Festival della diplomazia

Scriviamo di Cina : incontro con gli autori Antonio Malaschini, Marco Lupis 22 ott 2019
 
 

 Recensione di Emanuela Scarponi

Lo scorso 22 Ottobre, nell’ambito della 10° edizione del “Festival della diplomazia”, organizzato dalla “Rubbettino Editore”, si è svolto l’incontro intitolato “Scriviamo di Cina: incontro con gli autori”.

In particolare, nella cornice della Sala Italia presso la sede dell’ “UNAR” (Unione Associazioni Regionali di Roma e del Lazio) e promossa dall’ “Associazione dei Piemontesi a Roma” in via Aldrovandi, sono intervenuti Antonio Malaschini e Marco Lupis, autori rispettivamente dei volumi “Come si governa la Cina – Le istituzioni della Repubblica Popolare Cinese” ed “I cannibali di Mao – La nuova Cina alla conquista del mondo”.

Moderati dal noto economista e sinologo Romeo Orlandi, vice presidente di “Osservatorio Asia”, gli autori hanno dato vita ad un incontro che ha permesso di approfondire da punti di vista assai diversi l’attualità cinese nelle sue dinamiche politiche, economiche e culturali.

Se infatti da una parte Malaschini ha privilegiato attraverso il suo lavoro un approccio alla conoscenza della cultura cinese basato prioritariamente sugli aspetti “strutturali” del sistema organizzativo politico cinese, Lupis ha invece percorso la direzione della conoscenza “on the road” (“sulla strada” come dallo stesso sottolineato).

D’altra parte Malaschini ha mantenuto un approccio degno di una conoscenza assai approfondita della materia “tecnica” organizzativa, economica e giuridica, maturata sin dalla formazione culturale e dalla pluridecennale attività, ai più alti livelli, presso le nostre istituzioni, mentre Marco Lupis ha tenuto l’approccio giornalistico che lo caratterizza da sempre nella sua attività di corrispondente ed inviato speciale per conto delle più importanti testate giornalistiche italiane.

Di certo colpisce la conoscenza dettagliata dei sistemi istituzionale e partitico cinesi descritti nel testo da Malaschini, che analizza non solo l’evoluzione storica recente della Cina moderna (dalla generazione di Mao a quella di Xi, passando per Deng, Jiang Zemin ed Hu Jintau), ma anche e soprattutto l’attuale funzionamento del potere reale che controlla ogni aspetto della vita cinese. Un’analisi dei parallelismi e delle connessioni tra la struttura del partito comunista e quella dell’Istituzione, nell’ottica di una sovrapposizione che consente la gestione diretta dell’economia, della finanza, della cultura, dello sviluppo e comunque di ogni aspetto organizzativo del paese da parte del Comitato centrale.

Una organizzazione fortemente verticistica oggi impersonata da Xi che, attraverso la selezione dei gruppi dirigenti (certamente caratterizzati dalla assoluta ortodossia al pensiero dominante, ma anche da specifiche competenze) e l’azione di gruppi ristretti di guida e dipartimenti organizzativi con speciali poteri, controlla i risultati soprattutto economici e ne guida lo sviluppo.

Il tutto, come sottolineato dall’autore, nell’ottica di un pensiero che affonda le proprie radici nel confucianesimo e che si contrappone indiscutibilmente alle origini occidentali basate sulla “democrazia” greca classica. In altre parole, una logica che vede prevalere gli interessi del gruppo d’appartenenza rispetto a quelli individuali e che predilige i risultati (“output”) rispetto ai processi.

L’autore non dà conclusioni in merito ad un eventuale modello da confrontare; si sofferma solo sul termine “autoritarismo”, che certamente continua a contraddistinguere la Cina oggi, pur nella consapevolezza di un’evoluzione che sta permettendo a milioni di persone di affrancarsi dalla loro condizione di povertà assoluta.

