Estratto dalla intervista rilasciata a Giovanna Canzano

 

AFRICA AUSTRALE di Emanuela Scarponi

 

 

Ho appena finito di tradurre dalla lingua italiana in lingua inglese questo bellissimo libro sull’Africa australe di Petter Johannesen, che ho avito l'onore di conoscere in relazione alla mia esperienza avuta in Namibia e con il mio libro scritto concernente le popolazioni incontrate in Namibia nel '94 e successivamente rivisitate nel 2001.

Petter Johannesen, console onorario di Namibia nonché nipote di Amundsen, esploratore dell'Artico, mi ha regalato l'occasione di realizzare un sogno e di prendere parte al mondo dei grandi esploratori. Grazie alla mia traduzione, infatti, ho avuto modo di rivivere appieno emozioni gia provate dal vivo, in quanto anche io ho avuto la fortuna di visitare questa parte dell'Africa.

Proprio oggi ho terminato la prima bozza di traduzione di questo bellissimo libro, ricco di immagini meravigliose, in formato grande, che aiutano il lettore ad entrare letteralmente nella nostra Africa. Esso fu scritto nel 2004, da Petter Johannesen e Luisa Sorbone, giornalista lombarda, con cui fece questo viaggio attraverso l'Africa australe in collaborazione con Overland, ed i suoi mezzi di trasporto.

Si! È proprio Overland, la stessa organizzazione che tutt'oggi realizza programmi di viaggio per la Rai radiotelevisione italiana.

Petter e Luisa scrissero il diario di viaggio, e realizzarono questa bella avventura in Africa australe in caravan, coadiuvati dalla organizzazione Overland e del cui racconto ne fecero un libro, appunto questo: Africa australe.

Il libro racconta del loro viaggio in camion, partendo dal Sud Africa, Città del capo in particolare, puntando verso il Nord, entrando nello Zimbabwe, raggiungendo il cuore dell'Africa rappresentato dalle Cascate Vittoria, che sono talmente profonde da puntare dritte dritte nelle viscere della madre terra. Passano poi per il Botzwana, incontrando i Bushmen, fino a raggiungere la amata Namibia, considerata la Svizzera dell'Africa.

Quindi da questa bellissima pubblicazione, abbiamo una visione generale di tutta l'Africa australe e non solo geografica. Infatti, cosa fa Petter? Così radicato nella storia da ritrovare le sue radici nell'avo esploratore, Amundsen, ripercorre la storia degli Europei in Africa, immaginando di compiere il suo viaggio nei secoli passati, assieme a coloro che raggiunsero Citta del Capo ed esplorarono l'Africa australe, coadiuvato da immagini di uomini dell'epoca che raggiunsero i loro obiettivi geografici, politici e di conquista.

Le immagini del libro sono bellissime.

Racconta il suo viaggio, ambientandolo all'epoca delle esplorazioni europee. Descrive a tratti quindi la storia dell’Africa australe dai primi esploratori in poi.

Quindi è molto interssante ed utile dato che non ci sono ancora oggi grossi punti di riferimento per parlare di storia dell’Africa né di geopolitica dell'Africa. Potrebbe essere adottato nelle scuole di ogni ordine e grado per divulgare appunto la conoscenza dell'Africa australe, specie in questa edizione in lingua inglese, che è di dimensioni ridotte rispetto alla precedente, garantisce una più facile lettura del testo, più che soffermarsi sulle immagini.

Quindi Africanpeoplenews publisher punta ad una maggiore fruibilità del testo raccontato e commentato, più che alla visione delle fotografie riportate e scelte comunque dall'autore. Esse sono le orginali, scannerizzate e riportate esattamente come da originale, anche segnate dal tempo.

I testi tradotti da me e rivisti e rivisti fino alla ossessione tentano di rendere piacevole la lettura ad un madrelingua inglese, nel tentativo di far conoscere al mondo internazionale il racconto di viaggio e l'esperienza vissuta.

Come potete vedere dalle bellissimi immagini, emergono i colori brillanti e colorati degli Africani e dei loro costumi in una pagina e la storia dell’Europa e degli esploratori europei dall'altra: si annoverano personaggi di grande portata intellettuale e politica come Cecil Rhodes, Paul Kruger, che si intersecano con la storia del continente africano e con le popolazioni indigene africane.

Ma con Petter Johannesen, l'uomo si fa mito, come fu il suo grande avo, cui lui si ispira, pur se nell'epoca attuale, al suo grande spirito di esploratore, seguendo per mare le sue avventure a bordo di barche a vela, piccoli aerei, e fuori strada.

Qui l'uomo si fa esploratore, politico, economista, umano, grazie alla sua conoscenza della materia. Si diverte a scrivere in lingua italiana il suo bel libro, visto che Petter è di nazionalità norvegese, e si fa coadiuvare da una giornalista italiana nel redigere il suo racconto.

A vederla in prospettiva, si tratta di quei personaggi che oggi rendono moderna l'Africa. Sono coloro che, una volta superata l'apartheid, sono riusciti a costruire l'Africa moderna.

Concetto questo che sfugge a noi Europei, che vogliamo avere l'idea del'Africa come di un continente antico, ancora allo stato primitivo.

Ma non è così. Solo angoli remoti del continente sono rimasti fuori dell'avvento della civiltà occidentale.

