La voce nel deserto, di Vittorio Martinelli con Sofia Massai, Zona Editrice, 2009
Per una convivialità delle differenze. In ascolto di altre culture. Con Moni Ovadia e Majid Rahnema, Cooperativa l'Altra Pagina, 2009
Il Continente Verde. L'Africa: Cooperazione, Ambiente, Sviluppo (a cura di Ilaria Cresti e Jean-Léonard Touadi), Bruno Mondadori, 2011
Note
^ Touadì, primo parlamentare di colore, in Corriere della Sera, 15 aprile 2008.
^ Elezione della Camera dei Deputati del 13 - 14 aprile 2008, Candidati ed eletti, Circoscrizione: LAZIO 1, su politiche2008.interno.it. URL consultato il 15 aprile 2008 (archiviato dall'url originale il 21 aprile 2008).
^ La Repubblica, PD-IDV: Touadi lascia Di Pietro e sceglie Veltroni, su napoli.repubblica.it. URL consultato il 12 luglio 2008.
^ Ostinatamente ZVen, Arci: campagna contro le discriminazioni, su blog.libero.it. URL consultato il 30 giugno 2009.
^ HuffingtonPost, su huffingtonpost.it.
^ Il Messaggero, su ilmessaggero.it.
^ LA FUNE, su lafune.eu.
Altri progetti
Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Jean-Léonard Touadi
Collegamenti esterni
(EN) Opere di Jean-Léonard Touadi, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata
Jean-Léonard Touadi, su storia.camera.it, Camera dei deputati. Modifica su Wikidata
Jean-Léonard Touadi, su Openpolis, Associazione Openpolis. Modifica su Wikidata
Emanuela Del Re
Rappresentante speciale dell'Unione europea per il Sahel
In carica
Inizio mandato 3 giugno 2021
Viceministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale
Durata mandato 13 giugno 2018 –
13 febbraio 2021
Vice di Enzo Moavero Milanesi
Luigi Di Maio
Cotitolare Marina Sereni
Capo del governo Giuseppe Conte
Predecessore Mario Giro
Successore Marina Sereni
Deputata della Repubblica Italiana
Durata mandato 23 marzo 2018 –
30 giugno 2021
Legislature XVIII
Gruppo
parlamentare Movimento 5 Stelle
Circoscrizione Lazio 1
Collegio 11 (Roma - Primavalle)
Sito istituzionale
Dati generali
Partito politico Movimento 5 Stelle
Titolo di studio Laurea in etnologia
Università Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Professione Ricercatore Universitario di Sociologia Politica
Emanuela Claudia Del Re (Roma, 6 dicembre 1963) è una politica italiana, viceministro per gli affari esteri e la cooperazione internazionale nei governi Conte I e Conte II.
Sociologa ed esperta di politica internazionale, è specialista di migrazioni e rifugiati, conflitti, questioni religiose, minoranze. Dal 1990 conduce un'intensa attività di ricerca sul campo - sostenuta da prestigiose istituzioni - in zone di conflitto, in particolare Balcani, Caucaso, Africa e Medio Oriente, dove è stata testimone di crisi sociali e politiche e voce delle popolazioni, soprattutto delle vittime. È professore associato abilitato (SPS/07) e ricercatrice confermata (SPS/11)[1].
Indice
1 Biografia
1.1 Carriera accademica
1.2 Attività professionale
1.3 Attività politica
1.4 Altre attività
2 Pubblicazioni
3 Vita privata
4 Note
5 Voci correlate
6 Altri progetti
7 Collegamenti esterni
Biografia
Carriera accademica
Ricercatrice e docente di Sociologia dei fenomeni politici all'Università telematica internazionale "UniNettuno"[2][3], ha insegnato per anni presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Roma "La Sapienza" di Roma, dove è stata anche Professore "Jean Monnet" con un insegnamento finanziato dalla Commissione Europea su cittadinanza e governance europea. Dal 1997 al 2000 è stata researcher presso l’Istituto Universitario Europeo e assegnista di ricerca presso l’Università “La Sapienza” di Roma (2001-2003).
Nel 2017 è stata eletta coordinatrice nazionale della sezione di Sociologia della Religione dell’Associazione Italiana di Sociologia (AIS) con cui ha lanciato il festival “Mondoreligioni”.
Attività professionale
Fondatrice di EPOS Intl. Agency e presidente fino al 2017, ha condotto progetti d’intervento dal 2012 con la Commissione Europea e altri per la ricostruzione della società civile in zone di conflitto (Iraq, Giordania). È stata Osservatore Elettorale Internazionale per UN, OSCE, UE.
Dirige la collana Globolitical presso Aracne Editrice, Roma.
Attività politica
Candidata con il Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche del 2018, viene presentata come eventuale Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale in caso di vittoria.[4] Eletta deputata, nell'agosto 2018 viene nominata Viceministro per gli Affari esteri e la cooperazione internazionale nel governo Conte I, ruolo che ha mantenuto anche nel governo Conte II.
Ad una interrogazione parlamentare a proposito della missione russa in Italia in occasione della pandemia di Covid, rispose che: a seguito di colloqui tra il Presidente Conte e il Presidente Putin e tra il Ministro della difesa Guerini e l’omologo russo Shoygu, è stato convenuto l’invio in Italia di materiali e personale sanitario.[5].
Il 3 giugno 2021 viene nominata rappresentante speciale dell'Unione europea per il Sahel, lasciando contestualmente la Camera dei deputati dove cessa il suo mandato il 30 giugno 2021[6].
Altre attività
Collabora abitualmente ed è membro del consiglio redazionale di Limes[7].
È membro del Segretariato di "Forum for Cities in Transition" attivo in 40 città in conflitto nel mondo.
È membro del comitato scientifico di importanti riviste e collane italiane e internazionali.
Scrive su numerose riviste italiane e internazionali ed è membro eletto di noti Think Tank e Istituti di Ricerca internazionali.
Ha realizzato film-documentari tra cui: "Noi, cristiani perseguitati dell’Iraq" (2015); "La festa negata. Voce e futuro degli Yazidi" (2014).
Pubblicazioni
Il comportamento collettivo. "Via con la pazza folla": internet, ultras, terrorismo e oltre, 2012, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, ISBN 978-88-49836-65-3
Women and Borders. Refugees, Migrants and Communities, con S. Shekhawat, 2017, I.B. Tauris & Co Ltd, London, ISBN 978-17-84539-57-3.
Vita privata
È mamma di Giulio Claudio e Michele Arjuna, che l’hanno spesso seguita nel suo lavoro sul campo.
Note
^ Curriculum vitae della Prof. Del Re sul sito della Sapienza Università di Roma.
^ Profilo della Prof.ssa Del Re sul sito dell'Università telematica internazionale "UniNettuno".
^ Curriculum Vitae della Prof.ssa Del Re sul sito dell'Università telematica internazionale "UniNettuno".
^ Veronica Sansonetti, Chi è Emanuela De Re, il possibile ministro degli Esteri scelto da Luigi Di Maio, su formiche.net, 1º marzo 2018. URL consultato il 14 giugno 2018.
^ "L'accordo Conte-Putin durante la pandemia mise in pericolo la nostra sicurezza", Il Foglio, 21 marzo 2022
^ Camera dei Deputati - Emanuela Claudia Del Re
^ Autori, su limesonline.com, Limes. URL consultato il 14 giugno 2018.
Voci correlate
Governo Conte I
Governo Conte II