Ed ancora non affronta il problema del futuro della Cina che, secondo le previsioni di molti, dovrà certamente fare i conti con i diritti politici, civili, economici e sociali. Forse nel solco dell’antica tradizione.

Concludendo, un lavoro di notevole spessore che, impostato su solide basi “tecniche” che evidenziano l’estrema competenza specifica dell’autore, si pone sempre all’interno di una linea di pensiero culturale, storica e filosofica, che permette di descrivere lo sviluppo cinese secondo un’analisi complessivamente ampia ed un taglio certamente “colto”.

 

Del tutto capovolto l’approccio di Lupis che, attraverso l’esperienza diretta vissuta per anni in Cina (ma anche in molte altre parti del mondo), cita evidenze narrate da un tipico giornalismo di cronaca riferito ai cambiamenti ravvisati dal 1975 ad oggi ed ai confronti con la cultura cristiana.

Lupis si sofferma sul problema di un’espansione militare violenta, che non ritiene però tipica della cultura cinese, caratterizzata invece da metodi espansivi soprattutto economici ispirati da “calma e pazienza”. Con il metodo del “prenditi tempo e nascondi la tua forza” la Cina è infatti già penetrata commercialmente in Africa e si appresta a consolidare la propria economia in Europa attraverso la nuova “via della seta”.

Nella parte finale dell’incontro, il moderatore ha introdotto la questione chiave oggi forse più dibattuta, ovvero se nel modello cinese, emerso tra la fine del modello socialista reale e la grave crisi che attanaglia il capitalismo liberista, è possibile individuare una “terza via” che garantisca uno sviluppo economico ed una ricchezza sociale diffusa, pur nella limitazione delle libertà e dei diritti individuali e ed in generale della partecipazione democratica.

Gli autori, pur nel ritenere impossibile nelle condizioni attuali, per l’occidente, condividere uno sviluppo sulla base del modello cinese (nessun occidentale rinuncerebbe ai diritti acquisiti grazie all’adozione dei principi tradizionalmente democratici), modello di cui peraltro si cominciano ad evidenziare incrinature sempre più evidenti, hanno comunque convenuto sull’innegabilità dei risultati economici raggiunti conseguenza dell’efficienza dei metodi organizzativi adottati in Cina.

Rimandando i lettori a prossimi convegni, ricordo che la “Silk Street press” (di APN publisher-UNAR) ha patrocinato l'evento.

Emanuela Scarponi

 

 

 

ORLANDI. Signori, buonasera benvenuti in questo splendido setting alla presentazione di due libri. Il mio nome è Romeo Orlandi. Ho il compito di presentare i libri di due persone molto più conosciute, importanti e valide di me che hanno scritto due eccelenti libri sulla Cina che questa sera portiamo alla vostra attenzione.

Alla mia destra Antonio Malaschini: come direbbero gli statunitensi a man who needs no introduction tante sono le sue cariche ricoperte (da consigliere di Stato a segretario generale del Senato a consulente dei ministri, oltre che alla sua fama di intellettuale che scrittore oltre che costituzionalista).

Alla mia sinistra Marco Lupis,  una persona che ha vissuto ad Hong Kong, tra il resoconto della sua attività professionale e quello più intimo ed affettuso della sua famiglia che si è moltiplicata in Oriente.

 

Dopo l'introduzione lascerò la parola ai descrittori, dopo di che lasceremo un po' di spazio anche per domande.

Sono due libri estremamente diversi per l'argomento che trattano che è ovviamente la Cina completamente diversi ma complementari.

Il libro di Malaschini ci dà un quadro articolato, preciso, organico e strutturato della dimensione politica ed istituzionale della Cina, che fa giustizia di una serie di luoghi comuni che alimentano la conoscenza di questo Paese che nonostante sia la seconda economia al mondo, uno dei Paesi più grandi, un Paese che  domina le leggende internazionali insieme agli Stati uniti, è ancora incredibilmente poco conosciuto in Italia. E ci dà uno spaccato della vita politica ed istituzionale cinese ripercorrendo prima la parte più squisitamente storica dell'evoluzione della Cina e poi quella più formalmente costituzionale, per cui leggendo questo libro vediamo gli appuntamenti storici che hanno composto la storia moderna e contemporanea della Cina, dalla fondazione dell'Impero cinese nel 221 a.c., dal primo imperatore Qin Shi Huang o Qin, dall'opera di Confucio che si contrappone - ci dice l'autore - all'opera dei legisti o dei legalisti.