Bisogna cercarli per ritrovare la nostra anima autentica di umanità che viveva in armonia totale con la natura che ci circonda. Ma bisogna andare nel mezzo della savana, del deserto per ritrovare queste ambientazioni che sanno di antico.

Il problema nostro attuale è che non si conosce molto bene l'Africa attuale che sta crescendo sempre più e così sfugge ai nostri occhi perché in continuo cambiamento, giorno dopo giorno.

Inoltre la globalizzazione ha fatto del suo ed ha portato immagini della civiltà occidentale ovunque grazie all'utilizzo di internet e dei cellulari, spesso utilizzati in tanti luoghi, a parte in quelli in cui il satellite non copre l'area, ma questo accade anche in alcuni angoli remoti dell'Italia ancora oggi.

L'Africa è sempre stato un continente ostile per la sua natura selvaggia ed il suo clima che facilmente ha canellato le orme di antiche civiltà autoctone. Lo sapppiamo bene: restano solo graffiti, mura di città nello Zimbabwe e così via...

la natura governa l'Africa. L'uomo è solo un ospite, garantendo così la sopravvivenza di molte specie animali in via di estinzione.

Questo è il problema principale proprio della conoscenza di questo continente.

Le bellissime immagini di Stellenbosh, la zona dei vigneti e di tutta la zona dei vigneti rende molto europea il Sud Africa, il cui clima è di tipo mediterraneo, proprio come da noi in Italia.

Cosa hanno fatto in Sud Africa gli Europei arrrivati dall'Europa? Hanno coltivato i vigneti euroei, francesi chardonnait e vari, soprattutto, e li hanno riprodotti riuscendoci pienamente. E' anche il Paese più occidentale in assoluto con un clima di tipo mediterraneo, cui gli Africani fanno riferimento, assieme all'Egitto. Paul Kruger e stato uno tra i primi a creare l'Africa moderna.

Avremo modo di riparlare di questi argomenti capitolo per capitolo magari.

nella nostra sede invitando gli autori del libro ed anche altri provenienti dallo stesso Sudafrica che hanno contribuito a realizzare l’Africa moderna.

Petter Johannesen è amico di Sam Nujoma, il primo presidente, simbolo della Namibia libera, che ultranovantenne ha nominato un suo successore ma e tutt'oggi l'emblema della libertà della namibia, sradicando la Namibia dal Sud Africa e sganciandola dall'apartheid nel 1990, realizzando quindi il sogno dell’indipendenza di questo Paese. E Petter, di cui Sam Nujoma è stato tutore, da buon diplomatico, lo consiglia nel redigere la dichiarazione di indipendenza. E qui si tocca con mano la storia della Namibia!

Quindi Petter vuole che si sappia che l’Africa è diventata moderna e ne dipinge le grandi qualità.

Questo è l'emblema di tutti gli africanisti, ma in particolare coloro che pensano ad una situazione di arretratezza “africana” o comunque a persone che non sono al passo coi tempi.

In realtà, l' Africa è fonte di grandi ricchezze e di grandi potenzialità.

E quindi in ogni capitolo che presenta un Paese dell'Africa australe, Petter elenca le risorse finanziarie, economiche, naturali disponibili, la popolazione correfdate dalle bellissime immagini di popolazioni autoctone, di queste bellissime fotografie che degli ormai famosi bushmen, 90.000 in Africa australe, che sono la popolazione più antica dell'Africa, ergo del mondo, divenuti famosi per la loro lingua lick e per le lìmeraviglisoe pitture rupestri che possono essere ammirate in tutto il deserto del kalahari. La lingua click viene studiata da tanti, ritenendo essere essa la lingua piu antica del mondo assieme a poche altre che contano elementi comuni come i 7 suoni.

Poiché l'uomo è nato in Africa con la scoperta della Lucy australopitecus afarensis, i cui resti sono stati ritrovati in Etiopia, nel 1978. E questa scoperta dà le basi alla scienza antropologica.

Da qui nasce la teoria secondo la quale l’uomo nasce in Africa; poi a causa della desertificazione delle aree geografiche in cui insiste, l’uomo si sposta seguendo gli animali in cerca di cibo.

Lucy è il primo bipede nella storia del mondo, cioè cammina su due gambe/zampe e si nutre raccogliendo la frutta.

I bushmen sono particolari per la loro lingua arcaica fatta di suoni onomatopeici, che riproducono il verso degli animali per cui se si sentono parlare sono incredibili. Non hanno vocali. E Miriam Makeba ci scrive su una canzone: the click song.

Oggi molti studiosi stanno studiando il mio documentario in cui si sente chiaramente la lingua click parlata e pronunciata dai boscimani presso l'università di San Paolo di Roma 3 dal ricercatore Andrea Pandolfi, studioso comportamentale, che sta effettuando uno studio comparato tra la lingua click e la lingua ebraica.

La lingua click è una lingua arcaica. Questi bushmen oggetto di studio dagli anni '50 sono la testimonianza della presenza in Africa dell’uomo prenegritico, da prima del 2500 a.C e producono delle pitture rupestri splendide.

Ho realizzato un documentario sui bushmen, che si può ascolare su youtube, dove un bantu, che parla inglese traduce dalla lingua click.

I Bushmen ancora oggi non parlano inglese e vivono nella parte più interna del deserto del Kalahari perche sono stati cacciati prima dai Bantu, uomini molto alti e robusti e poi dai bianchi in Sud Africa.