Confucio - come ricordo a me stesso - introduceva soprattutto il concetto di norma, il concetto di consuetudine, di armonia mentre i legisti erano più radicali nell'affermazione della legge perché sostenevano che l'indole umana fosse sostanzialmente cattiva e dunque da regolare, reprimere e talvolta da condannare.

Attraverso questa tra legisti e confuciani si arriva al rifiuto della Cina di intercettare la modernità della Rivoluzione Industriale portata da una missione famosa del re Giorgio III di Inghilterra che aveva affidato all'ammiraglio Maccartney la possibilità della prima missione commerciale in Cina che i britannici pensavano nel 1793 fosse il più grande mercato del mondo e da quel giorno lo sentiamo ripetere costantemente.

E l'imperatore Qianlong invece rifiutò questa opportunità ed in un regime autocratico sinocentrico e voluto condannò la Cina stessa a decenni di stagnazione e arretratezza.

E poi il percorso si dipana attraverso gli avvenimenti più recenti, della guerra dell'oppio, della conquista britannica e semicoloniale, del passaggio di Hong Kong alla corona britannica, al declino dell'impero, alla Repubblica nazionalista fino all'affermazione - è il settantesimo anniversario - la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao Zedong e la presa del potere da parte del partito comunista, che mette in fuga i nazionalisti a Taiwan.

All'interno di questi 70 anni di Repubblica popolare cinese, abbiamo 5 o 6 passaggi costituzionali, cioè la Costituzione si adegua alla variazione del momento politico.

E qui interviene un pezzo straordinario del libro, che finalmente smentisce questo luogo comune, banale e consolidato, che in Cina ci  sia una sovrapposizione anche formale tra Stato, partito ed il governo che di fatto è così.  Xi Jinping è l'uomo più potente del Paese ed è anche Presidente della Repubblica e anche presidente della commissione militare, ma le  funzioni nella struttura ed architettura istituzionale sono divise.

In Cina c'è il Comitato per le elezioni costituzionali, Consiglio di Stato,  c'è la magistratura e l'esercito, c'è l'assemblea nazionale del Popolo, l'equivalente del nostro Parlamento che si riunisce ogni anno una volta sola l'anno ma che ha un comitato permanente. 

Quindi la struttura e l'equilibrio dei poteri anche se formalmente più che sostanzialmente sono garantiti. E in più alcune parti soprattutto quelle che si riferiscono alla tutela dei diritti umani - ci dice il prof. Malaschini - non sono lontane dalle affermazioni talvolta non dalla pratica di quelle delle Costituzioni occidentali.

Per cui  leggere questo libro è una finestra aperta oltre che iniezione di intelligenza: si capisce molto meglio perché le cose vanno in un certo modo in quel Paese e che la struttura organizzativa istituzionale è quella di un Paese che si porta dietro 5000 anni di sotria.

Alcuni secoli sono stati sonnolenti; alcuni altri sono stati un po' più svegli. Adesso sicuramente l'epoca della Cina dei record della rottura di ogni ordine mondiale prima della Cina stessa.

 

Lo vediamo anche nell'altro libro che dietro l'apparente innocenza dei rapporti giornalistici ci dice come è la Cina di oggi e la Cina dei 25 anni dei 30 anni nei quali Marco Lupis è stato in Cina, soprattutto ad Hong Kong. ha vissuto 2 anni a Pechino quando ci stava la sars nel 2003, strano che non ci siamo visti. Abbiamo vissuto entrambi questa esperienza che definire straordinaria significa dire una cosa fuori dall'ordinario e ci dà un quadro allarmante della Cina.