Costoro non si sono mai sottomessi alla schiavitù e sono scappati nel deserto del Kalahari, dove nessuno voleva andare, e dove sono sopravvissuti fino a noi.

Sono vissuti come uomini liberi e con i loro valori fondamentali. In namibia però si è provveduto a privatizzare le terre. Ed i bushmen non possono più circolare ed andare a caccia.

Questo provoca un problema di sopravvivenza; così insegnano a chiunque voglia se si riesce ad incontrarli come sopravvivere nel deserto del Kalahari con mezzi di sussistenza incredibili che noi non ci aspetteremmo mai di conoscere, e così capiamo come l’uomo, così piccolo, riesce a vincere il leone, il re della savana.

Lo sviluppo della industria mineraria con la produzione dei diamanti viene anch'essa descritta e raccontata in Sud Africa, Botzwana, e Namibia.

Infatti Petter descrive tutta la storia dei De Beers per scoprire come hanno fatto a trovare i diamanti.

E interessante perche è stata una corsa come nel Far West, in cerca della tera promessa.

Gli Europei salpano dall'Olanda e dalla Francia su una nave fino a Capo di Buona Speranza che era stato da poco scoperto, dopo aver compiuto la cirumnavigazione dell'Africa,raggiungendo queste terre in cerca di fortuna.

Quindi affrontano il mare in tempesta per raggiugnere Capo di buona speranza e sorpassando la costa degli scheletri cioè la skeleton coast, dove violente tempeste, dovute alla corrente fredda del Benguela, sbattevano a terra le navi battenti bandiera europea che naufragavano lungo la spiaggia.

A questi latitudini incredibile Namibia riusciamo a trovare oltre ai big five situati nell'Etosha national park anche pinguini e foche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Traduzione

I have just finished translating from Italian into English this beautiful book on southern Africa by Petter Johannesen, which I had the honor of knowing in relation to my experience in Namibia and with my written book concerning the populations encountered in Namibia in '94 and subsequently revisited in 2001.
Petter Johannesen, honorary consul of Namibia and nephew of Amundsen, explorer of the Arctic, gave me the opportunity to make a dream come true and to take part in the world of the great explorers. In fact, thanks to my translation, I was able to fully relive the emotions I had already experienced live, as I too was lucky enough to visit this part of Africa.
Just today I finished the first draft of the translation of this beautiful book, full of wonderful images, in large format, which help the reader to literally enter our Africa. It was written in 2004 by Petter Johannesen and Luisa Sorbone, a Lombard journalist, with whom he made this journey through southern Africa in collaboration with Overland, and its means of transport.
Yes! It is precisely Overland, the same organization that still today produces travel programs for the Italian radio and television Rai.
Petter and Luisa wrote the travel diary, and made this beautiful adventure in southern Africa in a caravan, assisted by the Overland organization and whose story they made into a book, precisely this one: Southern Africa.
The book tells of their journey by truck, starting from South Africa, Cape Town in particular, pointing towards the North, entering Zimbabwe, reaching the heart of Africa represented by the Victoria Falls, which are so deep as to point straight into the bowels of mother earth. They then pass through Botzwana, meeting the Bushmen, until they reach their beloved Namibia, considered the Switzerland of Africa.
So from this beautiful publication, we have a general view of all of southern Africa and not just geographical. In fact, what does Petter do? So rooted in history that it finds its roots in the ancestor explorer, Amundsen, retraces the history of Europeans in Africa, imagining that he was making his journey in past centuries, together with those who reached Cape Town and explored southern Africa, assisted from images of men of the time who achieved their geographical, political and conquest goals.
The pictures in the book are beautiful.
The pictures in the book are beautiful.
He recounts his journey, setting it at the time of European explorations. It therefore describes at times the history of southern Africa from the first explorers onwards.
So it is very interesting and useful given that there are still no major points of reference to talk about the history of Africa or the geopolitics of Africa. It could be adopted in schools of all levels to disseminate knowledge of southern Africa, especially in this edition in English, which is smaller than the previous one, ensuring easier reading of the text, rather than dwelling on the images .
Therefore Africanpeoplenews publisher aims at a greater usability of the text narrated and commented, rather than at viewing the photographs reported and chosen by the author in any case. They are the originals, scanned and reported exactly as the original, also marked by time.
The texts translated by me and revised and revised to the point of obsession try to make reading pleasant for an English native speaker, in an attempt to make the travel story and lived experience known to the international world.
As you can see from the beautiful images, the bright and colorful colors of the Africans and their customs emerge on one page and the history of Europe and of the European explorers on the other: there are figures of great intellectual and political importance such as Cecile Rhodes, Paul Kruger, which intersect with the history of the African continent and with indigenous African peoples.
But with Petter Johannesen, the man becomes a legend, 
But with Petter Johannesen, the man becomes a legend, as was his great ancestor, who inspired him, albeit in the current era, by his great spirit of explorer, following his adventures at sea aboard sailboats , small aircraft, and off-road.
Here man becomes an explorer, politician, economist, human, thanks to his knowledge of the subject. He enjoys writing his beautiful book in Italian, given that Petter is of Norwegian nationality, and is assisted by an Italian journalist in writing his story.
Seen in perspective, these are those characters who make Africa modern today. They are the ones who, once apartheid was overcome, managed to build modern Africa.
      This is a concept that escapes us Europeans, who want to have the idea of ​​Africa as an ancient continent, still in its primitive state.
But is not so. Only remote corners of the continent have remained out of the advent of Western civilization.
We need to look for them to find our authentic soul of humanity that lived in total harmony with the nature that surrounds us. But you have to go in the middle of the savannah, the desert to find these settings that smell of ancient.
Our current problem is that we don't know very well today's Africa which is growing more and more and thus escapes our eyes because it is constantly changing, day after day.
Furthermore, globalization has done its part and has brought images of western civilization everywhere thanks to the use of the internet and cell phones, often used in many places, apart from those where the satellite does not cover the area, but this also happens in some remote corners of Italy still today.
Africa has always been a hostile continent due to its wild nature and its climate which has easily erased the traces of ancient indigenous civilizations. We know it well: only graffiti remains, city walls in Zimbabwe and so on...
nature rules Africa. Man is only a guest, thus ensuring the survival of many endangered animal species.
This is the main problem of knowing this continent.
The beautiful images of Stellenbosh, the vineyard area and the whole vineyard area make South Africa very European, whose climate is Mediterranean, just like here in Italy.
What did the Europeans who arrived from Europe do in South Africa? They have cultivated the Euroei, French chardonnait and various vineyards, above all, and have reproduced them fully succeeding. It is also the westernmost country ever with a Mediterranean-type climate, which Africans refer to, together with Egypt. Paul Kruger was one of the first to create modern Africa.
We will be able to talk about these topics chapter by chapter perhaps.
to our office by inviting the authors of the book and also others from South Africa who have contributed to making modern Africa.
Petter Johannesen is a friend of Sam Nujoma, the first president, symbol of free Namibia, who at the age of ninety appointed a successor but is still the emblem of freedom of Namibia, uprooting Namibia from South Africa and releasing it from apartheid in 1990 thus realizing the dream of independence for this country. And Petter, of whom Sam Nujoma was tutor, as a good diplomat, advised him in drafting the declaration of independence. And here we touch the history of Namibia with less! So Petter wants it to be known that Africa has become modern and paints its great qualities.
This is the emblem of all Africanists, but in particular those who think of a situation of "African" backwardness or in any case of people who are out of step with the times.
In reality, Africa is a source of great wealth and great potential.
And therefore in each chapter that presents a country in southern Africa, Petter lists the financial, economic, natural resources available, the population accompanied by beautiful images of indigenous peoples, these beautiful photographs of the now famous bushmen, 90,000 in southern Africa, who are the oldest population in Africa, ergo in the world, having become famous for their lick language and for the wonderful cave paintings that can be admired throughout the kalahari desert. The click language is studied by many, believing it to be the oldest language in the world, together with a few other technologies that contain elements such as the 7 sounds.
Because man was born in Africa with the discovery of Lucy australopithecus afarensis, whose remains were found in Ethiopia in 1978. And this discovery gives the foundations to anthropological science.
Hence the theory according to which man was born in Africa; then due to the desertification of the geographical areas in which it persists, man moves following the animals in search of food.
Lucy is the first biped in the history of the world, i.e. she walks on two legs/paws and feeds by picking fruit.
The bushmen are particular for their archaic language made up of onomatopoeic sounds, which reproduce the sounds of animals so that if they hear themselves speaking they are incredible. They have no vowels. And Miriam Makeba writes us about a song: the click song.
 Today many scholars are studying my documentary in which the click language spoken and pronounced by the bushmen at the University of San Paolo di Roma 3 is clearly heard by the researcher Andrea Pandolfi, a behavioral scholar, who is carrying out a comparative study between the click language and the Hebrew language.
 Click language is an archaic language.