Come tutti i bravi giornalisti va in cerca di notizia che fanno notizia e in Cina le notizie che fanno notizia ve ne sono a iosa.

Marco ha ripercorso in pochi anni 70 anni di Repubblica Popolare Cinese. Quindi ci ricorda nel libro il grande balzo in avanti che ha fatto. D'altra parte il titolo di questo libro è un po' spiazzante: i cannibali di Mao.  Magari uno potrebbe pensare che c'è qualcuno che ha cannibalizzato Mao, nel senso dell'informatica.

Qui si tratta di antropofagia: durante il grande balzo in avanti - Marco lo riporta con cognizione di causa - ci sono stati dei fenomeni di cannibalismo dovuti al fallimento del grande balzo in avanti del 1958-'60 con una carestia straordinaria, con calcoli economici fatti male, gli altiforni che producevano acciao inservibile che ha portato una crisi economica spaventosa, una mancanza di tutto nelle campagne e ci sono stati anche dei casi di cannibalismo.  

L'elenco dei cahier de doléances continua.  Mancanza di diritti umani, la rivoluzione culturale ,animata da un fanatismo ideologico che non conosceva limiti, vedi  i campi di rieducazione dove venivano messi i dissidenti; legare Hong Kong alla volontà di Pechino. Insomma Marco andava a caccia di cose che non funzionano.

 Comunque ne evince un dinamismo che può provocare ammirazione ma anche timore e talvolta sdegno: tutto questo afferisce alla possibilità che un giorno vicino o lontano tutti quanti possiamo rimandare un po' Cina, un po' più cinesi. Per cui l'idea che cimossa essere un modello da imitare lo preoccupa: fino a che punto nel panorama internazionale ha delle ripercussioni sul nostro stile di vita?

Alcuni sostengono che già chiudiamo le fabbriche per colpa dei cinesi e poi forse saremo costretti a fare gli orari di lavoro simili a loro.

Intervento di Antonio Malaschini

Antonio Malaschini.  Grazie per la troppo generosa presentazione.  

Entro subito nel merito della questione.

Il mio libro si chiama "Come si governa la Cina" che non è una esortazione ma vuole essere una descrizione naturalmente. A questa domanda normalmente si risponde sempre: in Cina governa il partito, è stato ricordato. È semplicemente questo però uno spostare la domanda. Perché non ci si chiede allora come si governa il partito, quali sono i rapporti interni al partito, i rapporti del partito con le istituzioni; e quindi bisogna di nuovo riesaminare la situazione.

Una premessa: quando noi parliamo di Cina - sono il primo a farlo - ci portiamo dietro un bagaglio culturale fatto di 2,3000 anni di esperienza politologica, sociale, culturale e così via.

La Cina - è stato ricordato -  è un grande Paese, è un Paese con una tradizione più che millenaria, probabilmente precedente alla nostra, specialmente in alcuni aspetti dell'organizzazione dello Stato.

I nostri concetti quindi vanno visti con una certa cautela e non possono essere rapportati immediatamente all'esperienza cinese.

Faccio soltanto un esempio del tutto evidente: la Cina non è un Paese democratico. È vero. Ma allora dobbiamo esaminare un concetto di democrazia che nasce in Grecia, si applica in Grecia con Pericle per non più di 20, 30 anni; scompare,  va sotterraneo a parte qualche illuminato autore; riappare verso la fine del Settecento in circoli ristrettissimi in Gran Bretagna; riappare dopo la Rivoluzione francese dell'800 in Occidente; riappare verso la seconda metà dell'800.

Da noi non dimentichiamo che dal '47 esiste il suffragio universale e che viene applicato.

E non dimentichiamo altresì che la democrazia non è soltanto il sistema elettorale, il voto, l'eguaglianza dei cittadini davanti all'espressione del voto: la democrazia è la separazione dei poteri, il controllo dei poteri l'uno con l'altro, la libertà personale, libertà di stampa, la libertà economica.