These bushmen that have been studied since the 1950s are evidence of the presence of pre-Negritic man in Africa from before 2500 BC and produce splendid cave paintings.
 I made a documentary about the bushmen, which can be listened to on youtube, where an English-speaking Bantu translates from the click language.
 The Bushmen still do not speak English and live in the innermost part of the Kalahari desert because they were driven out first by the Bantu, very tall and robust men, and then by the whites in South Africa.
They never submitted to slavery and fled to the Kalahari desert, where no one wanted to go, and where they have survived up to us.
They lived as free men and with their fundamental values. In Namibia, however, steps have been taken to privatize the land. And the bushmen can no longer go out and hunt.
This causes a survival problem; so they teach anyone who wants to if you can meet them how to survive in the Kalahari desert with incredible livelihoods that we would never expect to know, and so we understand how man, so small, manages to defeat the lion, the king of the savannah.
The development of the mining industry with the production of diamonds is also described and told in South Africa, Botzwana, and Namibia.
In fact Petter describes the entire history of the De Beers to find out how they managed to find the diamonds.
It's interesting because it was a race like in the Far West, in search of the promised land.
The Europeans set sail from Holland and France on a ship to the Cape of Good Hope which had recently been discovered, after having completed the circumnavigation of Africa, reaching these lands in search of fortune.
Then they face the stormy sea to reach the Cape of Good Hope and overtaking the skeleton coast, where violent storms, due to the cold current of the Benguela, slammed the ships flying the European flag to the ground and wrecked along the beach.
At these incredible latitudes Namibia we can find in addition to the big five located in the Etosha national park also penguins and seals.

 

Roma 16 marzo 2023

 

 

Recensione del testo: “L’Africa Australe” di Petter Johannensen e Luisa Sorbone edito da “Overland” 2004.

 

Il libro scritto a quattro mani, da Petter Johannensen. Dal 1992 nominato Console Onorario della repubblica della Namibia in Italia. Luisa Sorbone altra autrice è giornalista, responsabile per le relazioni esterne e per il Consolato della Namibia.

I due autori ci descrivono: un territorio distante e poco esplorato: L’Africa Australe: Botswana, Namibia, SudAfrica e Zimbabwe.

Il dottor Sam Nujma allora presidente della Namibia esprime il suo pensiero: tutti i paesi di questa parte di Africa hanno sofferto anni di dura lotta, per raggiungere la loro indipendenza. La Namibia è il più giovane di tutti.

Petter Johannensen, conoscitore di queste terre, nipote del noto esploratore Roald Amunndsen, ha saputo valorizzare con Luisa Sorbone le bellezze naturali dei luoghi, questo libro ricco notizie non vuole essere un saggio di storia e cerca di trasmettere ai lettori una visione completa di questa parte del Continente a partire dall’inizio di quattrocento anni fa.

Sam Nujoma conclude con la difesa del territorio risorsa incontaminata e salvaguardia dei suoi abitanti.

Gli autori narrano le vicende dei popoli dell’Africa Australe e dei complessi rapporti interetnici dal periodo della colonizzazione europea, ai giorni nostri.

Molte sono state le difficoltà nel conoscere i luoghi, per la diffusa arretratezza delle aree desertiche a rischio di siccità.

Il libro è rivolto a tutti ed in particolare ai giovani, per essere interessati ad una parte del mondo pieno di suggestioni. Luoghi, tradizioni, volti.

La raccolta fotografica è la rassegna delle bellezze connaturate alle terre. Dal deserto del Kalahari, gli abitanti si esprimono in lingua clik, rendendo comprensibile il loro linguaggio con suoni e gestualità, al deserto del Namib, fiorito la scorsa Primavera, alle cascate Victoria.

Si conoscono varie etnie che compongono il territorio: Boscimani, Himba, Batonga, Herero, ed altre.

Le pagine di questo ci portano in un viaggio di sapori, colori e note musicali al suono della marimba.

Dopo i meravigliosi tramonti al buio della notte, illuminati dalla Croce del Sud, stella del cielo Australe.

 

A cura di Claudia Polveroni Apn Publisher

 

 

 

Text review: "L'Africa Australe" by Petter Johannensen and Luisa Sorbone published by "Overland" 2004.

 

The book written with four hands, by Petter Johannensen. Since 1992 appointed Honorary Consul of the Republic of Namibia in Italy. Luisa Sorbone another author is a journalist, responsible for external relations and for the Consulate of Namibia.

The two authors describe a distant and little explored territory: Southern Africa: Botswana, Namibia, South Africa and Zimbabwe.

Dr. Sam Nujoma then president of Namibia expresses his thoughts: all the countries of this part of Africa have suffered years of hard struggle to achieve their independence. Namibia is the youngest of all.

Petter Johannensen, connoisseur of these lands, grandson of the well-known explorer Roald Amunndsen, was able to enhance the natural beauty of the places with Luisa Sorbone, this book full of news does not want to be a history essay and tries to convey to readers a complete vision of this part of the Continent since the beginning of four hundred years ago.

Sam Nujoma concludes with the defense of the territory as a pristine resource and the protection of its inhabitants.

The authors narrate the story of the peoples of Southern Africa and the complex inter-ethnic relationships from the period of European colonization to the present day.

There were many difficulties in getting to know the places, due to the widespread underdevelopment of the desert areas at risk of drought.

The book is aimed at everyone and in particular at young people, to be interested in a part of the world full of suggestions. Places, traditions, faces.

The photographic collection is the review of the beauties inherent to the lands. From the Kalahari desert, the inhabitants express themselves in click language, making their language understandable with sounds and gestures, to the Namib desert, which bloomed last spring, to the Victoria falls.

Various ethnic groups that make up the territory are known: Bushmen, Himba, Batonga, Herero, and others.

The pages of this take us on a journey of flavours, colors and musical notes to the sound of the marimba.

After the wonderful sunsets in the dark of night, illuminated by the Southern Cross, star of the Southern sky.

 

 

 

 

 

 

Biografia
Figlio di Giacomo (nato nel 1878, albergatore richiamato in servizio sul fronte dell'Isonzo e in Trentino sul monte Corno[5]) e Rosa Silvestri (originaria di Rovereto sulla Secchia)[6]. Durante le fasi finali della Seconda guerra mondiale, Angelo Del Boca fu costretto ad arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana al fine di scongiurare l'arresto del padre da parte delle autorità di Salò, che ricorrevano all'arresto dei familiari dei giovani in età di leva per costringerli a unirsi alle file della Repubblica Sociale[7]. Venne quindi inviato in Germania, dove si sottopose all'addestramento e venne assegnato alla 4ª Divisione alpina Monterosa[6]; rientrato in Italia, disertò nell'estate 1944 per unirsi al movimento resistenziale che combatteva le truppe tedesche e i collaborazionisti di Salò, entrando a far parte della 7ª brigata alpina della 1ª divisione Giustizia e Libertà Piacenza. Durante il periodo della guerra conobbe l'infermiera Maria Teresa Maestri[7], che sposò nel 1947 e da cui ebbe i figli Alessandra, Daniela e Davide; dopo la morte di Maria Teresa, s'è sposato con Paola Zoli, da cui nel 1991 è nata Ilaria[8]. I suoi trascorsi nella resistenza vennero poi raccolti nel volume Nella notte ci guidano le stelle, in cui descrive la paura dei rastrellamenti, degli incendi dei paesi, della violenza delle truppe nazi-fasciste, rivelando in un passaggio nel volume tutte le inquietudini di un adolescente: «Combatto non per la Patria ma per rivedere il volto di mia madre»[9]