Sono tutta una serie di cose che però sono il frutto della elaborazione occidentale del modello politico nel quale viviamo per cui quando si dice che in Cina non c'è la democrazia, è verissimo; in Cina non c'è democrazia. Ci sono altre cose.

L'errore - come diceva Napoleone - di portare la democrazia con le baionette negli altri Paesi va evitato. L'hanno fatto anche recenti presidenti americani, francesi e così via.

Dobbiamo renderci conto che il modello culturale cinese, come modello asiatico, di Hong Kong, il modello di Singapore, il modello giapponese, in parte il modello indiano partono da presupposti assolutamente diversi.

È stato prima citato Confucio. Non è banale fare riferimento a Confucio quando si parla di Cina.

Tutti lo fanno ma hanno una ragione. Il Confucianesimo è la base di quelli che sono i cosiddetti valori asiatici. Di essi se ne è riparlato verso la fine del Novecento, nel momento in cui si voleva caratterizzare l'impulso delle tigri asiatiche, tra le quali veniva annoverata anche la Cina, stavano dando alla loro economia.

Quali sono i valori asiatici allora? Innanzitutto la subordinazione degli interessi individuali al gruppo di appartenenza.

Non voglio dare giudizi, specialmente di valore morale politici o culturali - è così - accompagnati - sto leggendo una parte del libro - dalla disciplina, dal rispetto delle gerarchie familiari e sociali, dalla spinta al proprio miglioramento in campo educativo e professionale, dalla ricerca dell'eccellenza nella sovranità, nel prevalere dei diritti rispetto ai doveri.

Anche qui non voglio dare un giudizio e quindi dare un rapporto diverso con l'autorità rispetto al prevalere dei valori individuali che tutta la nostra cultura - dalla Grecia a Roma al Cristianesimo all'individualismo, al liberalismo - hanno sempre considerato come il punto di riferimento nell'analisi dei problemi politici, sociali, politici.  

In Cina - potremmo discutere ore su questo  - l'individuo è subordinato alle gruppo. E questo spiega anche la delicatezza con la quale vanno applicati i concetti di libertà, uguaglianza e democrazia nell'analizzare - non dico giudicare - i problemi cinesi.

Qual è il criterio allora di "giudizio" ? E anticipo le conclusioni del libro altrimenti starei a parlare per ore...

Il giudizio sull'esperienza cinese e asiatica nasce da un concetto sviluppato anch'esso in Occidente. L'output come autolegittimazione.

La legittimazione del sistema politico deriva dal suo output, dai suoi risultati, da quello che produce per il cittadino.

E allora questi autori dicono: non possiamo giudicare la Cina in base a criteri del processo democratico - metodo con il quale io raggiungo certi risultati ma in base ai risultati stessi - tralasciando - e anche qua potremmo andare molto avanti - poi l'evidente critica al criterio basato sull'output: quando questo output non c'è più, come cambio questo output ?

In Occidente diciamo che eleggo qualcuno diverso. In Cina questo non accade.

Però non dimentichiamo le radici culturali profondamente diverse che i nostri metri di giudizio debbono tener conto quando esaminano una realtà come quella della Cina.

Abbiamo detto: benissimo in Cina comanda il partito. La visione che si ha del partito è del monolite; una struttura talmente forte da riuscire ad imporsi su tutto, sulle istituzioni - formalmente è esatto - diverse da quelle del partito. Esiste una Costituzione del Paese ed esiste una Costituzione del partito. Formalmente sono assolutamente diverse.  

Il partito in Cina non è una struttura monolitica ma non lo è esistita in tutta la storia dei partiti.

Lo dimostra per la Cina proprio il susseguirsi dei contrasti, delle lotte, dei massacri. Ce ne parlerà tra poco Lupis.

La struttura del partito si differenzia per diverse ragioni: la prima è che nel partito sono molto più forti che da noi le ripartizioni dovute alle generazioni che si succedono nel partito, che non è soltanto un fatto di età; è  che ogni generazione è portatrice di una propria visione della politica, del benessere sociale, degli obiettivi da raggiungere e cerca comprensibilmente di trasmettere questa propria visione agli altri, a quelli che verranno dopo di loro.

Normalmente - non ve le sto ad elencare - si dice che in Cina sono presenti 5 generazioni. La prima generazione è quella di Mao, poi quella di Deng, la più importante probabilmente è la terza generazione degli ingegneri - chiamiamoli così - che dopo Deng, hanno consentito per molti anni al segretario del partito Jiang Zemin dal 1989 al 2002, di realizzare quello che viene chiamato il miracolo economico cinese.

Le generazioni successive sono quelle di Hu Jintao che all'inizio seguiva il processo di modernizzazione di Deng che successivamente ha affievolito questa sua spinta per andare verso quella che con Xi Jinping è di nuovo una generazione - è un eufemismo - fortemente autoritaria e che negli ultimi anni dopo il Congresso del 2017 ha accentuato questi suoi caratteri di governo fortemente autoritari. L'importanza delle generazioni della politica del partito cinese è dimostrata dall'esistenza per un certo numero di anni di una cosa che veniva chiamata "Commissione centrale di consultazione", di cui facevano parte i vecchi dirigenti del partito, vecchi dirigenti non rottamati ma che nelle conferenze annuali che in genere precedevano durante l'estate i congressi del partito, le riunioni dell'assemblea Nazionale e così via avevano una influenza assoluta nella definizione delle politiche e nella scelta di coloro che le politiche avrebbe portato avanti.

Non c'è più la Commissione centrale di consultazione ma l'influenza degli anziani nel partito è ancora assai forte. Accanto a questa divisione, la divisione all'interno del partito di cui si parla più frequentemente è quella tra i cosiddetti princìpini e la lega della gioventù comunista. I principini sono considerati - nella terminologia  normale - i figli della dirigenza del partito ma non è soltanto un fatto dinastico; è che la dirigenza del partito finora ha sempre rappresentato le province più avanzate, delle province della costa, dell'Est; là si è sviluppato il partito negli anni '20, si è sviluppato negli anni '30, la lunga marcia ha avuto luogo da quelle parti, gli sviluppi economici sono sviluppati là.

Quindi si tratta non soltanto più di dinastia ma di radicamento sociale, politico e culturale molto forte che chiaramente privilegia chi succede alle diverse cariche del partito.

A questa si contrappone la lega della gioventù comunista che è diffusa - diversamente dalla componente che abbiamo esaminato finora -  di essa fanno parte circa 90 milioni di persone.

I ragazzi cinesi tra i 14 ed i 28 anni hanno quasi il dovere di provare ad iscriversi alla lega.

Non è un percorso facile, come non è facile il processo vedremo tra brevissimo di iscrizione al partito. Anche su questo non mi voglio soffermare ma è un canale della formazione della classe dirigente estremamente interessante.

Oltre questo ci sono altre caratteristiche che non danno del Partito una visione  democratica. È evidente che province è più sviluppate come quelle costiere avranno problemi diversi dalle province dell'interno per cui sotto un profilo di politica economica, finanziaria, dell'assistenza, ci saranno gruppi diversi di pressione interni che fanno riferimento alle province; esse sono fatte da 400 milioni di persone, quindi è un concetto che ha una sua forza di rappresentanza.

 Poi all'interno del partito le forze fanno riferimento alla burocrazia, alle aziende di Stato, quindi è un concetto che ha una sua forza di rappresentanza. C'è la componente ideologica naturalmente tra chi è più favorevole ad un'apertura economica e chi invece vuole - come sta accadendo nell'ultimo periodo - ribadire l'importanza della componente e della guida ideologica anche sullo sviluppo economico e poi c'è la componente dell'esercito.