Nel dopoguerra s'iscrisse al Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP)[7] e iniziò a scrivere libri di memorie (tra cui la raccolta di racconti Dentro mi è nato l'uomo) e articoli giornalistici, divenendo redattore capo del settimanale socialista «Il Lavoratore» di Novara; in seguito divenne inviato speciale della «Gazzetta del Popolo» e del quotidiano «Il Giorno» di Enrico Mattei (direttore Italo Pietra); nel 1981, con l'avvento di Bettino Craxi, Angelo Del Boca decise di abbandonare «Il Giorno» e il Partito socialista italiano[7]. Dopo aver smesso i panni di giornalista e caporedattore, Del Boca si concentrò sullo studio del passato coloniale italiano, che gli ha permesso di scrivere numerosi libri, pubblicati da importanti case editrici come Laterza, Feltrinelli, Bompiani, Neri Pozza e Mondadori, sulla guerra di aggressione fascista di Benito Mussolini in Africa orientale e sulla riconquista della Libia, denunciando per la prima volta l'uso, da parte italiana, dei gas contro i membri della resistenza e le popolazioni africane[7]. Tra il 1976 e il 1984 pubblica la sua opera più importante e famosa, suddivisa in quattro volumi: Gli italiani in Africa orientale, alla quale seguì nel 1986 la storia del colonialismo in Libia descritta nei due volumi Gli italiani in Libia. A queste due importantissime opere seguirono diversi volumi, i più significativi dei quali sono L'Africa nella coscienza degli italiani del 1992; la biografia di Hailé Selassié Il negus. Vita e morte dell'ultimo re dei re del 1995; I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d'Etiopia del 1996. Nel 1998 Del Boca ebbe la possibilità di incontrare nel deserto il dittatore libico Muammar Gheddafi, e il lungo colloquio si tradusse nel volume Gheddafi. Una sfida dal deserto, similmente a quanto gli accadde anni prima, quando ebbe la possibilità di conoscere e stimare il negus Hailé Selassié e di poter accedere ai suoi archivi[10]. Nel 2005 uscì uno dei maggiori successi editoriali, Italiani, brava gente?, in cui vengono narrati i peggiori crimini italiani: dalla soppressione del brigantaggio nel 1861 alla ribellione dei boxer in Cina, dai crimini in Libia ed Etiopia alla guerra d'occupazione nei Balcani ed al vergognoso collaborazionismo della Repubblica Sociale Italiana nelle deportazioni naziste, dimostrando ancora una volta che il mito degl'«italiani brava gente», incapaci di crudeli atrocità, è smentito dalla storiografia[11]. I crimini compiuti dagli italiani in Africa e altrove «e le tragedie che nella nostra storia ci hanno travolto non sono sentite come effetto di una nostra partecipazione», mentre «i cattivi stanno sempre dall'altra parte»; e, secondo Del Boca e molti altri storici, quella dell'italiano brava gente «è un'autoimmagine, un concetto creato da noi stessi. È un mito che nasce nell'immediato dopoguerra».[12]

Nel 2008 ha pubblicato la sua autobiografia Il mio Novecento: biografia di un giornalista e di un intellettuale rigoroso, in cui ripercorre tutta la propria vita intrecciando quella della sua generazione (una generazione che, con gente come lui, ha fatto l'Italia democratica e repubblicana) a quella di tanti uomini in varie aree del mondo[13]. Ultimo importante lavoro in ordine temporale è Nella notte ci guidano le stelle. La mia storia partigiana (con chiaro riferimento nel titolo a un verso della famosa canzone partigiana Fischia il vento), pubblicato da Mondadori nel 2015.

Caso non eccezionale di giornalista diventato storico autodidatta, ha ricevuto (a settantacinque anni compiuti) una laurea honoris causa nel 2002 da parte dell'Università degli studi di Torino, a cui poi si aggiunse anche un analogo riconoscimento da parte dell'università di Lucerna; nel luglio del 2014 anche l'Università di Addis Abeba gli conferì una laurea onorifica in Storia africana[14], rendendo Del Boca il primo italiano e il primo europeo a ottenere tale riconoscimento in Etiopia dopo la Seconda guerra mondiale[10]. Stima che Del Boca ha mostrato, affiancata a una serena critica, nei confronti di Hailé Selassié, imperatore d'Etiopia, nel proprio libro biografico Il Negus, vita e morte dell’ultimo Re dei Re, che Del Boca concluse così: «Qualunque sia il giudizio finale su Hailè Selassiè, la sua figura merita rispetto e considerazione[15]. È impossibile non provare un senso di grande ammirazione e di riconoscenza verso l’uomo che il 30 giugno 1936, dalla tribuna ginevrina della Società delle Nazioni, denunciava al mondo i crimini del fascismo e avvertiva che l’Etiopia non sarebbe stata che la prima vittima di quella funesta ideologia. Per questo suo messaggio, malauguratamente non ascoltato, gli siamo un po' tutti debitori.[16]».

Ricerca storiografica
Dopo un primo fortunato volume del 1965 sulla guerra d'Etiopia, a metà degli anni Settanta, dopo avere smesso la professione d'inviato speciale e di caporedattore, Del Boca si concentrò sullo studio del colonialismo italiano, avviando una poderosa ricerca storiografica che portò alla pubblicazione di quattro volumi dedicati alla colonizzazione italiana dell'Africa orientale, due volumi incentrati sulla conquista della Libia e due ampie biografie su Hailé Selassié e Muʿammar Gheddafi[3]. La ricostruzione complessiva della storia militare e politica italiana in Africa terminò all'incirca a metà degli anni '80; da quel momento anche il panorama degli studi sul colonialismo italiano conobbe significativi mutamenti: spinta dall'interesse suscitato dalla ricerca di Del Boca in ambito accademico, una nuova generazione di storici italiani, ma anche africani ed europei, iniziò a occuparsi della storia dei paesi un tempo dominati dall'Italia[3]; contemporaneamente però, s'aprirono nuove polemiche e dibattiti che acquisirono rilevanza non solo culturale e storiografica, ma soprattutto politica e diplomatica[17].

Nel secondo dopoguerra in Italia vennero profuse pochissime energie per documentare e affrontare il passato coloniale italiano, e ancor meno per accendere il dibattito civile e politico nei confronti delle ex colonie; forse solo Del Boca seppe coniugare il rigore della ricerca alla capacità d'intervento pubblico: negli anni '80 e '90, in particolare, decine e decine di migliaia di lettori e un'ancor più vasta platea televisiva hanno imparato a conoscere e a criticare il passato coloniale italiano[18]. Fino ad allora la memoria degli italiani in Africa era legata soprattutto alle esperienze dirette degl'italiani che effettivamente furono mandati a combattere o che vi si trasferirono per colonizzare i nuovi territori; la maggior parte degli italiani avevano vissuto l'esperienza coloniale solo attraverso la propaganda del regime, che negli anni del dopoguerra fu velocemente dimenticata. Fu Del Boca a riportare in auge la storia coloniale e ad aprire un dibattito fino ad allora non affrontato[19].

Fu tra i primi studiosi italiano a denunciare le atrocità compiute dalle truppe italiane in Libia[20] e in Etiopia, anche col ricorso a bombardamenti aerei terroristici su centri abitati e talora persino coll'impiego d'armi chimiche come iprite, fosgene e arsina contro le truppe combattenti e la popolazione civile; documentò inoltre l'apertura di campi di concentramento per l'internamento di guerriglieri e personalità nemiche e il ricorso alle deportazioni di massa, come avvenne con le popolazioni della Cirenaica. Per le sue denunce Angelo Del Boca è stato per anni contestato dalla stampa conservatrice e dalle associazioni di reduci e di profughi italiani dall'Africa; primo fra tutti il già ministro dell'Africa Italiana Alessandro Lessona, il quale, appena Del Boca iniziò a documentare, alla fine degli anni Sessanta, la storia della campagna d'Etiopia e il ricorso italiano alle armi chimiche, polemizzò con lo storico sostenendo energicamente per il resto della propria vita che l'Italia fascista non aveva mai usato le armi chimiche in Etiopia; per questa sua posizione, Lessona ricevette il sostegno dalla platea ancora abbastanza ampia di reduci e di nostalgici, che, nelle elezioni dell'aprile 1963, gli valse un seggio senatoriale a Firenze per il MSI[21]. Ma solo dalla seconda metà degli anni '80, con la pubblicazione completa dell'opera Gli italiani in Africa orientale, il dibattito si fece più intenso e interessò anche gli ambienti politici. Del Boca ne fece fin da subito le spese: nel 1982 l'Associazione nazionale reduci d'Africa dichiarò di voler portare lo storico in tribunale a causa dei suoi scritti e per la «tutela morale del sacrificio compiuto dagli Italiani in Africa»[22], e sempre in quell'anno la rivista «Il reduce d'Africa» dedicò a Del Boca un articolo ricco di invettive, alle quali affiancò l'invito criminale a chiunque si fosse ritenuto offeso da quanto scritto «a recarsi dai Del Boca vari e provvedere da solo, a propria difesa, a difesa di ciò che fu e fece»[23] In quest'ottica l'opera di ricostruzione storica dei crimini italiani in Africa e di fustigazione del colonialismo italiano ha avuto il merito di incrinare nell'opinione pubblica il mito degl'«Italiani brava gente», vessillo delle destre italiane e degli ambienti neofascisti[22]; opera che però s'è scontrata, secondo Del Boca stesso, anche con la storiografia vicina «agli ambienti conservatori per cui certe cose non si possono dire perché siamo, appunto, "brava gente"»[24].