I dati statistici sono assai interessanti: tra le varie componenti dell'assemblea nazionale e del partito l'esercito ha diritto ad un numero di rappresentanti assolutamente sproporzionato rispetto alla componente complessiva, ancora superiore a quello della più grande delle province dell'assemblea nazionale, il che dà all'esercito una luce molto forte all'interno della struttura di governo cinese.

Anche su questo devo correre: come si diventa membri del partito? E' un processo di fortissima selezione, specialmente nell'ultimo periodo. Normalmente vengono accolte le domande di uno su dieci. Il processo inizia con una richiesta presentata nel proprio luogo di lavoro, di studio, nelle proprie ripartizioni territoriali; deve essere presentata da due persone, accompagnata da una relazione. C'è uno scrutinio lunghissimo che coinvolge i propri familiari, colleghi di lavoro, i superiori, portato avanti sia dalla struttura di partito alla quale scrivere collettivamente. C'è poi un assessment fatto collettivamente, se lo si supera c'è un anno di prova. Al termine dell'anno di prova c'è un ulteriore accertamento un'ulteriore un momento di confronto assai difficile perché vengono esaminati insieme, in un'unica riunione, tutti i potenziali candidati: quindi mors tua vita mea.

Si cerca di mettere in evidenza i punti deboli della candidatura dell'uno e dell'altro soggetto; quindi certamente c'è un giudizio basato - lo do per scontato - sulla conformità ideologica di chi vuol essere iscritto al partito alla corrente linea del partito. Mi preme sottolineare che è assai importante anche il criterio di valutazione dei meriti della persona.

Soltanto per trattare il senso di questa affermazione dopo l'ultimo congresso del partito ai nuovi iscritti il 42,8 per cento degli iscritti aveva un diploma o una laurea e grandissima parte degli iscritti - anche qua oltre il 40%  - era composto di giovani al di sotto dei 35 anni. Quindi è un sistema che riesce ad intercettare le eccellenze che si conformano ad un certo modo di vedere la politica.

E allora qual è il rapporto di questa struttura così forte con lo Stato, con le istituzioni che - ripeto - essitono ?

Io non parlo ma è tutto un processo ben articolato a livello centrale: Governo, la magistratura e la Procura Generale e così via.

E' un rapporto che inizialmente si poteva definire un rapporto di controllo,  successivamente un rapporto di parallelismo; attualmente è l'ultimo discorso Xi Iinping   è quasi un discorso di integrazione.  

Faccio un esempio perché spiegare la realtà cinese in 10 minuti è un pochino complicato.

 Il partito attraverso il comitato centrale ha una serie di strutture del partito presiedute dal comitato centrale che sono esattamente parallele - parallelismo di cui parlavo prima - alle corrispondenti strutture di governo.

 Adesso soltanto brevemente come si chiamano alcune strutture.

Alcune commissioni del comitato centrale, parallele ad alcuni campi di intervento normali per noi dello Stato: tutte queste commissioni sono presiedute da Xi Jinping, il vicepresidente di tutte queste commissioni è Li Keqiang che è Presidente del Consiglio ed è il vice di Xi Jinping.

Abbiamo una commissione per la finanza e l'economia, una commissione per gli affari esteri, una commissione per la sicurezza nazionale, cyber security e informatizzazione, una commissione per l'integrazione del settore militare e quello civile; una commissione del controllo contabile, una commissione delle riforme - se n'è fatto riferimento poco fa - che è il vero motore della ispirazione della politica cinese in tutti i settori.

Tutte queste commissioni sono presiedute da Xi Jinping, sono parallele a grandi settori di sviluppo e di articolazione dello Stato e prevalgono nel modo più assoluto.

Per dimostrare questa prevalenza riporto soltanto un esempio:  c'è un altro dipartimento-organizzazione del partito - anche qua nominato dal comitato centrale preceduto da esponenti autorevoli del partito, che si chiama dipartimento organizzazione.

Una ricerca del Financial Times qualche anno fa sul la struttura del partito - ha precisato che negli Stati Uniti un equivalente del Dipartimento di organizzazione - inizia la citazione - sovrintenderebbe alla nomina dei governatori e dei deputati di tutti i singoli stati, sindaci nelle maggiori città, dei capi dell'agenzia di regolazione - dalla Consob all'antitrust, della dirigenza di società come General electric e delle 50 restanti maggiori società, giudici della Corte suprema, degli editori del New York Times, Washington journal, tante volte giornale Washington Post e dei presidenti dell'università di Yale, Harvard, delle altre maggiori dei responsabili di fondazione Brook execution, e qui mi fermo.

Questa commissione del partito, dipartimento organizzazione del partito, oltre ad avere il compito proprio di guidare la struttura per partito, guida di fatto la struttura dello Stato.

Ultima caratteristica del partito sono guida del partito un rapporto con le istituzioni sono i cosiddetti gruppi ristretti di guida. Non esiste un equivalente nella cultura occidentale e nella struttura di governo occidentale.

Si tratta di gruppi nominati ad hoc sempre dal comitato centrale del partito per l'esame che se ne possono fregare la ripartizione delle competenze istituzionali di tutte le norme che disciplinano una qualche materia ed il cui ruolo è di trovare risposta all'output e dare risultati.

Faccio soltanto un esempio: la Cina prima fino a poche ritardo dai microchip.

Dipendeva ancora in parte cioè dipendeva assolutamente da tecnologia americana è stata costituita

Questa gruppo ristretto ha messo insieme le competenze del ministero della ricerca e dell'Istruzione, dell'industria, del commercio e della sicurezza pubblica ed ha dato dei risultati. (Applausi) 

Presentazione di Emanuela Scarponi

Gli orangutan (Emanuela Scarponi)

Il reiki (Angela Chiumenti)

La via della seta (Bruno Grassetti)

Le tartarughe marine e le Filippine (Tamara Fratoni)

Lieu Weijung

L'architettura dei maestri tra Oriente ed Occidente (ing. Maurizio Scarponi)

Associazione via della seta 11 giugno 2019

Console Michelina Gabrié Sunquest

Anche l'Armenia guarda all'Italia (Maria Grazia De Angelis)

Italia ed Oriente: "La nuova via della seta" ha il cuore antico (prof. Evaldo Cavallaro)

Myanmar Birmania (Carmine Picariello)

La Cina vista dall'Italia e viceversa (Virgilio Violo)

Intesrvista a Bruno Grassetti

Venerdì 10 maggio 2019 alle ore 10,00 presso la Sala Aldo Moro del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Piazzale della Farnesina 1 – Roma) verrà presentata alla stampa exco2019, l’expo della Cooperazione Internazionale ideata e organizzata da Fiera Roma, che ospiterà la manifestazione  dal 15 al 17 maggio 2019.

Si tratta della prima e unica Fiera in tutto il mondo dedicata alla cooperazione dal punto di vista delle aziende e delle Istituzioni. Sostenibilità, buone pratiche, b2b, Auction Floor, Country Focus, Job Fair, Opportunity Fair, innovazioni, tecnologie, Agenda 2030, Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) ad exco2019 per nuove opportunità di business in un mondo in evoluzione.

 

In linea con i desiderata della Commissione europea, che promuove la manifestazione, il focus sarà l’Africa. La Cina è la più presente in Africa, ma l’Europa rappresenta il 40% dei flussi di investimenti diretti esteri e rimane il principale partner commerciale del Continente, stando ai dati della Commissione, con 243,5 miliardi di euro di scambi commerciali nel 2017. E l’Italia è il primo Paese europeo per valore degli investimenti diretti esteri realizzati nel 2016 in Africa, con un totale di 20 progetti per complessivi 4 miliardi di dollari. Rispondere adeguatamente a questo modello di cooperazione è la sfida globale del momento. E l’Italia non può tirarsi indietro.

 


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