Di rilievo è la sua polemica del 1995 con il giornalista Indro Montanelli, il quale sosteneva che quello italiano fu un colonialismo mite, portato avanti grazie all'azione d'un esercito cavalleresco, incapace di compiere brutalità, rispettoso del nemico e delle popolazioni indigene[25]; in numerosi interventi pubblici, Montanelli negò infatti ripetutamente l'impiego sistematico di armi chimiche da parte dell'aviazione militare italiana in Etiopia[26][27]: tuttavia nel 1996 Montanelli si scusò pubblicamente con Del Boca quando quest'ultimo dimostrò, documenti alla mano, l'impiego di tali mezzi di distruzione[28]. Montanelli basava le proprie tesi sulla testimonianza oculare, ma Del Boca, oltre a dimostrare che l'apparato militare italiano riuscì a mantenere uno stretto segreto sulla guerra chimica grazie all'allontanamento dei giornalisti dal fronte e all'impiego di squadre del servizio per la bonifica del terreno, dimostrò anche come lo stesso Montanelli, durante i primi episodi di impiego delle armi chimiche, era ricoverato in ospedale ad Asmara e che, quando fu dimesso, non tornò più al fronte, per cui non poteva essere considerato attendibile[23]. A confermare definitivamente le parole di Del Boca fu, nel 1996, l'ammissione dell'allora ministro della Difesa generale Domenico Corcione, che riferì al Parlamento dell'impiego di bombe d'aereo e proiettili d'artiglieria caricati a iprite e arsine durante la guerra d'Etiopia[29].

Del Boca ebbe anche il merito di far conoscere diversi crimini di cui si era macchiata l'Italia, come quelli commessi durante la riconquista della Libia a cavallo del 1930, la strage di civili nella capitale Addis Abeba a seguito della rappresaglia scatenata dagli italiani dopo l'attentato al generale Rodolfo Graziani del febbraio 1937, il massacro di monaci copti nella città-convento di Debra Libanòs nel maggio del 1937 – diretto dal gen. Pietro Maletti, ma voluto e rivendicato dallo stesso Graziani – e le famigerate operazioni di «polizia coloniale», con cui si cercò di pacificare con la repressione e il terrorismo le diverse regioni dell'Etiopia. Nel 2010 proprio queste operazioni sono state al centro del saggio di Federica Saini Fasanotti, storica legata agli ambienti della destra cattolica, in Etiopia: 1936-1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell'esercito italiano; la quale, pur condannando l'aggressione italiana e riconoscendo le molte atrocità commesse dal nostro esercito, cita il telegramma firmato da Graziani il 31 ottobre, in cui il viceré auspicava «larga generosità e perdono» ai guerriglieri, e quindi esprime un giudizio positivo, per la capacità del successore di Graziani, il duca d'Aosta, d'istaurare buoni rapporti con gli etiopici e di combattere la guerriglia in modo efficace; tanto da far pensare che, se non fosse scoppiata la Seconda guerra mondiale, l'insurrezione sarebbe andata scemando fino a esaurirsi. Del Boca si disse d'accordo solo in parte, riconoscendo al duca d'Aosta il merito di aver intrapreso una politica di dialogo con i capi abissini, ma ricorda che non cessarono rappresaglie e l'uso di gas tossici; tanto che la rivolta etiopica contro l'occupante, dopo una flessione, era tornata vigorosa nel 1939. Molto diverso è il parere di Del Boca sul telegramma: «Graziani aveva sulla coscienza massacri spaventosi, come l'eccidio di massa dei monaci copti di Debrá Libanós, e la sua presunta resipiscenza non convince. Ormai era in disgrazia presso Mussolini, a causa degli effetti pessimi della sua politica, e cercava di mettere le mani avanti. Ma non servì, perché venne sostituito poco dopo»[15]. D'accordo con l'analisi di Del Boca si espresse anche lo storico Matteo Dominioni, che descrisse la ricerca della Fasanotti di «stampo neocolonialista», una ricerca che ha posto l'accento sulle crudeltà dei guerriglieri con l'intento di giustificare i crimini commessi da un esercito invasore verso un popolo di «selvaggi» che si opponevano alla gloriosa «missione civilizzatrice» italiana; Dominioni, come Del Boca, non nega che «gli abissini fossero un popolo bellicoso, capace di gesti brutali», ma affermò altresì che in una ricerca storiografica «non ci si può basare solo su documenti italiani» d'epoca fascista: bisogna considerare anche l'altro punto di vista[15].

Dediche
In memoria di Del Boca è stata allestita nell'autunno del 2021, presso il Museo Villa Freischütz di Merano, a cura di Ariane Karbe e Hannes Obermair la mostra «Il mantello etiope» che verte sulla questione coloniale e della restituzione di beni museali appropriati nel contesto della guerra d'Etiopia. La dedica è stata motivata così: «i suoi lavori critici sul periodo coloniale italo-fascista, nonostante forti opposizioni, hanno cambiato permanentemente il profilo storico pubblico, non ultimo anche grazie al loro sguardo empatico, sempre attento all'"altro" e che ha quindi cambiato anche la percezione del "sé"»[30][31].

 

 

 

 

 

Titolo: Spiaggia Sardina

Tecnica: grafite su carta Accademia da Fabriano (200 gr)

Misure:
misure del dipinto: 90x60 cm
misure con passe-partout e cornice: 114x84 cm

Recensione:

“Spiaggia Sardina” è una opera in grafite che ne approfondisce uno spaccato di vita antica dell’attività di pesca, nel caso, del villaggio di Matosinhos in Portogallo.
All’inizio del XX secolo i pescherecci scaricavano i loro pesci posando le reti direttamente sulla battigia della spiaggia.
Le sardine venivano sucessivamente lavate nell’acqua del mare per essere transportate in ceste di vimini ai punti vendita del pesce o agli stabilimenti conservifici.

 

 

 

 

 

 

 

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